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Anche il Pd ha la polmonite

Bersani e gli altri. Ma si può stare in un partito guidato da un leader che si considera un pericolo per la democrazia? A 10 anni dal manifesto dei valori del Pd, la campagna referendaria dimostra che il Pd forse non esiste più.

14 Settembre 2016 alle 06:18

Anche il Pd ha la polmonite

Pier Luigi Bersani (foto LaPresse)

Arriva un momento nelle storie d’amore in cui può capitare che due amanti si guardano negli occhi e capiscono improvvisamente che il sogno è finito, che l’amore è svanito, che la passione è scomparsa e che ciò che unisce due persone è infinitamente minore rispetto a ciò che le separa. Arriva insomma un momento in cui due amanti capiscono che la coppia non c’è più si rendono conto che devono solo decidere non più se ma solo quando separarsi. Ci si può girare attorno quanto si vuole ma quel momento oggi, lo stesso identico momento, lo sta vivendo il più grande partito italiano, il Partito democratico, e lo sta vivendo alla luce del sole, in modo diretto, schietto ma in un modo traumatico: lui e lei non si guardano più, non si parlano più, non si capiscono più, si disprezzano, non vanno più a letto insieme (forse non l’hanno mai fatto) e ciò che unisce le due anime oggi è infinitamente minore rispetto a ciò che le separa. Il divorzio imminente e forse ormai inevitabile del Pd è una delle molte scene osservate nella pellicola di questa campagna referendaria e quale che sia il risultato del voto sulla riforma costituzionale un dato è certo.

 

Se un segretario in carica chiede ai suoi dirigenti di votare “sì” a una riforma che considera cruciale per la vita del proprio partito (e del proprio governo), come può considerare il proprio partito ancora esistente se si ritrova con un ex segretario che annuncia che voterà no (Bersani), un ex presidente del Consiglio che annuncia che voterà no (D’Alema), un ex candidato alla segreteria che annuncia che che voterà no (Cuperlo), un ex capogruppo alla Camera che annuncia che voterà no (Speranza)? Se succede tutto questo, se i tuoi avversari diventano nemici, se lo scontro verte non più sui dettagli, sugli emendamenti, su chi lava i piatti o su chi porta il cane a fare la pipì, ma diventa uno scontro feroce che mette in discussione la legittimità stessa di un segretario eletto da un milione e passa di voti a guidare il proprio partito, se si arriva a dire che il proprio segretario non solo può essere preso a calci in faccia ma è anche un pericolo per la democrazia, come si fa ad andare avanti e a far finta di nulla? Se succede tutto questo, come sta succedendo oggi nel Pd, come si fa a non ammettere che non esiste più quel partito che, come recita il Manifesto dei valori scritto dieci anni fa da tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica messe insieme da Romano Prodi, era nato per far confluire “grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire questo riferimento” ed era nato “dall’esigenza di costruire un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario”? Naturalmente i matrimoni della politica sono più imprevedibili di quelli della vita reale e tutto può succedere. Le due anime possono fingere di essere compatibili ancora per un po’.

 

Possono sperare che una sentenza della Consulta (sull’Italicum) sia sufficiente a far riavvicinare i due amanti. Possono far credere che chi vuole modificare la legge elettorale (l’Italicum) per tornare alle “coalizioni più eterogenee” voglia il bene del Pd e non invece la scissione del Pd (è così difficile capire che rendere più semplici le coalizioni significa tradire il progetto originario del Pd e rendere più semplice la nascita di un nuovo soggetto politico a sinistra del Pd?). Tutto può succedere. Ma se, come è successo ieri, capita che un ex segretario (Bersani) di un partito (il Pd) nato per far confluire “grandi tradizioni, consapevoli della loro inadeguatezza, da sole, a costituire questo riferimento” arriva al punto di preoccuparsi più dell’intervento dell’ambasciatore degli Stati Uniti (Phillips) a favore della riforma voluta dal segretario del proprio partito che di un vicepresidente della Camera (Di Maio) che accusa il segretario del proprio partito di essere come un pericoloso dittattore sudamericano (più o meno la stessa accusa lanciata dalla minoranza del Pd a Renzi almeno da due anni, ma per lo meno la minoranza del Pd sa che Pinochet si scrive attaccato e che il Cile non è una città del Venezuela) significa che qualcosa di profondo e di intimo si è rotto – e forse stavolta si è rotto per sempre.

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