Matteo Salvini e Umberto Bossi (foto LaPresse)

Il Matteo e l'Umberto

Salvatore Merlo
E nei loro incontri privati sono parole gonfie e misere, tenute su con gli spilli d’una gentilezza bugiarda a coprire disamore e diffidenza, forse persino disprezzo: Bossi lo morde e lo accarezza, “il segretario è Salvini”.

Roma. E nei loro incontri privati sono parole gonfie e misere, tenute su con gli spilli d’una gentilezza bugiarda a coprire disamore e diffidenza, forse persino disprezzo: Bossi lo morde e lo accarezza, “il segretario è Salvini”, “i soldi della Lega non li ho mica presi io”, dice, mentre l’altro si esercita nella ginnastica dell’omissione, dunque parla del vecchio capo, dell’Umberto, è a lui che allude, eppure non lo cita mai: “Chi mette in dubbio la mia onestà, trasparenza e correttezza ne risponderà ai cittadini e in tribunale”. E così la vicenda dei rimborsi elettorali, quel processo per truffa che vede imputato Bossi assieme all’ex tesoriere della Lega Belsito, quel procedimento appena cominciato a Genova con la Camera e con il Senato che si sono costituiti parte civile, diventa lo spurgo finale, l’ultima perla in quel collier di imbonimenti, dispetti, richiami, trame e avvertimenti che è diventata la turbolenta coabitazione tra il vecchio Bossi e il nuovo Salvini, tra il grande capo malconcio e il suo antico delfino Roberto Maroni. “Non c’è nessun contenzioso. Bossi è pienamente solidale con Maroni e con Salvini”, dice Matteo Brigandì, che fu parlamentare della Lega. Ma poiché Brigandì è anche l’avvocato di Bossi – e gli è soprattutto amico – cerca di proteggere il suo assistito non solo dai magistrati ma anche dagli altri “amici” di un tempo, dai discepoli rinnegati: perché Bossi è una bestia ancora imponente, una bandiera sentimentale capace di suscitare l’emozione dei militanti alle feste di provincia, di accelerare il metabolismo sul palco di Bergamo e di Varese, ma si è pure trasformato da condottiero carismatico, da leader incontestabile che era, in un vaso di coccio sballottato e spesso anche maltrattato dal partito cui pure ha dato i natali. Una reliquia ingombrante, ancora dotata di parola e di memoria, dunque in definitiva pericolosa, sulla quale alcuni vorrebbero far scendere un oblio con pochi spiragli, quelli dei repertori, generici come gli epitaffi.

 

E ogni volta che Bossi parla, critica, allude, rilascia un’intervista o si abbandona a un commento ironico, c’è una ragione che riguarda i suoi rapporti con il nuovo potere leghista, la sua battaglia per la sopravvivenza: economica, giudiziaria, politica. E’ un’altalena. Gli fanno un dispetto privato, lui risponde con uno sberleffo pubblico (“Salvini sa prendere i voti. Ma questi voti, dopo che li prende, dove li porta? Che ci fa?”). Allora quelli riparano e gli danno soddisfazione, e così lui dice che “Salvini è un bravo ragazzo e potrebbe fare il sindaco di Milano”. A febbraio, per esempio, in conseguenza di un piano di tagli che riguardava settantuno dipendenti del partito, gli avevano tolto cinque assistenti (Giambattista, Luca, Emiliano, Marino e Andrea), a lui che è sopravvissuto a un ictus ma deve misurarsi tutti i giorni con una paralisi e ha dunque bisogno che qualcuno gli stia accanto, giorno e notte, con turni da otto ore. A settembre, leggendo le agenzie, il vecchio scoprì che la Camera s’era costituita parte civile contro di lui. La notizia l’aveva colto alle spalle come una sassata: nessuno della Lega lo aveva avvertito, anzi la Lega non s’era nemmeno presentata alla riunione dei capigruppo. E un mite rancore, un bofonchiamento già affiorava qua e là nelle dichiarazioni dell’Umberto: una stizza neppure tanto nascosta. Poi venne il giorno di Pontida: via gli ultimi poteri (come quello di riammettere gli espulsi, tipo Flavio Tosi). E venne anche il giorno del suo settantaquattresimo compleanno, quando Luca Morisi, l’architetto della propaganda di Salvini, con un giro di email diede disposizione d’evitare “auguri pubblici a Bossi”.

 

[**Video_box_2**]Una richiesta estesa anche a senatori e a deputati, che sembrò tanto stupida da esplodere rapidamente in un dibattito sempre più convulso e sempre meno riservato. Adesso dicono che Calderoli voglia le ultime spoglie, l’ultimo pennacchio rimasto a Bossi: la carica di presidente del partito. Il vecchio capo vorrebbe lasciarsi la guerra alle spalle, muoversi nella penombra di decenti omertà, con il sangue in pace, finalmente. Ma l’affare Belsito, con le possibili richieste di pignoramento (per 59 milioni di euro), è una nuova spina di angustia e malaugurio che gli tiene compagnia: “Quei soldi sono rimasti nella Lega e li ha spesi chi è venuto dopo di me”. Cioè Salvini (e Maroni). Una vicenda che forse riassume in sé la tragedia d’un mondo al crepuscolo.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.