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Il pegno d’amore che inchioda il Cav.

Oltre le rappresentazioni politiciste. Per decifrare la misteriosa rinuncia di Berlusconi a un’uscita di scena con grandeur, si torna al suo essere sempre rimasto uomo privato. Fin dentro il patto del Nazareno con Renzi.

4 Gennaio 2016 alle 19:56

Il pegno d’amore che inchioda il Cav.

Silvio Berlusconi (foto LaPresse)

Berlusconi è nelle peste, si dice. E’ circondato di saltimbanchi, mimi e varia maestranza di un teatro piccolo piccolo. Non sa che cosa fare né può fare più molto se il suo problema sia quello di riconquistare la leadership di una coalizione alternativa alla sinistra trasversale di Renzi, per vincere e vincere in prima persona: questo è l’obiettivo dichiarato da lui stesso, ma non sembra a portata di mano. La rappresentazione è un po’ di maniera, ingenuamente retroscenistica e politicistica, ma c’è del vero, naturalmente.

 

Però così non si spiega alcunché. Resta qualcosa di oscuro, di misterioso. Berlusconi è notoriamente un uomo molto intelligente, ha istinto passione egotismo bastanti per mille cimenti. Lo ha dimostrato in molte occasioni. Chi lo ammira e gli vuole bene, me compreso, è per questo che lo ammira e gli vuole bene. Ora, questa sua rinuncia alla grandeur di un’uscita di scena che sarebbe stata anche il cominciamento di una nuova commedia, e tra le più brillanti, è difficile da decifrare, ma non è impossibile. Sapete di che cosa parlo.

 

Tra poco sarà, con il 18 gennaio, il secondo anniversario del famoso patto del Nazareno. Sta per uscire un libro di Massimo Parisi dedicato all’evento. E’ ricco di informazioni di dettaglio, ha il passo di una testimonianza politica interessante, si fonda in gran parte sui Verdini papers, cioè sui rapporti non convenzionali e riservati che il disciplinato e leale mediatore del patto, Denis Verdini, usava recapitare via mail al suo presidente. E’ universalmente noto che con quel patto Berlusconi, cacciato dal Senato dopo una sentenza di condanna definitiva, esattamente vent’anni dopo il suo ingresso scandaloso e fatale in politica (1994), aveva trovato una via d’uscita maestosa dalla panne in cui l’attivismo giudiziario accanito e una forsennata campagna di delegittimazione nazionale e internazionale avevano messo il suo progetto e il suo ego politico personale (sono la stessa cosa, via, e non è la prima volta nella storia che le sorti di un capo politico e delle sue idee o della sua sensibilità o delle sue realizzazioni si identificano).

 

Berlusconi aveva avuto il suo 18 aprile degasperiano con la vittoria napoleonica del ’94. Poi tra sconfitte e vittorie aveva dominato per vent’anni la scena politica e di costume dell’Italia, anche dall’opposizione, segnalandosi nel mondo come il protagonista outsider di una storia non comune, di un’avventura che aveva del portentoso.

 

A quel punto, ingravescente aetate, gli si era offerta l’occasione della vita. L’uomo nuovo della politica italiana stringeva con lui, in circostanze controverse e dannate subito da tutti i nemici comuni, un accordo di riforma elettorale e costituzionale di ampia portata e decisive conseguenze. Questo uomo nuovo, capo del partito di maggioranza, della sinistra e del governo, era figlio suo sotto molti profili, e per sua stessa ammissione di padre (“lo vorrei a capo del mio movimento”, “mi assomiglia”). Rottamati tutti i nemici Curiazi che Berlusconi aveva prima battuto, uno dopo l’altro come accadde al terzo Orazio nella leggenda della guerra tra Roma e Alba, Renzi per stile e idee si affermava, sulla scia di Blair nella sua stretta relazione successoria con la Thatcher, come un continuatore e, ciò che è straordinario, continuatore dall’altra parte della barricata della visione nuova delle cose imposta da Berlusconi vent’anni prima. Che cosa mai poteva volere di più dalla vita il vecchio e indomito Cav.?

 

[**Video_box_2**]Invece di considerare un dettaglio tutto il resto, e stare alla sostanza e alla verità effettuale della cosa, invece di delegare poteri democratici effettivi a un successore del e nel suo partito, pregandolo di fare il possibile per tenere insieme una costellazione liberal-moderata alternativa ma nel quadro del patto per le riforme che faceva di lui un leader repubblicano pienamente riabilitato, se così si può dire, Berlusconi un anno dopo, tra mille oscillazioni e capricci, rompe il patto perché ritiene tradita la sua fiducia a causa dell’elezione di Sergio Mattarella al posto di Giuliano Amato, e rapidamente si consegna alla marginalità politica attuale. Voleva da quel ragazzo (“ha la metà dei miei anni”) un pegno d’amore, e ingenuamente credeva, subornato dai soliti noti, che con Amato al Quirinale sarebbe arrivata la Grazia presidenziale a riparazione dell’ingiustizia che gli era stata fatta con la sentenza cosiddetta Esposito. Ma il pegno d’amore, lo scambio azzardoso sulla parola, posto che la parola fosse stata pronunciata, in politica non esiste. Craxi non onorò la staffetta con De Mita, preferì la fama di inaffidabile a un atto lesivo della sua prerogativa regia. Berlusconi questo lo sapeva benissimo, e il libro di Parisi racconta il suo finale capriccio con dovizia di particolari anche inediti. Renzi tutto poteva fare ma non eleggere al Quirinale un uomo di prim’ordine ma impopolare e segnato da un patto collaterale contratto da Berlusconi con l’astuto D’Alema.

 

Ancora una volta Berlusconi è spiegato solo dal suo essere sempre rimasto uomo privato, qualcuno per cui un patto politico pubblico vale meno di un pegno d’amore per quanto impossibile. La crisi del suo secondo matrimonio si era intrecciata a suo tempo con l’esplosione semipubblica dei suoi couchage, e con la persecuzione giudiziaria e mediatica impudica da sempre a lui destinata. L’uomo è fatto così, e questa è anche la sua ostinata personalità, la sua verità mai dissimulata: fiducia e pegni d’amore, e al diavolo la politica. Solo così si spiega la sua abdicazione al ruolo regio che avrebbe dovuto ricoprire e il suo rituffarsi nella ricerca senza fine di una vendetta ogni giorno sempre meno verosimile.

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