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Salvarsi dai Salvini

In Italia c’è un nuovo bipolarismo che costringe il vecchio centrodestra a fare una scelta. Appello per una futura e centrale coalizione con Renzi

4 Novembre 2015 alle 13:48

Salvarsi dai Salvini

“Dal nostro punto di vista – scrive Cicchitto, ex Pdl, ora Ncd – la forza di Renzi sta nel fatto che egli ha smantellato la ditta con il suo intreccio di massimalismo sociale, di giustizialismo politi

Se vogliamo capire quello che oggi sta succedendo sia nel centro-destra che nel centro-sinistra dobbiamo partire da prima delle elezioni del 2013. Anche allora Verdini faceva l’ufficiale di collegamento per Berlusconi con il Pd, lo faceva tenendo i rapporti con chi era allora il titolare della “ditta”, cioè con Bersani e il suo braccio destro Migliavacca, discuteva con essi di leggi costituzionali e specialmente di legge elettorale rispetto alla quale di comune intesa fu verificato che non esistevano le condizioni per modificare il porcellum. Allora Verdini non era il “mostro di Lochness” perché trattava con la “ditta” post-comunista. La ditta post-comunista che allora controllava il Pd era in perfetta continuità con quel Pds che, attraverso l’uso politico della giustizia, aveva “picconato” l’area di centrodestra della Dc (salvando invece la sinistra democristiana) e aveva distrutto Craxi. Fino a poco prima delle elezioni del 2013 quella “ditta” da un lato trattava con Berlusconi e con Verdini sulla legge elettorale e dall’altro puntava a “smacchiare” il Cavaliere anche attraverso una nuova versione dell’uso politico della giustizia tramite la legge Severino. Ora sotto la segreteria di Bersani – che violava la regola non scritta del Pci secondo la quale mai un emiliano poteva essere segretario del partito – sono avvenuti per il Pd disastri di tutti i tipi. Una specie di maledizione di Tutankhamon per la violazione di quella legge non scritta. Così nel 2013 il Pd perse le elezioni, che invece tutti i sondaggi davano per vinte, anche per come Bersani aveva condotto la campagna elettorale. Per di più, sempre Bersani si complicò la vita quando nella scelta di deputati e senatori procedette a raffazzonate primarie le cui conseguenze furono dei gruppi parlamentari “incontrollabili” per cui andò incontro al secondo disastro: la mancata elezione di un nuovo presidente della Repubblica nella persona di uno dei due “mostri sacri” del centrosinistra, cioè di Marini e di Prodi. La conseguenza di questa catastrofe fu la conferma di Napolitano scongiurato in ginocchio a farsi rieleggere sia da Bersani sia da Berlusconi (che adesso ne parla come di un golpista ma che allora lo sostenne senza se e senza ma).

 

In parallelo, però, anche il centrodestra era stato molto attivo nel combinarsi guai. Nel corso del 2012 aveva passato il tempo a litigare sulle primarie, ma precedentemente, subito dopo le trionfali elezioni dal 2008, il Pdl si era rivelato un gigante dai piedi d’argilla per due ragioni: perché Forza Italia e An erano antropologicamente e “razzialmente” non omologabili per cui subito dopo la sua formazione si manifestò una sorta di reazione di rigetto tamponata con regole burocratiche per la ripartizione delle cariche interne. Questo ricorso alla mediazione burocratica non evitò una sorta di sfida all’OK Corral fra Berlusconi e Fini derivante dal fatto che il primo lavorò per acquisire al suo diretto controllo i colonnelli di AN. Fini reagì organizzando addirittura una scissione sotto il patrocinio mediatico di Repubblica e del TG3 che non risultò il migliore viatico per costruire una “nuova destra”. Entrambi i duellanti andarono incontro a conseguenze assai negative: Fini è scomparso dalla scena politica, ma il governo Berlusconi fu destabilizzato fin dal 2010 anche se allora Napolitano fece passare quarantacinque giorni per verificare l’esistenza di una maggioranza parlamentare. In quegli anni Berlusconi non si fece mancare niente sul terreno degli autogol: per un verso subì senza sua colpa ben due crisi finanziarie internazionali, ma certamente fu anche per sua colpa che il suo governo perse sempre più credibilità internazionale a causa delle sue profonde divisioni interne proprio sulla politica economica (scontri all’arma bianca fra Tremonti, Berlusconi, Renato Brunetta e i ministri del Pdl, la Lega Nord) e per la celebrazione delle cosiddette feste eleganti (almeno cinquanta, un autentico tour de force) che certamente non avevano rilievo penale ma che avevano di per sé effetti politici devastanti. Alle elezioni del 2013 sia il Pdl che il Pd pagarono anche il prezzo del sostegno che avevano dovuto dare alla politica economica di lacrime e sangue adottata dal governo Monti per evitare il collasso finanziario. I risultati delle elezioni del 2013 segnarono la fine del bipolarismo perché Forza Italia perdette circa 6 milioni di voti, il Pd ne perse 3 e si affermò con il 25 per cento dei voti un movimento globalmente protestatario quale il Movimento 5 Stelle. Le cose, però, non si fermarono qui. Per sessanta giorni Bersani accarezzò il folle disegno di poter fare un cosiddetto “governo del cambiamento” nel quale il Movimento 5 stelle avrebbe appoggiato un governo Pd. Ciò significava chiedere al Movimento 5 Stelle e al suo leader Grillo il suicidio. Ovviamente il Movimento 5 Stelle non si suicidò e a suicidarsi fu proprio Bersani.

