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Renzi non caccia nessuno dal Pd, al massimo non lo ricandida

Ragion pratica della linea morbida su chi andrà a votare per le trivelle e dirà no al referendum istituzionale. Paure capitali.

24 Marzo 2016 alle 10:38

Renzi non caccia nessuno dal Pd, al massimo non lo ricandida

Il premier Renzi (foto LaPresse)

La Direzione del Partito democratico, come è noto, è stata rinviata a lunedì 4 aprile. Mancano quindi diversi giorni a quell’appuntamento giudicato da molti cruciale, ma lo schema difficilmente cambierà. Matteo Renzi confermerà la linea del partito rispetto al referendum del 17 aprile sulle trivelle e, nel contempo, ribadirà che sarà comunque consentita la libertà di voto. Ma in quella sede si comincerà ad affrontare anche un altro tema referendario, questo sì particolarmente caro al presidente del Consiglio. Si sta parlando, naturalmente, del referendum istituzionale sulla riforma della Costituzione previsto in autunno. Il presidente del Consiglio inviterà il partito a cominciare a mobilitarsi per costituire i comitati del sì al ddl Boschi. Ma non andrà oltre, in attesa che la legge venga definitivamente approvata dalla Camera dei deputati.

 

Non andrà oltre, Matteo Renzi, ma il suo sguardo a questo proposito è già rivolto al futuro. Nello stato maggiore del Partito democratico si sta infatti già decidendo quale linea assumere nei confronti di quegli esponenti della minoranza interna che voteranno no al referendum istituzionale. Tra i renziani, l’impressione è che ce ne saranno diversi, anche se meno di quanto potrebbe sembrare in questa fase. Se non altro perché molti bersaniani hanno già votato sì in Parlamento alla riforma Boschi, e quindi peccherebbero quanto meno di incoerenza. Ma la linea di condotta prevista è quella che nemmeno in questo caso vi saranno delle sanzioni. Certo, prima dell’iniziativa referendaria il segretario farà indire un’altra Direzione in cui metterà ai voti un documento vincolante sull’argomento. Però per chi voterà contro al referendum non vi sarà nessuna espulsione. La linea del premier in questa fase è quella di far vedere che lui non caccia nessuno e che, semmai, è la minoranza che cerca ogni pretesto per rompere.

 

Dunque, di fatto, nemmeno per la madre di tutte le battaglie, ossia il referendum, verra imposta in modo tassativo la disciplina di partito. Chi vota no resta dentro il Pd. Sempre che lo voglia. E non si tratta di un elemento di debolezza, questo atteggiamento, come potrebbe apparire a tutta prima. Il presidente del Consiglio, infatti, è convinto (e lo confermano tutti i sondaggi) che il referendum sarà per lui un successo. Anche per questo ha legato la sua permanenza a Palazzo Chigi all’esito delle urne di ottobre. Perciò, se la minoranza ci sta o no, gli è totalmente indifferente, visto che non sposta un voto. Di più: se i bersaniani insisteranno nel votare contro per Renzi sarà ancora più semplice risolvere il problema delle liste del 2018. Avrà un motivo più che valido per assegnare un assai esiguo numero di posti alla minoranza.

 

Ma prima dell’appuntamento referendario vengono le elezioni amministrative e quelle sì che non saranno indolori. I renziani pensano di vincere senz’altro a Milano, anche se rilevano che Stefano Parisi è in forte ascesa e quindi la battaglia elettorale nel capoluogo lombardo non sarà così semplice come si era pensato in un primo momento. Su Roma, invece, i dubbi sono fortissimi. Anche se vengono pronunciati a bassa voce e solo nei conversari riservati. Per farla breve, al Partito democratico si dà per persa, salvo miracoli, la Capitale. E una certa trepidazione riguarda anche Torino, benché una parte di Forza Italia (quella che fa capo all’ex presidente della giunta regionale Enzo Ghigo) voterà per il sindaco Piero Fassino.

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