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Come è morto il modello Roma (e come è morta l’opposizione a Renzi)

Ciò che sta emergendo anche nel Pd a Roma, e un po' in tutta Italia, non ha ancora suscitato una risposta politica adeguata. Correnti, partiti, capibastione. Perché un pezzo di Pd è a rischio implosione. Ci scrive l’inventore del modello Roma, Goffredo Bettini

14 Aprile 2015 alle 16:16

Come è morto il modello Roma (e come è morta l’opposizione a Renzi)

Matteo Renzi e Ignazio Marino (foto LaPresse)

Ciò che sta emergendo anche nel Pd a Roma, e un po' in tutta Italia, non ha ancora suscitato una risposta politica adeguata. Sembra che ci sia piombato addosso un meteorite; e allora stiamo sottocoperta, perché ne potrebbero arrivare altri. Così, in particolare dopo l'irrompere dell'inchiesta "Mafia Capitale", che il Procuratore Capo di Roma Giuseppe Pignatone sta conducendo con determinazione e sobrietà, ha prevalso la prudenza, l'attesa e il silenzio. Non sono mancate dichiarazioni sagge e qualche tentativo di approfondimento; e c'è stata una coraggiosa e forte azione del commissario Matteo Orfini, a testimoniare, peraltro, che il Pd è la sola forza in campo che dà segni di reazione. Sembrano, tuttavia, tentativi troppo solitari, in assenza di una forte iniziativa collettiva.Il toro va preso per le corna.

 

Al di là delle responsabilità individuali, che dovranno essere accertate nell’esclusivo ambito della “verità” processuale e nel rispetto rigoroso delle garanzie degli imputati, nessuno può credere che ciò che è stato svelato sia la gran parte di quello che realmente cova sotto la superficie. La spaventosa crisi democratica che viviamo inerti, da almeno trent'anni, ha reso patologico ed endemico il malaffare.

 

Dal '92 occorreva una risposta orgogliosa e innovativa dei partiti. Poco o nulla è stato fatto. La rappresentanza si è via via sfilacciata e la società si è ulteriormente disintegrata. Proprio negli "scarti" abbandonati dai circuiti ufficiali sono cresciute l'apatia, il distacco; ma soprattutto il populismo, con dentro un seme di latente violenza: tant'è che sarebbe forse più giusto definirlo plebeismo o “orda plebea”. In questo allentamento dei vincoli legittimati e legali, inevitabilmente prende coraggio l'azione criminosa. Questo fenomeno è insidioso per l’Italia, dove la crisi dei partiti ha una crucialità tutta particolare. La Repubblica si è fondata sui partiti; essi hanno svolto, nella loro fase di massimo splendore, una funzione sostitutiva e di surroga rispetto ad un impianto statale storicamente debole e poco radicato nella coscienza pubblica. Per questo il fascismo vi entrò come una lama nel burro; lo conquistò e poi asservì alla sua ideologia.

 

Oggi, dunque, ci troviamo di fronte ad un'emergenza per il semplice fatto che, dopo anni di immobilismo, le nostre istituzioni non reggono più, prive dei loro tradizionali canali di rappresentanza. Questo è il nucleo della crisi che stiamo vivendo. Non coglierlo significa, a mio avviso, stare fuori fase, perdersi nel dettaglio e nella tattica quotidiana. Si può del tutto non condividere Renzi, ma non c'è dubbio che il suo consenso stia nel fatto di essere l'unico leader ad aver elaborato veramente l'urgenza di affrontare questo passaggio della Repubblica. Sembra a me sconcertante, per questo motivo, che la sinistra interna del Pd consideri la linea del Piave le preferenze e il Senato elettivo.

 

Rispetto le opinioni di merito. E spero in passi avanti unitari in vista del voto parlamentare. Ma mi sembra, francamente, un grande ammassare di truppe, su un campo diverso da quello decisivo. A parte che la sinistra da tempo è critica rispetto al bicameralismo perfetto e a favore dell'abolizione del Senato e che le preferenze di questi tempi sono perlomeno uno strumento ambiguo e particolarmente adatto per il voto di scambio, c'è la questione di fondo: si possono fare le più ingegnose e giuste modifiche istituzionali (e vanno fatte) ma se si pensa che tali modifiche ritenute “migliorative”, siano il fondamentale fattore risolutivo per l'equilibrio della democrazia, si finisce in una sorta di "cretinismo" istituzionale.