 

Diversamente da Bersani, Berlusconi fu lucidissimo e capì che l’unica via per evitare la catastrofe (cioè le elezioni anticipate) era un “governo delle larghe intese” fra Forza Italia e il Pd. Dopo sessanta giorni buttati dalla finestra Bersani fu costretto ad arrendersi (mentre Renzi cresceva dentro il Pd in seguito alla catena di errori del suo gruppo dirigente tradizionale), e diede via libera, appunto, a un governo delle larghe intese, presieduto da Enrico Letta. Era la vittoria politica di Berlusconi che non a caso fece il seguente comunicato: “Abbiamo fatto tanto per dare all’Italia un governo e avviare le riforme per la ripresa e questo non può essere messo in discussione, in pericolo per una sentenza infondata e iniqua, dobbiamo sforzarci per tenere distinte le vicende mie personali dal governo e dalle riforme. Mi rendo conto che lo sforzo non è facile soprattutto per me”. Bene, siccome la pulsione per l’autogol era sempre fortissima in entrambi i due partiti maggiori, a quel punto si scatenò l’estremismo forzista. Per Brunetta, Fitto, Verdini, Sallusti e altri, il governo di Enrico Letta divenne subito un bersaglio da colpire e abbattere. Ora in tutti questi anni Berlusconi non ha tenuto mai ferma una linea politica per più di un mese e ha proceduto a zig zag. Così nello spazio di pochi giorni egli decise che bisognava far cadere il governo Letta salutato poco prima come una vittoria: il 28 settembre del 2013 Alfano e gli altri ministri del Pdl al governo Letta ebbero l’ordine di dimettersi. Ovviamente oggi nessuno riconosce ad Alfano e ai suoi amici il fatto che essi, prendendosi la responsabilità di rompere con Berlusconi, evitarono che si andasse dritti a elezioni anticipate per cui se oggi stiamo discutendo di riforme istituzionali o di una politica economica per la crescita ciò lo si deve alla scelta fatta allora dai “traditori” che diedero vita al Ncd. Se non ci fosse stata la scelta di rompere il Pdl per salvare il governo, gli spread sarebbero nuovamente esplosi e l’Italia sarebbe venuta a trovarsi in una situazione simile alla Grecia, ed era assai probabile che le elezioni sarebbero state vinte dal Movimento 5 Stelle, visto il fallimento politico sia del Pdl sia del Pd. Comunque anche dall’altra parte, cioè a sinistra, non è che allora rimasero con le mani in mano sul terreno degli autogol. In effetti, Bersani e lo stesso Enrico Letta furono gli inconsapevoli kingmakers di Renzi: dalla inusitata scelta fatta da Bersani delle primarie aperte a tutti i cittadini per l’elezione del segretario del partito, all’astensione da esse di Enrico Letta, che evitò così un fondamentale terreno di battaglia politica, alla stessa gestione del governo, la conquista della segreteria fu offerta a Renzi su un piatto d’argento. Infatti sul terreno del governo il metodo del cacciavite (cioè quello di procedere con una gestione della politica economica minimalista e continuista) innestato su una politica generale subalterna a quella tedesca provocò in tempi rapidi una sorta di rigetto da parte di quelle stesse forze sociali (in primis Confindustria, Confcommercio, piccole imprese) che avevano scongiurato Alfano e i suoi amici affinché respingessero la scelta di Berlusconi di provocare la crisi. A quel punto però nel Pd emersero due tipi di reazione: di fronte all’impasse messo in evidenza dalla linea di Bersani-Letta, nella memoria storica dei militanti del Pd si rinnovò l’eco della famosa battuta di Moretti: “Con questi dirigenti non vinceremo mai”. Questa evocazione si intrecciò con l’iniziativa politica svolta da Matteo Renzi che trovava la sua celebrazione mediatico-politico-programmatica nella assemblea politica e programmatica della Leopolda. Renzi ha sempre evitato, e ciò è stato insieme un pregio e un limite, di dare una cornice “ideologica” o “culturale” complessiva alla sua iniziativa. Il senso di essa, però, è stato ed è molto netto: la grande forza di Renzi sta nel fatto che egli ha smantellato “la ditta” con il suo intreccio di massimalismo sociale, di giustizialismo politico e culturale, di consociativismo neo-corporativo ed è riuscito nell’impresa nella quale fallirono sia la DC, sia specialmente Bettino Craxi, e cioè quello di sconfiggere davvero il Pci e poi il Pds facendo emergere finalmente una sinistra su posizioni esplicitamente socialdemocratiche e riformiste. A suo tempo per esorcizzare questa possibilità, il partito berlingueriano, come abbiamo visto, non esitò a usare “l’arma segreta” costituita da Mani Pulite. Allora nel ’94 il progetto politico di Occhetto-D’Alema, insieme cupo nella sua immagine e illiberale nella sostanza, fu bloccato dalla prima grande novità che esplose nella vita politica italiana e fu costituita dalla discesa in campo di Berlusconi che coprì il vuoto politico che si era determinato nell’area politica e sociale di centro attraverso l’iniziativa di un leader fantasioso, imprevedibile ed effervescente che ricorse ad un repertorio straordinario costituito dall’utilizzazione del mezzo televisivo, dal lancio del messaggio della rivoluzione liberale e anche dalla valorizzazione di personalità e di suggestioni culturali tipiche sia del revisionismo liberal-socialista sia di quello cattolico (da Lucio Colletti a Marcello Pera via don Gianni Baget Bozzo). Quindi, a partire dal 1994, Berlusconi è stato la prima grande novità del sistema politico italiano facendo decollare tutto un nuovo modo di far politica che scandalizzò e colse di sorpresa sia la sinistra post-comunista sia l’establishment tradizionale, ma che ha segnato nel profondo la vita politica e culturale del paese. Così Berlusconi riuscì ad aggregare tutto il centrodestra e giocò una difficilissima partita vincendo tre volte e perdendo due, in sostanza impattando la partita contro la “ditta”. Questa partita fra berlusconismo e antiberlusconismo è durata vent’anni, si è conclusa in un sostanziale pareggio, che ha finito col logorare entrambi gli avversari. Berlusconi dal 2011 in poi non è stato più quello del 1994, è diventato ripetitivo nei suoi slogan, il suo carisma si è appannato, ha proceduto a tentoni e a zig zag. Come spesso avviene la sopravvenuta debolezza politica ha dato spazio ad un nuovo attacco giudiziario del tutto strumentale realizzato attraverso l’attuazione retroattiva della legge Severino.

