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Contro i professionisti dell’Antimafia Capitale

Diffidare delle nuove truppe romane del circo mediatico-giudiziario. Ragioni radicali e legalitarie per non aderire al girotondo catartico e apolitico che insegue Pm e Casamonica.

2 Settembre 2015 alle 16:50

Contro i professionisti dell’Antimafia Capitale

Foto LaPresse

Un commissariamento maldestro. Una relazione sotto chiave. Un governo che non spiega con quali norme e atti intende legittimare le proprie decisioni. Un prefetto al limite dell’imbarazzo nel suo ruolo di commissario mascherato. Un ministro che nega di avergli attribuito poteri straordinari, eppure intima al sindaco di collaborare con lui. Un sindaco che esulta per ogni provvedimento, purché confonda le responsabilità: del resto, se tutti sono responsabili nessuno lo è realmente. Un pasticcio grottesco che conferma i nostri interrogativi su consistenza, fondatezza e legittimità delle misure governative annunciate dal ministro dell’Interno, Angelino Alfano, in risposta alla crisi della Capitale.

 

L’estrema vaghezza dell’epilogo che tra Palazzo Chigi e Nazareno si cerca di scrivere per “Mafia Capitale” stride con la portata criminale attribuita sin qui alla vicenda sia dalle contestazioni della Procura sia dall’enfasi mediatica. Ma fa il paio con la vera causa dell’infiltrazione criminale (giudiziariamente da accertare nella portata e nelle responsabilità): la totale assenza di politica, cioè di idee e soluzioni. Come Radicali, abbiamo da subito denunciato che è stato proprio il vuoto di governo in ambiti nodali della vita amministrativa della Capitale a consentire alla criminalità comune, organizzata e politica di saldarsi e radicarsi.
Un vuoto perpetuato da contromisure che, a livello nazionale e capitolino, rispondono a mere esigenze di comunicazione politica più che alla necessità di governare problemi con soluzioni realistiche. Il tutto senza alcun riguardo per la tenuta delle istituzioni democratiche, già sofferenti.

 

Ecco dunque che, per paradosso, l’improvvisata (e per molti versi ipocrita) armata dell’“Antimafia Capitale” si affretta a rincorrere sul terreno della retorica il boom mediatico di “Mafia Capitale” e la carrozza a nolo dei Casamonica, facendo completamente l’economia dell’analisi politica degli ultimi venti anni e quindi delle cause che hanno condotto la Capitale d’Italia sull’orlo del crac finanziario, politico, civile. Con il solo risultato di rinviare ancora da parte dell’intera classe dirigente, non solo cittadina, quella consapevolezza e quell’assunzione di responsabilità necessarie a far ripartire Roma con atti di governo e riforme strutturali ed evitare ancora lo scontro aperto con le incrostazioni corporative che paralizzano la Capitale e il paese: dai partiti ai sindacati, dall’associazionismo alle aziende municipalizzate.

 

Corporazioni che, in buona parte, domani si raduneranno sotto le insegne del partito degli onesti e degli indignati per immergersi in un bagno purificatore senza bandiere ma brandendo quella comune dell’Antimafia Capitale. Anche stavolta senza mettere sul tavolo un solo obiettivo, una soluzione di governo su cui incontrare e misurare il consenso degli stessi cittadini invitati a partecipare. Nulla da offrire se non la propria buona volontà, il proprio essere buoni, cioè il buonismo. Come se volere il cambiamento equivalesse ad averlo già realizzato.

 

E’ l’ennesimo trionfo della comunicazione sulla politica (pur nella sua versione più casereccia) laddove, a voler scomodare Hannah Arendt, i comunicatori politici sono coloro che hanno a che fare “soltanto con la buona volontà, cioè con cose intangibili la cui concretezza è minima. Non ci sono limiti alle loro invenzioni, dal momento che sono privi della capacità di agire propria dell’uomo politico, della sua capacità di ‘creare’ fatti”.

 

Abbiamo sentito, e continueremo a sentire, che molto di rivoluzionario è stato fatto a Roma in questi due anni per la razionalizzazione delle partecipate e della spesa del comune, ad esempio con la centrale unica degli acquisti e con il salvataggio di Atac. Ma anche qui è difficile rintracciare prove concrete. A oggi persino la dismissione e liquidazione delle Assicurazioni di Roma e delle farmacie comunali, annunciate e rivendicate come emblematiche, non sono state realizzate per errori tecnici e politici che hanno già determinato un danno erariale. E solo poche settimane fa è stata approvata l’ennesima ricapitalizzazione della più grande azienda di trasporto pubblico locale: una società fallita per il costo del servizio occulto che per anni ha reso a partiti, sindacati, apparato aziendale, fornitori. Mentre si provvedeva all’iniezione di nuovo capitale (con un’operazione di finanza creativa del “neo” assessore al Bilancio Marco Causi, già responsabile dei conti capitolini del fu “modello Roma”) andava deserta la gara per la fornitura dei 700 nuovi bus promessi dal sindaco ai cittadini. Sul mercato, insomma, non c’è nessuno disposto a stipulare un contratto di leasing con Atac. Mentre i romani, che non hanno scelta, con le proprie tasse e il proprio calvario quotidiano continueranno a pagare, insieme ai costi dei disservizi, il finto salvataggio di questo buco nero.

 

Quanto alla centrale unica degli acquisti, non è dato sapere quale sia lo stato dell’arte. Sappiamo invece che era stato emanato un bando per cercare una consulenza (esterna ai 25 mila dipendenti comunali) che per 3 milioni di euro l’anno aiutasse il comune a realizzarla. Per fortuna qualcuno ha fatto marcia indietro e il bando è stato ritirato.

 

Se l’armata antimafiosa si assume la grave responsabilità di non abbozzare alcuna analisi né proposta coraggiosa proprio mentre è al governo, è più che probabile che le prassi quotidiane dell’amministrare non segnerenno la discontinuità annunciata.

 

Lotta tra brand, cittadini e mercato esclusi

 

La verità è che dietro la contesa tra i due brand – quello usato e abusato (come osservato con efficacia su queste colonne da Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa) di Mafia Capitale e quello (faccia opposta della medesima moneta mediatica) dell’Antimafia Capitale – continua la silenziosa ma costante erosione degli spazi democratici.

 

[**Video_box_2**]Per questi motivi bisogna diffidare di questa Antimafia Capitale, come del suo invito alla partecipazione a reti unificate.

 

Il solo invito da lanciare, data la situazione,  è a riconquistare spazi di autentica partecipazione democratica, magari proponendo referendum cittadini su questioni determinanti: dai modelli di erogazione dei servizi pubblici (ad esempio continuare a gettare denaro nel risanamento impossibile di Atac, o mettere a gara il servizio il prima possibile?); ai grandi eventi come le Olimpiadi; alla gestione del patrimonio immobiliare pubblico; alla riforma dell’assistenza domiciliare a persone disabili e anziane, che metta al centro i cittadini e gli operatori, non il sistema delle cooperative; alla riforma del sistema di accoglienza per richiedenti asilo; alla chiusura dei campi rom seguendo le indicazioni europee.

 

Come Radicali ci stiamo attrezzando.  C’è qualcuno altrettanto interessato a intraprendere un’impresa meno facile e dall’esito meno scontato che andare in piazza ad affermare la propria antimafiosità?

 

Riccardo Magi è Presidente di Radicali italiani e consigliere comunale a Roma

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