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Idee per Renzi contro la noia

Matteo Renzi non uscirà dall’angolo – in cui un po’ si è cacciato e un po’ è stato spinto – avvitandosi nelle discussioni di corrente interne al Pd e occupandosi delle beghe di legislatura. Non ne uscirà il presidente del Consiglio, da quest’angolo, e rischia di rimanerci il paese tutto.

7 Luglio 2016 alle 06:06

Idee per Renzi contro la noia

Carnevale di Viareggio, la satira politica sui carri (foto LaPresse)

Matteo Renzi non uscirà dall’angolo – in cui un po’ si è cacciato e un po’ è stato spinto – avvitandosi nelle discussioni di corrente interne al Pd e occupandosi delle beghe di legislatura. Non ne uscirà il presidente del Consiglio, da quest’angolo, e rischia di rimanerci il paese tutto. Anche perché intanto, fuori dai nostri confini, le previsioni meteo si fanno minacciose e come minimo indecifrabili. Si prenda il solo contesto continentale. L’Unione europea ha appena fatto marcia indietro su una delle sue poche competenze davvero esclusive, quella che le consente di negoziare e ratificare accordi commerciali, previa votazione del Consiglio Ue (capi di governo) e del Parlamento europeo: l’accordo di libero scambio con il Canada da qualche ora è ufficialmente diventato un “accordo misto”, dovrà cioè essere ratificato da decine di parlamenti nazionali, e un singolo “no” sarà sufficiente per mandarlo all’aria. Si preannuncia lo stesso metodo, quindi, per il Ttip, l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Che perciò si allontana nel tempo, nella migliore delle ipotesi.

 

In soldoni, su pressione dei governi, Bruxelles appare rinunciare a una delle poche leve che si sarebbero potute azionare, a costo zero, per sostenere la ripresa. E di cui avrebbe beneficiato un un paese esportatore come il nostro, già saldamente legato agli Stati Uniti. E’ allarmante anche la dinamica con cui si è arrivati a colpire un accordo, quello con gli Stati Uniti, in via di negoziazione da tre anni. Due le date chiave. La prima è il 23 giugno scorso: gli inglesi votano “no” alla permanenza nell’Unione europea e così inizia il ritiro da Bruxelles del paese che più apertamente si era battuto per il Ttip, il paese europeo con la classe dirigente storicamente più atlantista e mercatista. La seconda data è il 3 luglio: il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, sferra un attacco inedito alla Commissione Ue, suggerendo di aggirarla quando possibile con il metodo intergovernativo. Detto fatto. Autorottamatisi gli inglesi e rottamata la Commissione, gli equilibri della triade Germania-Francia-Italia sono i seguenti: se Parigi sbraita contro l’eccesso di liberismo del Ttip, se la Germania tentenna e l’Italia si dice favorevole, giocoforza il Ttip viene soffocato in culla. Che fare, dunque? Renzi potrebbe abbandonare la retorica bolsa della “flessibilità” da strappare agli austeri tedeschi, alzare il telefono per riunire il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda (che fieramente si è battuto contro i rigurgiti protezionistici) e il ceo di Fiat Chrysler Automobiles Sergio Marchionne (quel signore italo-canadese che già una volta ha stregato Barack Obama e i sindacalisti di Detroit, ottenendo più lavoro per operai e manager italiani), e poi volare con loro a Washington. Come sta già facendo Londra dall’esterno dell’Ue, l’Italia si può mostrare pronta a negoziare un suo “Ttip bilaterale” con gli Stati Uniti in caso di passi falsi europei. Sarebbe linfa vitale per la crescita, occasione di governo della globalizzazione e chance per contestare – senza retorica – un allineamento franco-tedesco che ci penalizza.

 

In cima all’agenda, insomma, si mettano gli interessi dei produttori italiani. Siano essi grandi, medi o piccoli. La sospensione estiva dei talk-show e della loro opera martellante di agenda setting a trazione pensionistica potrebbe aiutare in questo senso. Certo, lasciare indietro i consumatori non si può, e qui Renzi avrebbe un’altra cartuccia a costo zero da sparare prima di arrivare alla legge di Stabilità. Sono le solite, incompiute, liberalizzazioni. Due economisti dell’Università di Pavia, Luciano Canova e Stefania Migliavacca, hanno appena calcolato che in Italia il solo valore aggiunto della sharing economy è stato pari a 3,5 miliardi di euro nel 2015. Non è finita qui: dalle ormai note società Airbnb (alloggio) e Uber (trasporto), passando per le meno battute attività professionali, finanziarie e assicurative in cui le piattaforme digitali consentono oramai di eliminare intermediazioni spesso arruginite e quindi gli annessi costi di transazione, la sharing economy “produrrà, sul sistema economico italiano, un impatto non irrilevante – scrivono i due studiosi – che va dai 14 miliardi di euro annui nel 2025 ai 25 miliardi dello scenario più ottimista”. A condizione, ovviamente, che già con il Ddl Concorrenza che giace in Parlamento non si continui con i lacci e i lacciuoli a uso e consumo dei soliti noti. Renzi batta un colpo, anzi due, per fuggire al vortice della noia.

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