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I ricordi di Paolo Prodi per capire perché la Costituzione è quasi “sacra”

Lo storico racconta che quell’esperienza politica vissuta come un “momento irripetibile”, un “paradiso”, uno “spazio sospeso” tra un nuovo inizio e una (prematura) disillusione, fu il momento in cui alcune delle migliori menti di quella generazione provarono a far vivere un sogno utopico.

11 Maggio 2016 alle 10:42

I ricordi di Paolo Prodi per capire perché la Costituzione è quasi “sacra”

Lo storico Paolo Prodi

La frase “forse abbiamo superato la fase storica della nostalgia tipica degli ex” Paolo Prodi non l’ha detta a Pierluigi Bersani, che lunedì a Bologna ha abbracciato Prodi (Romano) esclamando “volevo venire anch’io tra i reduci”. Però avrebbe potuto ben dirgliela, Prodi (inteso Paolo, lo storico). Perché a Bologna Prodi (Romano), Bersani, Enrico Letta e gli altri erano riuniti nel nome e nel magistero di Nino Andreatta, “il padre dell’Ulivo”, ma soprattutto il vero erede politico di Dossetti, il maestro spirituale di tutti loro e padre della Costituzione. C’è un lungo filo che lega le cose, ma per dipanarlo bisogna abbandonare il reducismo e usare invece la memoria di Paolo Prodi: “Nell’appartamento delle sorelle Portoghesi, al quarto piano di via della Chiesa Nuova 14, non abita la nostalgia o un sentimento da reduci: c’è il ricordo di un paradiso perduto”.

 

Lo storico emerito dell’età moderna ha appena dato alle stampe per Il Mulino “Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi”. Un libro prezioso e volutamente di margine, perché ripercorre il suo rapporto personale – e di testimone – con Dossetti, ed è infatti basato esclusivamente sui suoi archivi privati: 29 scatoloni di lettere, appunti, materiali inediti. Nel libro si parla di molte cose – ad esempio di come nei decenni si siano poi divise, spesso in polemica, le molte “officine” del pensiero cattolico-politico bolognese. E in realtà poco si parla della Costituente. Ma ci sono una ventina di pagine illuminanti che Prodi dedica alla “Comunità del porcellino” e spiegano qualcosa anche dell’oggi. A due passi dall’Oratorio di san Filippo Neri, a Roma, c’è un elegante palazzo che tra la fine degli anni Quaranta e gli anni del Concilio fu il rifugio-alloggio dove abitarono, amorevolmente accuditi dalle sorelle Portoghesi, alcuni protagonisti del cattolicesimo progressista italiano: Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani. I “professorini”.

 


Il politico, teologo e giurista Giuseppe Dossetti


 

Paolo Prodi ci arrivò dopo, quando studiava a Roma la Riforma cattolica e poi lavorò attorno al Concilio con Giuseppe Alberigo (“qualche volta ebbi l’occasione di andare a dormire nella stanza di Lazzati”). Ma di quella storia è testimone e discepolo. Il nome “porcellino” si deve a un membro del gruppo, Laura Bianchini, allora deputata che poi tornò a insegnare, e a un suo tipico intercalare, si racconta, sempre in “porco di qua, porco di là”. Una comunità sui generis, né partitino né gruppo religioso, ma che secondo Gianni Baget Bozzo fu la “più formidabile scuola di esperienza politica di tutto il movimento cattolico”. Un cenacolo conviviale, persino di “allegria”, ci si vedeva a pranzo o cena. Ma in quelle stanze, ricorda Prodi, furono in buona sostanza elaborati l’articolo 3 della Costituzione (“E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale”) e l’art. 7, quello sui Patti lateranensi. E qui si elaborò la rottura tra Dossetti e De Gasperi, che cambiò la storia della Dc e di molto futuro italiano.

 

L’esperienza di Dossetti e del suo gruppo negli anni della Costituente, evocata con brevi tratti da Paolo Prodi, aiuta a capire perché ancora oggi, per una parte del cattolicesimo progressista – in un arco “costituzionale” che va da Prodi (Romano) a Rosi Bindi, da Enrico Letta a personalità “non dossettiane” come Valerio Onida – la questione delle riforme istituzionali sia materia assai incandescente. E perché la Costituzione continui ad essere per loro non tanto “la Carta più bella del mondo”, espressione sufficientemente stupida da giudicarsi da sé, una cosa “sacra”. Se Paolo Prodi, che mai userebbe l’aggettivo così a sproposito, e tutti gli altri, che lo respingerebbero al mittente, ci concedono di usarlo in questo senso: che quell’esperienza politica e a un tempo religiosa, che Prodi racconta come un “momento irripetibile”, un “paradiso”, uno “spazio sospeso” tra un nuovo inizio e una (prematura) disillusione, fu il momento in cui alcune delle migliori menti di quella generazione – e non solo del cattolicesimo progressista – provarono a far vivere un sogno utopico. Il sogno di una rigenerazione della società che fosse (ci perdonerà Prodi anche la sintesi grossolana)  nello stesso tempo una rivoluzione politica e una rivoluzione spirituale e della chiesa.

 

La Costituzione fu, per il breve attimo di un’intuizione, o appunto di un’utopia, qualcosa che avvicinava o prefigurava quella sintesi. Di certo lo fu per Dossetti e per il magistero politico e spirituale che per decenni esercitò su una intera generazione politica. Se una parte consistente di quella storia politica, tra reduci ed eredi , guarda oggi con apprensione alle modifiche costituzionali, è dovuto al “miracolo di questo ‘intermezzo’, e del suo interesse per noi oggi”.

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