 

L'equilibrio della democrazia, infatti, è scosso da anni, perché i partiti e la politica, e tante forme di rappresentanza sociale, di cui si nutriva il tessuto italiano, si sono autonomizzate, staccate dalla vita, burocratizzate, spostando il loro sguardo dagli interessi di classe e della comunità, a quelli relativi alla propria autoconservazione. In piena apologia del gruppo dirigente che sostituì Veltroni, il sottoscritto, circa, quattro anni fa scrisse:

 

In alto e in basso. Al centro e in periferia. Nessuno risponde più a nessuno; si viaggia tranquillamente dentro uno sciame di leader, leaderini, personalismi, capibastone; tutti autocentrati. Rimangono spazi importanti di responsabilità e di impegno civile e politico sincero e di qualità. Ma occorre essere franchi: il tono generale lo dà questa girandola di ambizioni di potere. L’effetto è micidiale. Il corpo del partito è balcanizzato. L’autonomia tende a svanire e la manovra tattica a staccarsi dai convincimenti seri, profondi, meditati. Così si giustifica tutto: il cambio di casacca, l’incoerenza più plateale, il passaggio a un’altra corrente, a un altro partito e il tradimento verso se stessi o verso l’idea professata fino al giorno prima. Non c’è più la forza del leone, ma della volpe, più della furbizia, rimane l’appetito. È un quadro esagerato? Forse. Ma meglio così. Perché il campanello d’allarme va suonato. Anche la sinistra rischia di essere parte della crisi democratica che tocca ormai livelli di emergenza. Ai giudici il compito di colpire in modo giusto, sobrio, equilibrato i corrotti. Eppure non ci vogliono i giudici per comprendere che la corruzione è tornata come forma normale di rapporto tra politica e impresa; che nessuno può pensare che si fermi sulla soglia del centrosinistra; che questo rende ancora più indisponente e fragile il moralismo che si leva troppo spesso dalle nostre fila.
(Da pagg. 77-79 "Oltre i Partiti", anno 2011)

 

Queste parole non suscitarono grande attenzione, nel momento nel quale quasi tutti erano dediti a rendere più “pesante” il partito sopra descritto. Se però non si interviene nei meccanismi in grado di sbloccare il flusso vitale della rappresentanza dal basso, anche le migliori impalcature istituzionali rimarranno come appese, per degenerare, alla fine, di nuovo. Non ci si illuda che la "rivoluzione" e l'unificazione del nostro sbrindellato Paese, che pure conserva meravigliose energie, si possa fare dall'alto.

 

Il nodo dei partiti non è eludibile. Da noi (come nella storia del bipartitismo britannico) i partiti si sono pienamente responsabilizzati nel funzionamento e nel miglioramento dello Stato. Hanno fatto coincidere i loro destini. Scoppola, appunto, ha parlato per l'Italia “di Repubblica dei partiti”. Renzi l'avrei sfidato su questo. Sul coraggio concreto nel cambiare il partito, il soggetto principe della democrazia italiana. Non lamentando la presunta lesione delle nostre (anche mie) radici. Ma semmai riflettendo sulla difficoltà di rinverdirle nell'oggi.Cosa non semplice. Perché c'è tanta tanta zavorra da gettare via. Non nei simboli, nei nomi, nelle parole, su questo siamo stati capaci di facili innovazioni fulminee, ma nella nostra "costituzione" materiale, in quello che realmente siamo, nella sostanza della nostra funzione. La zavorra sta in un partito diventato nel corso del tempo una federazione di correnti, potentati personali, ambizioni senza politica; sta in un sindacato che, tranne le storiche categorie legate alla produzione, si è trasformato in un apparato che si occupa troppo di gratifiche, distacchi, prebende varie per i suoi aderenti, che influenza assunzioni e cogestisce le aziende pubbliche; sta nelle associazioni e nei corpi intermedi rappresentativi solo di se stessi e non delle forze sociali, economiche e produttive cui dovrebbero dar voce.

 

Insomma la giusta sfida a Renzi, che ha ben capito la necessità di una rottura, sarebbe di andare fino in fondo rispetto alle sue premesse e non quella di rallentare per salvare pezzetti di un mondo che non parla più a nessuno. Decidere, per esempio, che alle correnti non vengano più riconosciute quote proporzionali negli organismi dirigenti e nelle istituzioni; che tutto sia deciso in modo trasparente dai singoli iscritti, nell'esercizio della propria responsabilità personale: sia la formazione e promozione delle classi dirigenti, sia i grandi indirizzi strategici della linea politica; che le tessere vengano consegnate dopo un confronto tra i segretari dei circoli e i potenziali aderenti, in grado di comprendere se le richieste hanno un fondamento ideale, sociale e di interesse sincero o sono avanzate per motivi clientelari o opportunistici; che le attuali correnti si debbano trasformare in aree culturali e politiche capaci di confrontarsi sulle scelte e sulle idee che elaborano, in occasione soprattutto di conferenze programmatiche annuali; che i vincoli sul numero dei mandati nelle assemblee elettive non sia derogabile, tranne che per il segretario nazionale; che le primarie vengano svolte per le cariche monocratiche istituzionali e agli iscritti invece spetti eleggere le funzioni direttive del partito; che la rappresentanza sia normata con legge del Parlamento.