 

[**Video_box_2**]Ad un certo punto, fra il 2013 e il 2014 Berlusconi si è ritrovato emarginato da tutto con il rischio di essere definitivamente affondato. A tirarlo fuori dal baratro è intervenuto Verdini con la mossa geniale costituita dal patto del Nazareno frutto dell’incontro fra due machiavellismi, quello di “Denis” e quello di Renzi. Così Verdini tolse Berlusconi dall’isolamento portandolo addirittura, pur essendo un condannato in espiazione di pena, nel sancta e sanctorum del Pd di Via del Nazareno. A sua volta però Renzi realizzò una sorta di nuova versione della togliattana svolta di Salerno (la collaborazione del Pci con il re) ottenendo da Forza Italia una sponda per rilanciare e realizzare le riforme istituzionali in parlamento e anche la via per sostituire Enrico Letta alla presidenza del Consiglio approfittando del fatto che quest’ultimo si era arenato sul piano dell’iniziativa politico-programmatica. L’Italia era bloccata, e proprio per salvare il sistema bisognava smontare il monoblocco di potere che aveva imbalsamato il paese, occorreva un’azione politica fortissima, durissima, fuori dagli schemi tradizionali. Renzi ha impersonato questa esigenza, dalla rottamazione alla ricostruzione. Si apriva così una nuova fase, nella quale forse sarebbe anche stato possibile in un futuro di medio periodo una ricomposizione su nuove basi di un centrodestra moderato e riformista fra Ncd e Forza Italia, visto che il primo stava al governo e di fatto Forza Italia lo appoggiava dall’esterno. Invece, ancora una volta l’ala estremista di Forza Italia, questa volta senza Verdini, si scatenò, e Berlusconi rovesciò di nuovo la sua linea politica rompendo il patto del Nazareno in seguito alle elezioni per il presidente della Repubblica, quasi che Mattarella rappresenti chissà quale pericolo di stampo giustizialista e non un intelligente post-democristiano che in Parlamento, addirittura, a suo tempo votò contro l’arresto di Previti, dando prova della sua onestà intellettuale. Gli effetti negativi di questo procedere a zig-zag sono stati notevoli. Sul piano politico generale, l’ennesimo soprassalto estremista di Forza Italia ha avuto come conseguenza il fatto che la leadership del centrodestra è stata presa in mano da Salvini che rispetto a Berlusconi è più estremista, più populista e ha il vantaggio di essere una “new entry”. Questi zig zag sul piano politico e una gestione del tutto familistica del partito, hanno provocato nel corso di due anni, dal 2013 al 2014, il distacco di ben nove milioni di elettori e la fuoriuscita dal Pdl-Forza Italia di circa due terzi del suo gruppo dirigente: le due cose, combinate insieme, richiederebbero a qualunque leader una riflessione autocritica. Ora questa parallela involuzione conservatrice sia del centrodestra sia del centrosinistra e il peso della recessione economica hanno prodotto l’esplosione di un movimento protestatario privo di qualunque cultura di governo. Ebbene, nel 2014-2015 l’unica risposta dinamica a questo populismo di nuovo tipo è stata costituita dalla seconda grande novità emersa nel sistema politico italiano che stavolta è sorta all’interno della sinistra, con la vittoria di Renzi prima nel partito poi a livello di governo. La novità non è stata di poco conto: essa ha comportato la rottamazione della sinistra post-comunista e l’affermazione di una nuova leadership che certamente mette in campo notevoli forzature mediatiche e comportamentali, ma è fondata su una