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I gemelli del marasma

De Luca, Caldoro e il duello più pazzo d’Italia. Perché in Campania non sono in ballo solo i destinidi una regione ma anche la politica delle alleanze e la fisionomia futura della maggioranza di governo.

8 Maggio 2015 alle 10:52

I gemelli del marasma

Stefano Caldoro (a sinistra), governatore della Campania. Vincenzo De Luca (a destra), ex sindaco di Salerno ed ex sottosegretario nel governo Letta.

Gli uomini di Forza Italia che passano con il Partito democratico, i partiti che si tormentano e che si frantumano, e poi il candidato del Pd, Vincenzo De Luca, colpito dalla legge Severino come Berlusconi, dunque ineleggibile, che si trova in competizione con il candidato di Berlusconi, Stefano Caldoro, il quale su quell’ineleggibilità non può che puntare l’indice. Ed è un concorso di paradossi, e di capovolgimenti di senso, di grammatica e persino d’estetica, se non di morale, questo tormentato duello napoletano (poco meno di cinque milioni di elettori), l’unico confronto, in questa tornata d’elezioni regionali, davvero sul filo, incerto, in un eterno testa a testa rivelato dai sondaggi tra due candidati che più diversi, e contaminati, fantasia umana non avrebbe potuto immaginare. Il primo, De Luca, detto “lo sceriffo”, è di sinistra ma ha l’aria esplosiva e scamiciata dell’uomo di destra, mentre l’altro, Caldoro, che sta con la destra ma invece è un uomo di sinistra (socialista), quando parla fa sfoggio d’un garbo démodé, e quel che dice lo dice sempre in tono dimesso rasentando una certa fanciullesca innocenza.
Quando il ministro montiano Pietro Giarda gli rifiutò denari governativi per la sua Salerno, De Luca, che di quella città fu un bravo sindaco, indicò le fotografie del povero ministro dalle orecchie a sventola, e disse che l’Italia non poteva stare in mano “a uno con orecchie del genere”. Quando invece Caldoro vinse alle regionali del 2010, timido e disciplinato, smilzo e silenzioso, fu richiesto di esultare, di festeggiare come si conviene a Napoli, ma fu la compostezza ad averla vinta sulla gioia: “Sono fatto così, non mi potete cambiare”. L’uno vorrebbe andare avanti a cannonate, l’altro a rimbalzi sommessi, l’uno è avido di futuro e non coltiva diplomazie, l’altro è tutto una diplomazia e coltiva la complessità come ginnastica del pensiero.

 

Dunque Caldoro tempera l’arguzia con la saggia cautela che gli deriva dall’educazione che gli impartì il padre socialista e ha un riguardo speciale per i dettagli, un gusto persino eccessivo per l’analisi e il pensiero politico. In questi anni ha gestito la crisi della terra dei fuochi, e in quei difficili incontri con le mamme e i cittadini della periferia napoletana, a coloro i quali gli lanciavano addosso fiumi d’improperi come secchi d’intestini fumanti, lui contrapponeva sempre un sorriso di contegnosa mestizia.  Mentre De Luca, che è un garbuglio di spudoratezze e pudori, un uomo babele, dove cento lingue fanno chiasso insieme, un giorno disse in faccia a Pier Luigi Bersani che bisognava tenerlo come segretario, anche se non aveva precisamente il passo di John Wayne. E quando Maurizio Lupi gli spiegò che non era possibile fare il sottosegretario del governo Letta e contemporaneamente anche il sindaco di Salerno, perché c’è una legge che vieta il cumulo delle cariche, lui rispose così: “Figurati se mi faccio ricattare da uno come te”.

 

Ed è difficile trovare tra i due una somiglianza, anche se le loro biografie sono quasi parallele, vite italiane della sinistra, con De Luca più anziano e più disordinato, quadro politico di un sud rumoroso, di piazza, dove non è possibile alcuna sosta, e Caldoro invece più solitario e più lirico, socialista italiano, dunque alla ricerca di quel lato oscuro di ragione che c’è in tutti i vinti della storia. Forse l’unica cosa ad accomunarli è che l’uno è nato a Potenza, l’altro a Campobasso, in quella Basilicata e in quel Molise che sono la vasta provincia del regno borbonico delle due Sicilie, ma non sono Napoli. Per il resto non c’è società che strida di più della loro. Quando Caldoro entrò in politica all’età di ventitrè anni, suo padre, ex Cgil ferroviaria e deputato vicino a Claudio Signorile, si dimise. Quando De Luca era sindaco di Salerno, nonché sottosegretario di Enrico Letta, candidò invece suo figlio, proprio come Raffaele Lombardo in Sicilia: “Quelli che ce l’hanno con mio figlio sono cialtroni e farisei”.

