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La stima profonda e intatta per Manlio Milani, cinquant’anni dopo

Piazza della loggia e gli effetti della longevità, che spesso mette alla prova l'affetto che ciascuno di noi prova nei confronti dei suoi contemporanei
30 MAG 24
Ultimo aggiornamento: 03:53
Immagine di La stima profonda e intatta per Manlio Milani, cinquant’anni dopo

(foto Ansa)

Ieri ho visto una faccia di Renato Curcio giovane, un tg parlava di un’inchiesta giudiziaria, mi sono detto: Sta’ a vedere che diranno com’è morta ammazzata Mara Cagol. L’altro ieri e ieri sono stato colpito dai titoli di telegiornali e giornali su Mattarella a Brescia per i cinquant’anni dalla strage di piazza della Loggia. Una strage neofascista, il terrorismo nero all’attacco della democrazia... Per una volta, ho avuto voglia di andare a rileggere le pagine di Lotta Continua, e me stesso che ne scrivevo tanta parte. Ne ho ricavato, oltre all’amarezza, che è ormai l’ingrediente inesorabile di ogni stato d’animo, un forte sollievo. La risposta italiana di quel 1974 all’attentato vigliacco di Brescia, così a ridosso del referendum sul divorzio, fu impressionante, e forse fu il momento più alto della coscienza e della forza popolare di tutta la stagione che andò dalla seconda metà degli anni 60 alla metà dei 70, e che i fessi chiamano anni di piombo. Un documentario che mettesse semplicemente insieme le immagini delle fabbriche, dei consigli comunali, delle scuole (chiuse, le bresciane) e delle caserme, delle piazze italiane, nei giorni immediatamente successivi al 28 maggio 1974, darebbe a chi non era ancora nato, e anche a chi era già adulto ma non ancora levigato dall’abitudine e dall’egoismo, un’immagine dirompente di quella offesa, dignità e sicurezza di sé. Quello che venne dopo, compresi i successi elettorali della sinistra tradizionale, fu una ricaduta, ed effimera.

Il sabato successivo alla strage, l’8 giugno, nella piazza bresciana, che si era già riempita, per i funerali e per lo sciopero generale, di decine e decine di migliaia di persone, tenni un comizio a un migliaio di militanti e simpatizzanti di LC. Un lunghissimo discorso, che, come avveniva molto raramente, fu poi pubblicato su due paginoni del giornale - sul quale per amore del collettivo e sprezzo del narcisismo scrivevamo anonimamente, e ci guardavamo dal pubblicare, da vivi, nostre fotografie: a descriverci allora bisognerebbe che ci fosse nel dizionario dei sinonimi il contrario di “selfie”. Dunque mi sono riletto. Bene: mezzo secolo dopo, fanno notizia il discorso – ottimo, va da sé – del presidente della repubblica, e la distanza che l’ha separato da parole e fatti del governo italiano, il cui presidente, finalmente una donna, gli ha rubato la scena semplicemente presentandosi come quella stronza a un concorrente. Fra i miei pensieri di ieri ce n’era uno che sempre più insolentemente mi occupa, e ha a che fare con gli effetti della longevità che, in combutta con la denatalità, segna il nostro mondo. Ieri infatti pensavo alla stima e all’affetto che provo, intatti, per Manlio Milani. Caso raro, perché la longevità mette alla prova la tenuta di stima e affetto che ciascuno di noi (di noi uomini, delle donne non so abbastanza) prova nei confronti dei suoi contemporanei. Alla lunga, così lunga, anche quando – come succede spesso – non si rovesciano in insofferenze e rotture e malaugurii, quell’affetto e quella stima si fanno rosicchiare, per inerzia, stanchezza – e soprattutto per il fastidio di riconoscere negli altri l’antipatia e il dissenso che si prova per se stessi. A meno che non si sia così scemi e fortunati da essere beati di sé, che anche succede. Il nostro tempo è gremito di vecchiezze beate di sé, e di luoghi delegati a metterle in mostra. Naturalmente, la disistima quando non l’aperto disprezzo che i vecchi provano per i loro coetanei e conoscenti, e magari amici, che guardano non visti in televisione, è anche una chiamata in correità, e non andare in televisione non basta a esentarne.

Dove e quando ci conosciamo tutti, non solo la rivoluzione, nemmeno una partita di burraco si può fare senza metter mano al rancore. Qui sta la truffa della frase: Sono rimasto fedele agli ideali della mia gioventù. Nella “mia gioventù”, che qualche invidioso immaginava imbevuta di odio, si voleva un gran bene agli umani vicini e lontani. Dopo, l’amore per l’umanità resta, anzi, più premuroso perché più angosciato, ma l’amore per il prossimo, per i vicini di casa, di paese, di età, quello cede non all’odio, roba forte, ma all’impazienza, al malumore. In alcuni, i più bolliti, nell’avversione sospettosa per chi non gli sia ancora premorto. C’è quell’espressione che si usa senza darle peso, e anzi scanzonatamente, due si incontrano, non si vedono da un po’, si dicono: “Ti trovo bene. Che fine hai fatto?” Ecco, la longevità induce a restituirle l’originario significato letterale: Ti trovo male. Che fine hai fatto? Che fine abbiamo fatto. Che fine ho fatto. (Benedetto Croce, citando Salvatore Di Giacomo, in visita al Duca di Maddaloni: “Come state?” “Non lo vedi? Sto morendo”).