posizione innovativa di tipo riformista-blairiano che va al di là delle tradizionali divisioni fra il centrodestra e il centrosinistra e che addirittura attua una serie di misure istituzionali, politiche, economico-sociali che si collocano lungo una posizione riformista innovativa che è contrapposta sia a quella della destra reazionaria, clericale e populista, sia a quella della sinistra post-comunista. Questa linea innovativa si è affermata solo perché portata avanti da un leader dotato di una grande capacità di comunicazione, da una grande velocità di realizzazione, da un notevole grado di ferocia nella gestione dello scontro politico. Tutto ciò può piacere o non piacere sul piano estetico ma allo stato le alternative ad esso sono costituite da un movimento protestatario privo di cultura di governo, o da un centrodestra a trazione leghista con un Berlusconi indebolito e ripetitivo o dalla sinistra bersaniana-dalemiana: Dio ce ne scampi e liberi da ognuna di queste tre ipotesi. Orbene a nostro avviso tutto ciò richiede il sostegno all’azione del governo da parte delle forze moderate e riformiste che provengono dal centrodestra ma impone che esse si autodefiniscano, si aggreghino, si diano una soggettività politica e programmatica comune. Allo stato questa soggettività non c’è, e non è neanche detto che ci sarà. L’esperienza insieme più tormentata e più significativa fra quelle di centro è certamente quella del Nuovo Centro Destra. Nella fase successiva alla sua nascita ha nuociuto al Ncd un appiattimento sul governo. Per altro verso, però, quello che sta facendo il governo giustifica Renzi se richiede la presenza in esso di una compagine moderato-riformista che bilancia le posizioni conservatrici della minoranza di sinistra del Pd. Ora, in questa che, come dice Quagliariello, è una nuova fase, l’Ncd deve rivedere molte cose riguardanti il suo modo di essere e la sua stessa denominazione ma in un senso opposto a quelli di chi vorrebbe tornare vicino a Berlusconi e a Salvini: bisogna prendere atto che il riferimento al centrodestra non ha più ragion d’essere e invece va definito insieme ad altre forze un “nuovo centro”. A nostro avviso l’eventuale mutamento della legge elettorale deriva non da qualche ultimatum avanzato in modo ricattatorio nel corso della vicenda parlamentare, ma da qualcosa di più profondo, l’affermazione di una consistente e unitaria forza di centro in Parlamento e nel paese. Né qualcuno può pensare che la soggettività del Ncd può basarsi solo su una caratterizzazione di stampo clericale che secondo alcuni sarebbe la ragione ideale della differenziazione dal leaderismo blairiano di Renzi. Così la differenziazione riguarderebbe solo un nucleo ideologico del tutto estremista. Il problema va posto in modo del tutto diverso. Rispetto alla permanente dialettica fra il blairiano Renzi e il suo partito, che è un mix di tante cose compreso ciò che sopravvive della “ditta” comunista, nessuno oggi collocato nel centro può pensare di collocarsi nel Pd. E’ necessario allora che si coaguli un centro moderato e riformista, cattolico e laico che si dia una soggettività politica e culturale nel paese, che, forte di ciò, sia un autorevole alleato di governo e che quindi conduca una comune battaglia con Renzi per la modernizzazione riformista del paese in contrapposizione sia al populismo protestatario, sia a quello lepenista sia ai conservatori di sinistra.

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