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Le false obiezioni all’Italicum

Due obiezioni, a prima vista, non strumentali o partigiane vengono sollevate con forza nei confronti della legge elettorale proposta dal governo: trasformerebbe una minoranza in una maggioranza e darebbe troppo potere ad un solo partito.

27 Aprile 2015 alle 18:47

Le false obiezioni all’Italicum

Due obiezioni, a prima vista, non strumentali o partigiane vengono sollevate con forza nei confronti della legge elettorale proposta dal governo: trasformerebbe una minoranza in una maggioranza e darebbe troppo potere ad un solo partito (con l’aiuto di una sola Camera non più controllata dal Senato che abbiamo conosciuto, che peraltro non poteva controllare gran che, poiché doveva essere composto dalla stessa maggioranza, pena il blocco del sistema).

 

La prima obiezione deriva da una incomprensione della meccanica del doppio turno come previsto dal cosi detto Italicum. Con tale sistema non è vero che una minoranza si trasformi abusivamente in maggioranza. All’inevitabile secondo turno (poiché oggi e domani nessun partito, nemmeno quello della nazione sarebbe in grado di superare la soglia del 40%) si contano tutti i voti e la necessaria maggioranza del 50% + 1 dei suffragi deriva dalla somma delle prime e delle seconde preferenze degli elettori (se il mio partito non è fra i due che raggiungono il ballottaggio, il sistema elettorale mi permette di scegliere quello fra i due rimasti in lizza che preferisco). Invece di far decidere il governo dalle oligarchie dei partiti lo si fa scegliere dagli elettori. Che questo preoccupi alcuni gruppi politici si può capire, ma perché le oligarchie dei partiti debbano contare più delle preferenze prime e seconde degli elettori ancora non è stato spiegato. Forse perché non è chiaro ai più il sistema del doppio turno, e si specula su questa incomprensione.

 

La seconda tesi, quella di un solo partito al potere deriva da una confusione e da una ossessione. Il ballottaggio non è di partiti, ma di liste. Una lista può contenere più del simbolo di un solo partito. L’ossessione viene dal ventennio passato in cui un solo uomo ricchissimo ed estremamente abile elettoralmente aveva costruito un partito personale. E ormai si fa come se questa operazione, quasi impossibile – a meno di sottovalutare le capacità del Berlusconi dei tempi per lui migliori – potesse riuscire a chiunque ultimo arrivato.

 

In realtà chi diffida dell’Italicum diffida degli elettori e si trova a voler difendere la democrazia pensando che la base di essa: i cittadini che scelgono un governo, siano pronti a gettarla via con un voto sciagurato.

 

Ma si dimentica in questo ragionamento che altre forze lavorano affinché il sistema non esca dai suoi cardini, dalla struttura liberale del potere limitato. Le leggi approvate dal parlamento, a cominciare dalla legge elettorale, sono sotto il controllo di un organo indipendente dalle elezioni: la Corte costituzionale, la quale si è mostrata capace di fermare gli abusi di potere di un governo sostenuto vigorosamente da due camere elette entrambe direttamente dal popolo. Si dimentica anche di dire quello che è sotto gli occhi di tutti: che uno stato come l’Italia membro dell’Unione Europea, specialmente se condivide con gli altri partner la sua moneta, è sotto il controllo attento delle istituzioni comunitarie, che anch’esse non saranno scelte dalla maggioranza prodotta dall’Italicum.

 

Quali sono allora le obiezioni nei confronti delle riforme istituzionali in corso? 

 

[**Video_box_2**]Le leggi elettorali, come ha osservato a ragione R. D’Alimonte sul Sole non possono essere promulgate sotto un velo di ignoranza. Le intenzioni di voto sono o almeno si suppone che siano note e non esistono leggi elettorali come non esistono riforme, in generale, che vadano bene a tutti, riforme Pareto superiori. Qualcuno ci perde sempre e chi anticipa di pagare un prezzo si oppone con forza al mutamento dello statu quo. E’ o diventa un decisionista a favore del non cambiamento. Poiché non cambiare è una decisione altrettanto decisa di quella di chi lo vuole mutare.

 

Sicché non esistono probabilmente obiezioni non parziali che vengano dalle parti che pagano gli effetti di una riforma.
Gli avversari della riforma sostengono che la democrazia sarebbe salva se salvasse loro, con il doppio turno di coalizione (secondo la dissidenza interna al PD la panacea a tutti i mali è mettete il Sel nella maggioranza e vedrete che tutti i problemi si risolvono d’incanto). In tal caso un grande partito non chiederebbe agli elettori: scegliete chi preferite fra me ed il miglior competitore, ma cercherebbe alleati fra i due turni e si porterebbe al governo ali estreme, pronte in ogni momento a farlo cadere se non cede alle sue richieste. La configurazione sarebbe la medesima anche se l’alleato fosse di centro (come abbiamo già visto quando la pattuglia parlamentare di Clemente Mastella fece cadere il governo Prodi). La politica non è intessuta di virtù ma di legittimi interessi. Gli interessi dei piccoli partiti non sono gli interessi dei grandi. Dietro il valore della rappresentanza si contrabbanda la disproporzione fra ciò che può essere scelto da tutti, con un voto a maggioranza fra due competitori, contro quello che viene deciso da pochi: l’alleato del 3%. Contro il maggioritario, la rivincita della nuova sanior pars!

 

Pasquale Pasquino e professore di teoria politica e di diritto costituzionale comparato, New York University

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