 

Potrei continuare; ma già questo sarebbe mille volte più importante per la democrazia italiana, del nostro contenzioso interno sul Senato o sulle preferenze. E questa sarebbe anche la vera risposta da dare alla brutta vicenda di Roma. Altrimenti le pur utili indagini conoscitive sui circoli del Pd svolte da Barca, rischiano di implodere solo dentro di noi, di essere perfino strumentalizzate dagli avversari.

 

A Roma, come ho già detto e dimostrato, non scopriamo adesso il deterioramento del nostro tessuto interno. Né possiamo mettere tutte le fasi che ci stanno alle spalle sullo stesso piano. Ci sono state tante battaglie politiche. C’è stato, addirittura, chi, subito dopo la conclusione del “modello Roma”, come l’associazione Campo Democratico, insieme a importanti singole personalità, ha fatto della questione democratica e della riforma del Partito l’oggetto principale della propria azione politica e battaglia congressuale. Non aiuterebbe dare l’impressione di una sorta di improvvisa palingenesi che, appesa al nulla, si trasformerebbe in una nuova forma di marketing politico. Roma, inoltre, ha una sua storia particolare. Città di molto potere e di poca produzione, nei secoli ha generato ampi strati di cittadini marginali; non protagonisti dei processi storici e delle vicende pubbliche. Quello che, appunto, viene definito popolino, non popolo. Esso si è sempre nutrito di un clima residuale e di una vita di espedienti. La politica moderna ci ha dovuto fare i conti, consapevole che la criminalità ha nuotato in questo mare permissivo, tollerante e talvolta connivente. Il fascismo lo deportò nelle borgate, il PCI tentò di educarlo, aprendo le proprie sezioni, la DC fece lo stesso, governandolo anche con la sua rete clientelare.

 

Recentemente Sbardella, a suo modo, lo ha utilizzato e disciplinato. La sinistra con Petroselli lo ha, invece, per la prima volta coinvolto in un progetto politico e sociale: l'unificazione della città. Proprio con Petroselli (il primo a comprendere la peculiarità della funzione del Sindaco: né un uomo di partito capo di una tradizionale coalizione, né un puro amministratore, semmai una inedita sintesi delle due cose) inizia quella consapevolezza che Roma (tendenzialmente disgregata e disgregante) si può tenere insieme e cambiare solo con un “surplus” di politica, che se manca lascia il passo alla destra e alla "schiuma" plebea. In seguito, il “modello Roma”, al di là di tante chiacchiere, è stato la riproposizione, l'aggiornamento e la rielaborazione di questa idea. La "modernizzazione giusta", come la chiamammo, fu, infatti, l'ambizione di strutturare l'anima moderna della città, che, in rapporto con quella antica, sarebbe stata in grado di assorbire, finalmente, in un processo civile e democratico, anche quella parte diffidente e riottosa della società, ostica ad ogni innovazione.

 

Non ritorno sugli aspetti particolari di quella esperienza, né sul modo straordinario di interpretarla da parte di Rutelli e Veltroni. Mi preme solo sottolineare che, al di là di un buon programma e di una buona squadra, il “modello Roma” fu una prospettiva e un “comando” politico. Quest’ultimo del tutto originale: una coincidenza totale tra il governo e il "partito". E dico "partito" e non partiti, perché di fatto la maggioranza allora non agì come coalizione, con interessi distinti da mediare tra i gruppi e poi con il Sindaco, ma come un unico soggetto amministrativo e politico, in una logica di bipartitismo di fatto. I conflitti, se si verificavano, non potevano dunque rimanere latenti, irrisolti, prolungando contenziosi paralizzanti; andavano, al contrario, conclusi in un senso o nell'altro. Come facemmo nel passaggio delicatissimo, sulla questione della strada da dedicare a Bottai. Questa indispensabile "presa" politica sulla città si interruppe bruscamente nel 2008. Non mi soffermo sulle ragioni della sconfitta. L'ho fatto in altri sedi.

 

È importante, qui, sottolineare come subito dopo le elezioni comunali, sia nel campo della destra che vince, sia in quello della sinistra che rimane all'opposizione, si operò per decostruire l'esperienza passata. Alemanno non sperava di vincere. Arrivò impreparato e senza classe dirigente. La sua fu subito una giunta di coalizione, di partiti, peraltro a Roma a “digiuno” di potere da almeno quindici anni. Il Sindaco fu pressato anche dal variopinto mondo della destra e del neofascismo romano, al quale egli si sentiva legato sentimentalmente e al quale probabilmente doveva pagare debiti di riconoscenza. Si capì in poche settimane che Roma non aveva più alcuna guida orientatrice e unificante. Uomini come Carminati sono riemersi, appunto, in questo vuoto di rappresentanza e di decisione. Anche il Pd, e l'insieme della sinistra, tranne qualche parola di rispetto, prese le distanze in modo netto dalle giunte precedenti. Questo sarebbe stato persino comprensibile se fosse stato utile per elaborare una nuova fase di alternativa futura. In verità lasciò le opposizioni semplicemente senza politica. Una nuova e più giovane classe dirigente, pur dotata di alcune forti personalità, non seppe nel suo insieme andare oltre l'obiettivo di voler sostituire i padri ingombranti. Sono stati gli anni, nel Pd romano, della ginnastica puramente organizzativa nella città, accompagnata, però, dal consociativismo e da un tatticismo esasperato nelle istituzioni. È il periodo nel quale ci ha permesso di sopravvivere (per preparare anche la riscossa elettorale che, grazie al carattere innovativo delle candidature e al fallimento della destra, c’è stata) solo lo straordinario lavoro di Zingaretti alla Provincia di Roma. Isola di buon governo circondata da una Regione, un Comune e un governo nazionale allora nemici. E sono gli anni, più di quattro, nei quali non una volta, sono stato invitato dal gruppo dirigente romano e nazionale per una qualunque iniziativa.

 

Ho scritto libri e organizzato festival del cinema in Asia. Tranne essere ricoinvolto e responsabilizzato solo per dare una mano a risolvere passaggi ingarbugliati come quello della scelta del candidato Sindaco alle ultime elezioni. Racconto questo non per puntiglio personale, semmai per evidenziare la crucialità negativa per Roma di essere rimasta per troppo lungo tempo senza una doppia effettiva e adeguata rappresentanza, quella della destra al governo e quella della sinistra all’opposizione. Il fondamento della crisi attuale sta qui. Se ci sfugge, dovremmo pensare ad un improvviso e inspiegabile disvelamento delle innate peculiarità negative della Capitale, cancellando pezzi formidabili ed esemplari della nostra storia. Questo lasciamolo fare alla Lega e ai commentatori (tanti) tradizionalmente nemici di Roma, molti dei quali qualche anno fa applaudirono Alemanno in quanto una novità rispetto al “regime” della sinistra. Ciò non significa chiudere gli occhi rispetto anche ai limiti della nostra esperienza di governo; significa solo tentare di dare equilibrio e verità alle ricostruzioni dei fatti. E significa assumersi come Pd le proprie responsabilità politiche per il passato, ma soprattutto per il futuro; precisando che quando mi riferisco a quello che secondo me è stato l’errore politico di questi anni a Roma, non mi sogno neppure lontanamente di collegare un gruppo dirigente di cui non ho condiviso la linea, ma costituito in larga parte da persone in gamba e perbene, con la vicenda giudiziaria che si è aperta. Invito semplicemente, per quello che può contare, a correggere rotta, tutti assieme, in questa situazione di emergenza. Confrontiamoci; tuttavia per me a Roma c’è solo una strada da intraprendere.

 

Cambiare il partito (in fretta) e cercare di riempire il vuoto di rappresentanza che si è creato. Questo non può che avvenire, ricostruendo, nelle forme adatte all’oggi, una volontà riformatrice unica, politica e amministrativa; superando possibili velleità di autonomia e ogni tipo di furbizia. Da soli non ci si salva e non si salva Roma. Governiamo la Regione e il Comune, con Zingaretti e Marino. Al Pd il compito di integrarsi con autorevolezza e con idee nel loro difficilissimo lavoro. A loro la responsabilità di uscire da una dimensione solo amministrativa e di sentirsi parte e guida di un processo anche politco più generale, dal quale sono scaturiti: perché nessuno è uscito fuori dal nulla.

 

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