PICCOLA POSTA

Il silenzioso commiato di Bernardo Valli da Repubblica

Adriano Sofri

Il quotidiano ha taciuto l'addio del "più grande reporter di guerra italiano della seconda metà del Novecento" 

Un certo numero di giornali, di carta o in rete, ha riferito nei giorni scorsi del congedo di Bernardo Valli da Repubblica, comunicato con una lettera al direttore, di cui il quotidiano non ha dato notizia. Ho avuto con Repubblica rapporti così varii e impegnativi, e così tuttora amichevoli con molti suoi autori, che mi tengo alla larga dalle sue peripezie. D’altra parte mi pare di conoscere Valli, la persona, i suoi racconti, i suoi scritti, abbastanza da presumere che per il commiato dal giornale che è stato suo come di pochissimi altri abbia impiegato poche parole e non animose. Quello che ne riferiscono alcune fonti è plausibile, ma immaginario. La direzione di Repubblica forse ritiene che l’uscita di un giornalista (anche di uno che il giornale abbia presentato appena nell’aprile scorso come “il più grande reporter di guerra italiano della seconda metà del Novecento”) non è una notizia. Lo è, naturalmente. Mi figuro che lo sia, dolorosamente, per Eugenio Scalfari. Non è la lunga durata ad aver reso leggendario Bernardo Valli, ma il modo in cui ha toccato i luoghi in cui di volta in volta si giocavano i destini del mondo e li ha raccontati e spiegati. Ha pubblicato pochi libri, tardi e con distacco, una vasta raccolta di reportage dal 1956 al 2014, La verità del momento, per Mondadori, e il testo di una conferenza di due anni fa, “Il mio Novecento”, con Archinto, prezioso per gli apprendisti giornalisti del tempo nuovo.

 

Mi sono fatto l’idea che i buoni giornalisti, specialmente gli inviati di guerra, siano quelli privi di ogni sentimento di inferiorità nei confronti dei grandi personaggi della storia, e privi di ogni senso di superiorità propria. Né ammiratori, né maramaldi. Proprio come i buoni scrittori di romanzi. Tra gli inviati e i corrispondenti esteri, specialmente nei luoghi di guerra, l’arrivo di Valli e l’eventualità di andare a cena con lui, tardi, all’ora in cui l’articolo era già spedito, sprigionava una vera eccitazione: si faceva tesoro delle briciole dei racconti e se ne godeva come di un’avventura quasi vissuta in proprio, e si abbassava la cresta, anche. Io, per esempio. Nell’estate del 2014, durante un’ennesima “Operazione” militare israeliana, andai per la prima volta a Gaza, per Repubblica, con Fabio Scuto. Dal confine israeliano a quello della Striscia c’era un lungo percorso in un corridoio recintato, terra di nessuno, da fare a piedi. Stemmo due o tre giorni. Al ritorno, arrancavo nel corridoio di nessuno tirandomi dietro il mio trolley e vidi arrivare dalla parte opposta Bernardo Valli che si tirava dietro il suo trolley. Bell’incontro: Ubi maior. Avevo 72 anni, lui 84. Forse ora Valli si prenderà il tempo per un nuovo libro. Il primo quinto del Duemila è già alle spalle, e lui l’ha fatto suo.

Di più su questi argomenti: