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L’opzione del governo House of Cards

L’appello alle coscienze di Letta e di Prodi. I numeri delle minoranze. Le possibili sponde di Mattarella. L’economia che chissà. E i primi semi di un’alternativa a Renzi. Cosa c’è davvero in ballo nel voto sull’Italicum.

22 Aprile 2015 alle 06:19

L’opzione del governo House of Cards

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Mettete insieme i puntini. Mettete insieme l’attivismo letterario di Romano Prodi. L’attivismo universitario di Enrico Letta. La partita cruciale sulla legge elettorale. Il pallottoliere della Camera. La tensione generata dallo scontro sull’Italicum. Il ruolo futuro di Sergio Mattarella (ma ci torneremo). Il pericolo percepito da Renzi rispetto al nome Mario Draghi (ma ci torneremo). Mettete insieme tutto questo, e per la prima volta avrete di fronte a voi lo scenario chiaro dell’alternativa che potrebbe emergere nel caso in cui per Renzi le cose si dovessero mettere male. Tu chiamalo se vuoi il governo House of Cards.

 

I tempi non sono ancora maturi, il presidente del Consiglio è forte, gode di consenso, ha una buona truppa parlamentare, sondaggi da paura sulle regionali, ma come Renzi stesso sa non ci si può prendere in giro e bisogna ricordarsi ogni giorno che la base sulla quale poggia il governo Leopolda è una fragile base di argilla fatta di numeri che ballano e di parlamentari disposti a offrire la propria fiducia al governo più per dare linfa a questa legislatura che per dare linfa allo stesso Renzi (le cose non sono necessariamente coincidenti). E dunque per ora tutto fila liscio come l’olio ma per la prima volta da qualche mese a questa parte il presidente del Consiglio, dopo il Quirinale, è costretto a fare i conti sul pallottoliere. A Palazzo Chigi ci sono numeri che preoccupano e che riguardano la legge elettorale. E come si sa, se salta la legge elettorale salta il governo, ma non è detto che salti la legislatura.

 

Prima di arrivare a quello che potrebbe accadere è bene spendere due parole per spiegare quali sono gli ingredienti che si trovano nel pentolone incandescente della legge elettorale. E senza voler entrare troppo nei tecnicismi la partita è sintetizzabile più o meno così. L’Italicum comincerà a essere votato la prossima settimana in Aula alla Camera (dal 27). Renzi non vuole cambiare una virgola dell’Italicum perché in caso di modifiche (basta anche una virgola) il testo tornerebbe al Senato. Al Senato il governo ha numeri risicati. Alla Camera invece i numeri sono di gran lunga vantaggiosi per Renzi. E pur di non tornare al Senato il presidente del Consiglio è disposto a sfidare la minoranza del Pd (che chiede modifiche) e a forzare la mano. Come? Prima mettendo ai voti la riforma, così com’è, in direzione (fatto) e poi nei gruppi parlamentari (fatto). Poi sostituendo, come è successo ieri, i dissidenti del Pd in commissione Affari costituzionali alla Camera. Resta ora da definire il prossimo passaggio: mettere o no la fiducia quando il testo arriverà in Aula? Nella storia della Repubblica non è mai successo che il governo abbia chiesto al Parlamento la fiducia per approvare una legge elettorale (solo una volta, ai tempi di De Gasperi), e se non ci sarà la fiducia sull’Italicum Renzi corre un rischio grosso: ogni emendamento che arriverà in Aula potrebbe essere votato con scrutinio segreto e sarebbe sufficiente un emendamento approvato per far tornare al Senato l’Italicum e far saltare i piani (e i nervi) a Renzi.

 

 

 

Per dirne una: siamo sicuri che questo Parlamento abbia i numeri per non far passare a scrutinio segreto un emendamento che mezzo Parlamento sogna di far passare e che è quello che consentirebbe ai piccoli partiti di decidere le alleanze con i partiti più grandi al secondo turno e non solo al primo? E siamo sicuri che –  in caso di fiducia sulla legge elettorale (fiducia che Mattarella ha fatto sapere a Renzi di non auspicare) – misurarsi al buio nel voto finale e segreto in aula sia un rischio che vale la pena correre? I numeri di Renzi dicono che i voti certi sono 400. La maggioranza alla Camera è a 316 voti. Nonostante siano stati 120 i deputati del Pd che hanno scelto di non partecipare al voto sull’Italicum durante la riunione di fine marzo dei gruppi parlamentari, alla fine, dice Renzi, saranno 70-80 i voti contrari, e i numeri ci sarebbero. Ma ci sarebbero per un pelo. E dunque le strade per evitare il crollo sono due. O si rischia, e si osa, e si va avanti a testa bassa. Oppure si offre alla minoranza del Pd qualcosa che permetta di riequilibrare lo “sfregio” dell’Italicum e, contemporaneamente, di allungare la legislatura (e le modifiche al testo sul Senato risponderebbero a entrambi i criteri).

 

[**Video_box_2**]Questo il nocciolo della questione. Comunque andranno le cose, il voto segreto sulla legge elettorale ci dovrebbe essere e quel test sarà la prima vera occasione in cui le opposizioni potranno mettere insieme il proprio dissenso per sfregiare il presidente del Consiglio. Probabilmente non accadrà nulla ma in questa cornice ci sono alcuni punti fermi che vanno messi insieme per spiegare che, in caso di sconfitta parlamentare di Renzi, l’alternativa in campo non è soltanto, come sostiene il segretario del Pd, l’opzione voto anticipato ma è anche un’altra. Ed è un’alternativa che, in qualche modo, si lega sia al percorso imboccato da Enrico Letta sia al percorso imboccato da Romano Prodi. Se vogliamo, infatti, il messaggio contenuto nella discesa in Facoltà di Letta è evidente: l’alternativa a Renzi, se nascerà, quando nascerà, nascerà fuori da questo Parlamento, e nel suo piccolo Letta diventerà uno dei poli attorno ai quali si andrà ad aggregare una piattaforma alternativa al renzismo. Così come è evidente, se vogliamo, il messaggio contenuto nella discesa in libreria di Prodi: l’alternativa a Renzi, se nascerà, quando nascerà, nascerà fuori dal perimetro del partito della Nazione, e nel suo piccolo Prodi non può che essere uno dei poli attorno ai quali si andrà ad aggregare una forma di paradigma culturale alternativa al renzismo. L’appello alle coscienze di Prodi e Letta ai diversamente renziani non produrrà risultati nell’immediato ma andrà a configurarsi come un grande e potenziale contenitore all’interno del quale far confluire la resistenza al renzismo. Per ora trattasi solo di un’operazione culturale. Ma se le cose dovessero andare male, per Renzi, l’operazione culturale diventerebbe rapidamente un’operazione politica. E considerando il grado di lettismo e prodismo presenti al Quirinale (rileggetevi bene i nomi negli organigrammi), se oggi o domani le cose non dovessero andare bene per Renzi – vuoi per un voto segreto o un incidente parlamentare, o per qualsiasi altra ragione, magari economica (di Draghi parleremo più avanti) – i “gufi”, come li chiama il premier, potrebbero avere nel capo dello stato un interlocutore più che sensibile. E un giorno, chi lo sa, il governo House of Cards, il governo dell’intrigo, potrebbe essere un’opzione virtuale solo fino a un certo punto. Renzi lo sa. E per questo sa anche che forzare eccessivamente sull’Italicum potrebbe essere una mossa che definire pericolosa sarebbe riduttivo. Diciamo.

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