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Rep. e il grande dramma dell’Italicum

Cercate un appello intitolato “La svolta autoritaria”, ovvero quella “che dà al presidente del Consiglio poteri padronali”? Lo trovate fin dal 28 marzo 2014, appena dopo l’insediamento del Rottamatore, sul Fatto quotidiano.

28 Aprile 2015 alle 10:40

Rep. e il grande dramma dell’Italicum

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Cercate un appello intitolato “La svolta autoritaria”, ovvero quella “che dà al presidente del Consiglio poteri padronali”? Lo trovate fin dal 28 marzo 2014, appena dopo l’insediamento del Rottamatore, sul Fatto quotidiano. Presidio democratico permanente, con apposito link, contro “l’Italia di Matteo Renzi e di Silvio Berlusconi che cambia faccia mentre stampa, partiti e cittadini stanno attoniti a guardare”.  Firmato Libertà e Giustizia e tutto il gotha dell’indignazione da Gustavo Zagrebelsky  a Sandra Bonsanti, da Nadia Urbinati a Stefano Rodotà, a Salvatore Settis. Volete invece “Arrestare l’Italicum?”. Ecco la petizione anti “smantellamento dell’architettura democratica della nostra Costituzione”. A cura stavolta del Coordinamento per la democrazia costituzionale, piattaforma petizionista di change.org, link sempre al Fatto. Il parterre di firme è un po’ sì e un po’ no quello della “Svolta autoritaria”, con Urbinati & Bonsanti, ma si aggiungono freschi pensionati della magistratura – Livio Pepino, Giovanni Palombarini – molti ex della Ditta preesistenti a Pier Luigi Bersani (Cesare Salvi, Vincenzo Vita, Massimo Villone, Lanfranco Turci, Paolo Ciofi, Antonello Falomi); le new entry Barbara Spinelli e Pancho Pardi. Un critico puntuto delle riforme renziane, elettorale e costituzionale, lo trovate poi sulle colonne del Corriere della Sera: Michele Ainis, l’archistar dei costituzionalisti, che però va ad esprimersi, anche lui, sul Fatto, benché non si possa dire che il Corrierone non sia prodigo di attenzioni e recensioni a tutti gli antirenziani di bel pedigree, per dire Romano Prodi ed Enrico Letta. Eppure da questo schieramento manca qualcosa. Una voce. La voce. Dov’è Repubblica?

 

Certo, c’è sempre Eugenio Scalfari. La guardia del Fondatore rimane alta e vigile: il 26 aprile ha celebrato la Liberazione coniugando la Resistenza, gli Alleati, le Quattro giornate di Napoli, Sergio Mattarella, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano, e poi “Mazzini, Cavour, Garibaldi ed anche i Cairoli, Manara, Berchet, Mameli, Bixio, Pisacane”, il tutto per planare su Renzi: “Accade qualche volta un fenomeno assai singolare… gli anticorpi invece di aggredire il virus si rivolgono contro se stessi lasciando campo libero al male… Renzi sta smontando la democrazia parlamentare col rischio di trasformarla in democrazia autoritaria”. Diciamolo: un dribbling sontuoso, di quelli però non conclusi a rete. Difatti sulle stesse colonne di Rep. spicca un’analisi di Ilvo Diamanti che parte dalla medesima mattonella di campo (“Renzi sta cambiando non solo la legge elettorale ma anche il modello di democrazia del nostro paese”) per verticalizzare subito: “Capo del governo e maggioranza saranno decisi dai cittadini. Il leader del partito vincitore diverrebbe automaticamente premier. Renzi accompagna questo percorso accentuando stile e linguaggio del leader che fa e decide”. Ciò che nella veronica scalfariana è una cupa minaccia, anzi un virus autodistruttivo, nell’analisi di Diamanti è una foto della realtà. Contro la quale, dalle parti di Repubblica e del suo direttore, non sembra ci sia ancora voglia di militarizzare le riunioni di redazione né di invocare la piazza. Ezio Mauro aveva già analizzato a ciglio asciutto il Jobs Act, notando che esso disarticolava la Cgil. Pochi giorni fa, poi, l’Espresso, settimanale debenedettiano come Rep., ha fatto la copertina sul Pd “Partito buttato”. Quasi appellandosi a Renzi: “Non basta rottamare, bisogna rifondare”. Altro che petizioni sulla democrazia in pericolo. E in fondo pure il fantasista Zagrebelsky, da un po’ di tempo, a Largo Fochetti sta in panchina.

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