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Profumo di ribaltone. Il Sistema non regge più?

Effetto Cinque stelle. L’establishment di Torino già prova a riposizionarsi

John Elkann si augura che non cambi nulla, Enrico Salza elogia il neo sindaco grillino Chiara Appendino. La piccola borghesia sabauda – per troppi anni esclusa dal Sistema di potere che ha governato la città dal 1993 – invece tenta la riscossa.

22 Giugno 2016 alle 06:18

Effetto Cinque stelle. L’establishment di Torino già prova a riposizionarsi

Chiara Appendino in piazza con gli elettori (foto LaPresse)

Torino. Non si sono ancora spenti i cori “onestà! onestà!” sentiti in piazza domenica notte per l’elezione di Chiara Appendino a sindaco di Torino, che già l’establishment della città lancia segnali di riposizionamento. Tra tutte le vittorie del Movimento cinque stelle, quella nel capoluogo piemontese è certamente una delle più indicative sulla battuta d’arresto del Pd renziano, ma non solo. Pochi giorni prima del ballottaggio, il banchiere Enrico Salza, ex presidente del comitato di gestione di Intesa Sanpaolo, aveva detto che Fassino “non può non vincere, altrimenti finiscono Torino e il Piemonte”.

 

Fassino non ha vinto, e adesso molti parlano della fine di quel patto, ideato proprio da Salza, che ventitré anni fa – sull’onda del clima antipolitico post Tangentopoli, simile per certi versi a quello attuale – estromise i democristiani e legò indissolubilmente tra loro sinistra, Fiat, borghesia laica e massoneria cittadina. Un sistema chiuso che ha governato (spesso bene) la città per oltre due decenni, ha distribuito incarichi ai cooptati e gestito affari e cultura con l’intelligenza e la scaltrezza di chi è abituato al potere. A tenere vivo il sistema è la Compagnia di San Paolo, la fondazione primo socio di Intesa Sanpaolo e “forziere” della città. Da Franzo Grande Stevens fino all’attuale Francesco Profumo, passando per Angelo Benessia, i presidenti della Compagnia sono sempre arrivati da ambienti della borghesia di sinistra, e la fondazione ha elargito fondi alle Università, al mondo della cultura e alla chiesa, da sempre allineati con il governo della città.

 

Un patto che ha retto a lungo, che ha cambiato pelle (ma non scheletro) negli anni delle Olimpiadi e della crisi della Fiat, ma che è arrivato con il fiato corto all’appuntamento delle comunali. I vertici di enti e partecipate in questi anni sono stati occupati a rotazione dalle stesse persone, spesso provenienti dal mondo Fiat e dintorni (uno studio di Silvano Belligni e Stefania Ravazzi pubblicato dal Mulino nel 2013 parla di un centinaio di teste ai vertici di 192 organizzazioni). L’età media dei nominati è superiore ai sessant’anni, e questi non rappresentano più un mondo borghese che nel frattempo è cresciuto e reclama i suoi spazi.
 


Piero Fassino (foto LaPresse)


 

Piero Fassino in questi anni ha tenuto rapporti con il mondo del lavoro sindacalizzato e con quello dei grandi industriali, che per forza di cose hanno perso peso e potere a Torino. Applaudito nei salotti bene, convinti ancora la scorsa settimana di una sua riconferma, ha dimenticato quel “mondo di mezzo” che nel frattempo aveva smesso di percepire come valido l’accordo stipulato ventitré anni fa tra i poteri cittadini. La sinistra comunista ha abbandonato Fassino poco prima della fine del suo mandato, appoggiando Appendino al ballottaggio, ma lo stesso ha fatto una parte della borghesia liberale. Sempre più ristretto e non coinvolgente per i giovani, il Sistema è stato giubilato e difeso in questi giorni sui giornali da personaggi come Evelina Christillin, che frequenta da vent’anni i cda delle principali fondazioni e società partecipate torinesi.

 

Chiara Appendino ha fiutato l’aria, si è tenuta lontana dai salotti e ha parlato con i piccoli imprenditori, i commercianti, i liberi professionisti. La sua prima mossa dopo la vittoria alle elezioni è stata quella di chiedere le dimissioni di Profumo dalla Compagnia di San Paolo e di Paolo Peveraro dalla presidenza di Iren, entrambi nominati da Fassino poche settimane fa (Peveraro è succeduto a Profumo). E’ l’antipasto di quello che potrebbe succedere nei prossimi mesi, anche se Appendino non ha una classe dirigente alle spalle: difficile che rivoluzioni tutto, ma alcuni cambiamenti li farà. L’establishment torinese, ancora visibilmente scosso dalla vittoria dei Cinque stelle, sta mandando segnali. Congratulandosi con lei, il presidente della Fca John Elkann si è augurato di fatto che tutto vada avanti come prima. Difficile, anche se Salza già ci prova: “Il sistema Torino può rilanciarsi proprio con Chiara”, ha detto a Repubblica ieri, in un’intervista in cui teneva a sottolineare che tra lui e la famiglia Appendino c’è stima reciproca da tempo, e che se lei ha bisogno di aiuto, lui – naturalmente – è pronto a darglielo.

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