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Della Vedova: "Pannella liberale autentico, le sue battaglie sempre in nome della politica e delle istituzioni"

Il sottosegretario di Stato per gli affari esteri ricorda alla Camera il leader radicale scomparso: "Ci ha insegnato che spesso bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non essere antipopolari".

25 Maggio 2016 alle 10:57

Ho avuto l'onore di passare anni straordinari al suo fianco e oggi ho il compito e il privilegio personale di prendere la parola, a nome del Governo, per ricordare Marco Pannella. Pannella esordì come parlamentare nel 1976 in quest'Aula, sedendo all'estrema sinistra dell'emiciclo in nome della destra storica, disegnando così un suo spazio politico singolare e non omologabile. Marco è sempre stato un uomo di parte e di partito, il suo partito, il Partito Radicale; eppure in questi giorni abbiamo assistito a un tributo popolare praticamente unanime, perché in lui in questi decenni gli italiani hanno visto un modo di fare politica appassionato ed intenso, proteso alla realizzazione di obiettivi di diritto e di diritti, mosso da idee e convinzioni prima che da convenienze. Un politico che rileva la propria radicale onestà come condizione doverosa e normale per chiunque si occupi di cosa pubblica.

 

A partire dall'uso dei regolamenti parlamentari, Pannella ha sempre agito con le regole e non contro le regole. Le sue più dure iniziative non violente – digiuni della fame e della sete per l'accesso all'informazione da parte dei cittadini sui referendum, per il plenum della Consulta, per le condizioni di vita nelle carceri – sono sempre state battaglie non contro le leggi ma per il rispetto delle leggi. Anche la disobbedienza civile, la violazione deliberata e comunicata della legge più volte praticata da Pannella e da tanti dirigenti radicali, compreso chi parla, non è mai stata una richiesta d'impunità ma, al contrario, un modo per denunciare agli occhi della pubblica opinione, attraverso il proprio arresto e la propria condanna, lo scandalo di una legge ritenuta sbagliata, costituzionalmente ingiusta o dannosa.

 

In alcune cose ha vinto, in altre no o non ancora. Da liberale autentico mai contro la politica e le istituzioni in quanto tali, ma sempre in nome delle istituzioni e della politica nella loro accezione più alta e lungimirante. Per Pannella si può davvero dire, con Hannah Arendt, che il senso della politica sia stato la libertà, intesa come libertà di inventare nuovi spazi ed esplorare nuove frontiere e come diritto di ogni uomo e di ogni donna a scoprire e realizzare se stessi, nel dialogo con gli altri, e di essere rispettati per quello che essi sono e vogliono essere nella loro diversità. Tantissimi italiani e, forse, soprattutto, italiane sentono di dovere a Pannella se la loro è stata una vita più libera, così milioni di persone omosessuali, milioni di persone perseguitate in tutto il mondo, dai dissidenti sovietici ai monaci tibetani che hanno trovato accanto Pannella e solo Pannella nella difesa dei loro diritti. Le sue battaglie: divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia, fame nel mondo, giustizia giusta e responsabilità civile dei giudici, finanziamento pubblico, legalizzazione della cannabis quarant'anni prima che diventasse misura di Governo nel Nord America e non solo; ma anche in quest'Aula e già in tutta Italia, grazie alla straordinaria Radio Radicale, moniti inascoltati negli anni Ottanta sulla follia del debito pubblico dilagante, sulle baby pensioni e, poi, sulle liberalizzazioni del mercato del lavoro e dei mercati protetti, sulle privatizzazioni come strumento di efficienza economica e di moralizzazione civile dell'Italia partitocratica e, ancora, la moratoria sulla pena di morte, il tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra e genocidio, il diritto di conoscenza come diritto politico per eccellenza, il fine vita, le condizioni delle carceri come misura di civiltà e di legalità di un Paese, e potrei continuare. Questo era Pannella.

 

Pannella, vale la pena di ricordarlo, oggi, in un'Europa scossa e attraversata da vecchi fantasmi, è stato un convinto federalista europeo – gli Stati Uniti d'Europa fino a Israele democratica –, fedele alla lezione di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli e persuaso che l'unica vera forma di patriottismo fosse quella antinazionalista. Quando negli anni Ottanta ammoniva sulla necessità di fare entrare subito la Jugoslavia nell'Unione europea, per sventare il rischio di una guerra dagli esiti inimmaginabili, nessuno lo prese sul serio, eppure lui aveva già visto, con anni di anticipo, gli orrori di Sarajevo e Srebrenica e il fatto che, a contenere anche le secolari ostilità dell'area balcanica, potesse essere solo l'integrazione di questi popoli nell'Unione europea, integrazione ora ampiamente in corso, ma dopo tanto, troppo, sangue. Per tutte queste iniziative, e concludo, signora Presidente, alcuni hanno amato e sostenuto Pannella, come è normale, tanti lo hanno combattuto, altri lo hanno ostracizzato; e non perché fosse senza contraddizioni, ma anche per come le ha vissute, alla fine, l'Italia tutta gli ha riconosciuto l'onore dovuto a un padre della patria, a un leone della libertà, come l'ha definito il Primo Ministro Renzi.

 

Consentitemi di chiudere con alcune tra le sue parole che trovo più evocative della buona politica, sia per i tempi presenti che per i tempi futuri: spesso bisogna avere il coraggio di essere impopolari per non essere antipopolari. Questo è il lascito più prezioso e impegnativo che Pannella consegna alla politica e alle istituzioni che ha amato e servito con onore. Grazie Marco.

 

Benedetto Della Vedova, sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale

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