 

E soltanto una sovreccitazione, un’instabilità dell’umore può generare allo stesso tempo due ipotesi di futuro così diverse, opposte, incompatibili. E soltanto la confusione della politica romana, che si propaga disarticolando movimenti e partiti lungo tutto lo stivale, poteva generare e alla fine benedire le capriole e le contorsioni, le fughe e le cosmesi di queste elezioni campane. Dal patto siglato nella notte del primo maggio tra il Pd e l’ottansettenne Ciriaco De Mita, ai profili dei candidati al consiglio regionale che forse poco somigliano all’idea del novismo renziano, malgrado l’indole sia la stessa, quella della vittoria. E infatti in Campania la sinistra annette un pezzo della destra, dirigenti di Forza Italia, amministratori, sindaci, assessori che erano in carica fino a poco tempo fa sotto le bandiere del Cavaliere di Arcore, come l’ex senatore Franco Malvano, già candidato sindaco di Napoli del Pdl, fino al nostalgico mussoliniano Carlo Aveta. Mentre pezzi della sinistra guardano benevoli alla strana destra di Caldoro, e davvero c’è da restare confusi, interdetti di fronte a tanto fluido marasma, come ha detto Guglielmo Vaccaro, deputato campano del Pd: “La candidatura di Caldoro per tanti di noi è una tentazione”. La sinistra non passa organicamente con Caldoro, come la destra di Nicola Cosentino passa con De Luca, ma esprime simpatia e malessere. E il patema testimoniale, appiccato il fuoco alle anime, deflagra: “Non posso votare Pd”, ha detto la senatrice campana Rosaria Capacchione, che è del Pd. E tutte queste parvenze sono corrispondenti a una verità del pasticcio campano, ma non lo esauriscono. “Nel Pd e nelle liste c’è tutto il sistema di Gomorra, indipendentemente se ci sono o meno le volontà dei boss”, ha detto ieri Roberto Saviano all’Huffington Post. “Le liste di De Luca non sono affatto liste con nomi nuovi e in nessun caso trasformano il modo di fare politica in Campania. Direi che ricalcano le solite vecchie logiche di clientele. E non c’è niente da fare. E’ sempre stato questo e questo sarà: le liste si fanno su chi è in grado di portare pacchetti di voti”.

 

E così in questo mondo inafferrabile, in questo tempo tumultuoso, qualcosa accade e risveglia demoni incongrui. Ovviamente di ciò che sta accadendo a Napoli, con quel sentore di confusa battaglia che ne emana, non si capisce nient’altro che questo: dal duello tra De Luca e Caldoro dipendono forse non solo i destini della regione, ma pure la politica delle alleanze, la tenuta dei partiti per come si sono conosciuti fino ad oggi, e addirittura, chissà, in qualche modo, indirettamente, anche la fisionomia della maggioranza di governo e persino il futuro del centrosinistra e del centrodestra, perché gli uomini della destra che sostengono De Luca sono gli stessi che a Roma, come il senatore Vincenzo D’Anna (che da Nicola Cosentino è passato a De Luca, “il pd arriccia il naso, ma io a De Luca posso portare centomila voti”), non escludono di poter sostenere – e presto – anche il governo di Matteo Renzi. Con grosse incongruenze, visto che a Casal di Principe, terra di Camorra, il Pd campano, in queste regionali, ha candidato l’avversario di quel Renato Natale che il 14 giugno 2014 Renzi aveva salutato come simbolo del rinnovamento e della lotta alla criminalità organizzata.

