(foto LaPresse)

Riscoprire Paolo Volponi con i versi ermetici e dimenticati della sua gioventù

Adriano Sofri

Poche cose aiutano a capire, a figurarsi, un autore, e specialmente un poeta (o un pittore, o un musicista) come la possibilità di seguirne le varianti e i ripensamenti. Le “Poesie giovanili” e l’ansia di conoscere

Volevo bene a Paolo Volponi. Quello che sapevo di lui, romanzi e vita, deponeva per intero a suo favore. Mi hanno regalato un volumetto, 76 pagine, della collana di poesia Einaudi, appena uscito, intitolato “Poesie giovanili”. Volponi (1924-1994) scrisse poesie già prima di avere vent’anni, “perché avevo paura, perché avevo ansia di conoscere, perché non capivo esattamente dove mi trovassi, in che posizione…”. Come poeta fu conosciuto e apprezzato e premiato, dalla prima raccolta nel 1948, e solo nel 1962 pubblicò il primo romanzo, “Memoriale”. Queste ora raccolte sono poesie, trovate in un cassetto di casa, che l’autore scrisse e corresse e variò e che scelse di non pubblicare, o di rinviare. Mi sono chiesto come le leggerebbe un lettore che non abbia confidenza con la poesia – uno come me, dunque. Anche senza competenza si può essere toccati dalla poesia, esattamente come dalla musica. Per esempio: “O fiume, smetti d’andare / Fra le tue canne / fra i tuoi limpidi sassi / mai porterei una donna. / Come gli occhi, / me la ruberebbe / questo tuo sicuro andare / rumoroso”. Senza capire, naturalmente. Una poesia che dica: La donzelletta vien dalla campagna / In sul calar del sole, si capisce, senza esitazione. Anche in quello che le sta dietro, e viene messo davanti al momento giusto: “Garzoncello scherzoso…”. Nei versi ermetici o quasi del giovanissimo Volponi non può essere così, e tutt’al più il lettore sentirà qualcosa di familiare perché si è abituato a García Lorca. Dico il lettore non per includervi la lettrice, al contrario, distinguendo, perché si direbbe che la cosa di cui il ragazzo Volponi aveva più paura e più ansia di conoscere, per citare le sue parole di uomo del 1988, fosse la donna e il suo sangue. La raccolta ha l’introduzione di Salvatore Ritrovato e la cura di Sara Serenelli. Ed è proprio la parte più scrupolosamente specialistica, l’appendice che pubblica le correzioni di Volponi, che su quei manoscritti tornava a lavorare, ad aiutare ed eccitare il lettore profano. Poche cose aiutano a capire, a figurarsi, un autore, e specialmente un poeta (o un pittore, o un musicista) come la possibilità di seguirne le varianti e i ripensamenti: un po’ come trovarsi là, alle sue spalle, mentre scrive, si ferma, chiude il quaderno, torna, lo riapre, cancella, riscrive… Per esempio: “Come gli occhi, me la ruberebbe…”, dicono i versi qui sopra; ma sul retro della carta si legge: “Questo… rumore senza fine / m’ha portato via gli occhi”, e ancora: “Mi ruberebbe la donna / il tuo andare rumoroso…”. E’ curioso, è bello. Come quando si va a Recanati, proprio là vicino, prima che andassero a Roma, Leopardi e Volponi, e poi si legge la copia delle pagine del quadernetto a righe: “Garzoncello scherzoso (gentile)…”. “Tu avresti preferito gentile o scherzoso?”.

  

P.S. In una poesia Volponi scrive: “… per il fuoco ingaientato / alle tue spalle…”. La curatrice avverte che “la ricerca del significato della parola ‘ingaientato’ finora non ha dato alcun esito”. Ecco un’altra provocazione per il lettore comune: azzardi un’ipotesi, tiri fuori un ricordo. Io ho cominciato (e finito) cercando su Google “gaientare”, e l’ho trovato solo sulle “Radices verborum Iroquaeorum”, le radici delle parole irochesi, con versione latina, oppure in versione francese, nelle Radici della lingua Mohawk: “Gaientare, comprendre, faire cas. Jaten te gaientareha saontatsiararago, Cela n’est rien, qu’on arrache les ongles”. Scherzo, naturalmente. Non c’era Google a Urbino, negli anni 40.

Di più su questi argomenti: