Il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti (foto LaPresse)

Cosa succede quando un pm sovrappone penale e morale. Il caso Roberti

Claudio Cerasa

Può definirsi sano un sistema in cui i pm confondono le proprie tesi processuali con le proprie visioni del paese? Tempa Rossa e il procuratore antimafia: una storia esemplare

Cosa succede quando la magistratura cade nella trappola dell’esondazione e in modo birichino, e dunque pericoloso, confonde l’agenda politica con l’agenda giudiziaria? Franco Roberti è un importante magistrato italiano: è l’attuale procuratore nazionale antimafia, dal 17 aprile 2015 riveste anche l’incarico di procuratore nazionale antiterrorismo, e come il suo predecessore Pietro Grasso, schiena dritta entrambi, scomodissimi entrambi, impeccabili entrambi, infaticabili lavoratori entrambi, indefessi scrittori entrambi, ha una certa dimestichezza con gli strumenti dell’informazione e in particolare con le telecamere televisive. Nonostante la sua instancabile attività nella lotta al terrorismo, alle mafie, alle camorre, alle ’ndrine e nonostante il molto tempo dedicato alla presentazione dei suoi manufatti (Roberti viaggia a un ritmo di cinque libri al biennio), al procuratore nazionale anti mafia capita spesso di trovare il modo di sponsorizzare e sostenere mediaticamente alcune inchieste particolari. E lo scorso anno in molti hanno notato la sua presenza nell’ambito della presentazione di un’indagine che da subito appariva contraddittoria e sulla quale invece il procuratore nazionale antimafia ha scelto di mettere il suo bollino in modo netto, chiaro, inequivocabile: l’inchiesta su Tempa Rossa. E’ il 31 marzo 2016, il pool dei pm di Potenza convoca una conferenza stampa lampo per presentare nel dettaglio le accuse che hanno portato all’indagine anche del compagno dell’allora ministro dello Sviluppo Federica Guidi (il dottor Gemelli). E senza pensarci due volte il procuratore sceglie di fare un blitz per presenziare alla conferenza stampa decidendo di andare giù duro.

 

Niente garantismo, le inchieste sono chiare, le accuse sono forti, non c’è nulla da dubitare. “Siamo di fronte a una organizzazione criminale di stampo mafioso, organizzata su base imprenditoriale…”. Siamo di fronte a un caso in cui “per risparmiare denaro ci si riduce ad avvelenare un territorio con meccanismi truffaldini”. Un anno dopo gran parte di quelle accuse sono cadute, i principali indagati sono stati scagionati, ma il dato su cui riflettere non è legato solo al fatto che alla conferenza stampa di accuse non ne sia seguita una di scuse da parte di Roberti. E’ legato a qualcosa di più. E’ legato a una sovrapposizione, certamente casuale ma non per questo meno azzardata, tra i due piani che abbiamo descritto all’inizio di questo articolo: agenda politica e agenda giudiziaria. Sarà stato certamente un caso ma il Franco Roberti (agenda giudiziaria) che è saltato sulla carovana dell’inchiesta della procura di Potenza che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro dello Sviluppo Federica Guidi è lo stesso Roberti che qualche giorno prima dell’inchiesta (agenda politica) aveva scelto di far sapere al paese le sue opinioni su una materia delicata che in teoria dovrebbe riguardare esclusivamente la sfera della politica e non la sfera giudiziaria.

 

E’ il 9 marzo 2016, un mese prima della conferenza stampa di Roberti. E quel giorno il procuratore nazionale antimafia, sottraendo tempo prezioso alla sua attività di lotta contro la criminalità organizzata italiana e internazionale, lancia il suo campanello d’allarme contro una riforma che portava il nome dello stesso ministro caduto a causa della successiva inchiesta: il ddl Concorrenza. Secondo Roberti, quella riforma, per come era formulata, in particolare agli articoli 44 e 45, “azzera le maglie dei sistemi di controllo”, “apre un varco formidabile per l’ingresso delle organizzazioni mafiose negli appalti” e avrebbe creato un “sistema di controlli indebolito”. Contro quell’attacco, si espose il ministro Guidi, che rispose indirettamente a Roberti entrando nel merito di quegli articoli: “Per quanto riguarda i notai si prevede di ridurre gli atti per i quali è obbligatorio ricorrere ai loro servizi professionali, sulla scorta delle raccomandazioni della Commissione europea e dei principali organismi internazionali”.

 

Un mese dopo – ma naturalmente la tempistica è casuale – cade il ministro dello Sviluppo per un’inchiesta basata sul nulla che coinvolge il suo ex compagno (Gemelli) e che consente al mondo di sapere tutto sugli equilibri del rapporto tra l’ex ministro e l’ex compagno del ministro (mi tratti come una sguattera del Guatemala). Cade il ministro e due mesi dopo (21 giugno) la commissione Industria del Senato sceglie di sopprimere i due articoli difesi dall’ex ministro e attaccati dal procuratore nazionale antimafia (44 e 45). Sei mesi dopo (gennaio 2017) le accuse che portarono alla crocifissione mediatica del dottor Gemelli e della sua ex compagna Guidi cadono (anche se i giornali fanno finta di niente) ma le modifiche al ddl Concorrenza restano. Nessuno naturalmente vuol dire che ci sia un collegamento tra l’inchiesta che ha indirettamente colpito la Guidi e le posizioni del procuratore nazionale antimafia che si è espresso a favore dell’inchiesta che ha colpito indirettamente la Guidi dopo essersi esposto contro la riforma che portava avanti l’ex ministro Guidi. Ciò che ci interessa sottolineare è la doppia particolarità del circuito giudiziario italiano. Proviamo a sintetizzare il problema con qualche domanda semplice. Può definirsi sano un sistema come il nostro che legittima l’interventismo dei magistrati su un qualsiasi tema che riguarda l’agenda politica del paese? Può definirsi sano un sistema come il nostro in cui può capitare che un magistrato importante scenda in campo politicamente contro un ministro della Repubblica? Può definirsi sano un sistema come il nostro in cui può capitare che un magistrato importante dopo essere sceso in campo politicamente contro un ministro della Repubblica scenda in campo a sostegno di un’inchiesta che colpisce indirettamente quel ministro della Repubblica? Può definirsi sano un sistema come il nostro in cui può capitare che un pool di magistrati importanti, come lo sono quelli di Potenza, dopo essere stati legittimati dal più importante magistrato d’Italia (il capo della procura antimafia), scelga di interrogare un ministro della Repubblica (ricordate il caso Boschi?) per mettere in discussione la sua legittimità a presentare un emendamento in una legge di Stabilità e processando dunque la discrezionalità di un ministro della Repubblica di fare una scelta politica al posto di un’altra? E ancora: può definirsi sano un sistema come il nostro in cui i magistrati mettono in campo non solo le proprie tesi processuali ma anche la propria visione del paese? E infine: può definirsi sano un sistema giudiziario come il nostro in cui i magistrati non fanno nulla per non confondere il codice penale con il codice morale? Noi una risposta ce l’avremmo. E voi?

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.