 

E la sinistra si divide e si spaventa, si tortura e si contorce per questa capacità ribalda d’aggregazione, e di contaminazione campana, di cui De Luca, uomo evidentemente non domabile alla punizione giudiziaria, fa invece l’elogio (“ci permette di vincere”), e con lo stesso tono spavaldo con il quale ha sempre esibito le indagini, e la condanna, alle quali è stato sottoposto:  “Io sono orgoglioso. In questo paese siamo tutti indagati. Non c’è un amministratore che non abbia un avviso di garanzia. Chi non ce l’ha è una chiavica. Ritirarmi? Sarebbe come far uscire Maradona durante la finale di Champions”. Ma sono parole, muffe astratte, sotto le quali il macigno della decadenza resta intatto, per lui dolorosamente concreto, come gli ricorda sempre più spesso Caldoro, in evidente imbarazzo perché De Luca è nella stessa situazione di Berlusconi: “Se il Tar dovesse dargli torto e confermare l’ineleggibilità, poi che succede?”. Ma De Luca fa spallucce, e amichevole, ironico, con gesti imperiosamente complici e venati di guappismo, gli dà dell’“ipocrita”, e si comporta insomma come sentisse sempre il bisogno attorno a sé d’un tempo sforzato, di vivere sopra il rigo, una vita cantabile – forse più sceneggiata che opera seria – ma da tenore, comunque.

 

[**Video_box_2**]La situazione è in bilico, alcuni sondaggi danno leggermente in vantaggio Caldoro, altri De Luca, e uno addirittura li dà in perfetta parità. Ed è una contesa che riguarda anche Angelino Alfano, e il suo piccolo partito che si è schierato con Caldoro: solo in Campania Ncd è significativo, e dunque la sorte di Caldoro diventa un po’ anche la sorte di Alfano, la Campania sta ad Angelino come il Veneto a Matteo Salvini.

 

Il sondaggio di Enterprise Contact dà un vantaggio di circa 3 punti a Caldoro, e assegna a De Luca il 36 per cento dei voti. Opposto il sondaggio di scenaripolitici.it: De Luca al 39 per cento e Caldoro al 36. Mentre Ipr Marketing registra la parità, con entrambi i contendenti dati al 37 per cento dei voti. E sono scenari, futurologie, interpretazioni e analisi, quando non addirittura umori. Cinque anni fa Caldoro vinse le elezioni con il 54 per cento dei consensi aprendo la stagione del dopo Bassolino, e chiudendo dunque per sempre i sogni dolcemente sfatti di una grande impresa che avrebbe dovuto riscattare da sinistra il lazzaronismo partenopeo, e che invece s’era intossicata tra cumuli di monnezza fumante. Ma stavolta il presidente socialista non potrà contare sul traino del governo nazionale né sulla forza elettorale di Silvio Berlusconi, alle sue spalle non c’è più nemmeno quel centrodestra capace di marciare col passo della falange tebana, ma un cumulo di scissioni e macerie politiche, un mondo acceso d’animazione petulante. Mentre De Luca, al contrario, con la sua disinibizione consumata e potente, potrà avvantaggiarsi del grande appeal di Matteo Renzi, e di tutta la schiuma raccolta nella destra di Cosentino.

 

Si vota a fine mese, e il 31 maggio è ancora lontano, dunque tutto in questa eccitazione di vigilia guerriera campana è congettura, speranza, rappresentazione opinabile, e in misura maggiore che in ogni altra regione coinvolta nella tornata elettorale. Vincerà De Luca, prodotto ruspante della politica nazionale, di cui apprezza e coltiva tutte le miserie, o vincerà la neghittosità meticolosa di Caldoro? Vincerà la sinistra che si allarga alla destra o vincerà la destra che sembra di sinistra? Principio della fine o principio del principio, la politica italiana dei prossimi mesi dipenderà anche dal risultato di questa contesa che capovolge e scompiglia l’estetica e gli schemi sul palcoscenico girevole del mercato elettorale. “Per effetto delle elezioni regionali salteranno in aria partiti e gruppi parlamentari”, hanno detto Luigi Zanda e Roberto Giachetti, con l’aria di chi vede chiaro dove gli altri scorgono la nebbia. E per la natura, per l’intonazione e la forza del botto – sarà un botto che avvantaggia il governo? Saranno incoraggiati gli uomini della destra che intendono sostenere la maggioranza di sinistra? – questa scelta napoletana non sarà ininfluente.

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