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Il pugno del Papa: “Anche la libertà di coscienza è un diritto umano”

Meno battaglie e più umiltà e mitezza. Cosa resta delle parole di Francesco tra Congresso, Onu e Philadelphia. La parole sull’aereo verso Roma

28 Settembre 2015 alle 20:20

Il pugno del Papa: “Anche la libertà di coscienza è un diritto umano”

Papa Francesco in visita a Philadelphia (foto LaPresse)

New York, dal nostro inviato. Uno degli obiettivi del viaggio di Francesco negli Stati Uniti è stato raggiunto: non farsi catalogare nelle rigide categorie che dominano la politica americana, la destra che sperava di sentire qualche parola in più contro l’aborto e l’ala liberal che non ha troppo gradito la visita alle Piccole sorelle dei poveri, a Washington, da anni in lotta contro l’Amministrazione Obama, rea d’aver imposto anche alle istituzioni religiose di offrire ai dipendenti l’accesso gratuito ai contraccettivi e ai servizi abortivi. Sul punto, Francesco è tornato anche ieri, con parole chiare, durante il viaggio di ritorno a Roma: “L’obiezione di coscienza è un diritto umano, e se a una persona viene negata l’obiezione di coscienza, le si nega un diritto. In ogni struttura giudiziaria – ha aggiunto – deve entrare l’obiezione di coscienza”. Il Papa non ha citato Kim Davis, l’inserviente del Kentucky incriminata per non aver voluto apporre la propria firma sui certificati di matrimonio per coppie omosessuali, ma il riferimento risulta evidente quando ha sottolineato che “se un funzionario di governo è una persona umana, essa ha un diritto”. Una posizione che conferma il senso della denuncia di Francesco rispetto alle “diverse forme di tirannia moderna” che “cercano di sopprimere la libertà religiosa o cercano di ridurla a una sotto-cultura senza diritto di espressione nella sfera pubblica”, passo centrale dell’intervento sulla libertà religiosa all’Indipendence Mall di Philadelphia.

 

Il terreno più sdrucciolevole per Francesco era il Congresso, dove il rischio di farsi ingabbiare nelle trame della dialettica politica era alto. Ciò non è accaduto, anche perché il Papa ha scelto di rivolgersi direttamente al popolo “della terra dei liberi”, leggendo un discorso che – tra le citazioni dei simboli Abraham Lincoln, Martin Luther King, Dorothy Day e Thomas Merton – è stato definito “mild” (conciliante, mite) dagli stessi osservatori americani che seguivano il Pontefice parlare in Campidoglio. Nessun guanto di sfida gettato ai piedi dei rappresentanti e dei senatori, ma neppure l’occultamento sotto il tappeto delle questioni decisive che da anni vedono impegnata la chiesa americana. Francesco ha riconosciuto l’esistenza dei problemi causati dall’imperare della secolarizzazione – “è spesso ostile il campo nel quale seminate”, aveva detto ai vescovi riuniti nella cattedrale di San Matteo a Washington – dando atto delle risposte individuate e attuate dall’episcopato locale in un trentennio di battaglia per la conquista e la difesa di uno spazio pubblico ove esprimersi. Ma ha chiesto, allo stesso tempo, di fare un passo ulteriore, di aggiornare i propri piani d’azione.

 

[**Video_box_2**]Non a caso, salutando i vescovi della Pennsylvania, il Pontefice ha domandato se sia il caso di “condannare i nostri giovani per essere cresciuti in questa società: Bisogna che ascoltino dai loro pastori frasi come ‘Una volta era meglio’; ‘il mondo è un disastro e, se continua così, non sappiamo dove andremo a finire’? No, non credo che sia questa la strada”. La strada, invece, è quella indicata nel discorso davanti ai presuli locali, ai quali ha chiesto di convertirsi “all’umiltà e alla mitezza”, ammonendoli sul rischio di fare “della croce un vessillo di lotte mondane”. Non si può “chiudersi nel recinto delle paure a leccarsi le ferite, rimpiangendo un tempo che non torna e preparando risposte dure alle già aspre resistenze”. Il metodo indicato è nuovo, ed è quello “del dialogo”, lasciando perdere “la predicazione di complesse dottrine” e tenendo sempre a mente che “il linguaggio aspro e bellicoso della divisione non si addice alle labbra del pastore”.

Matteo Matzuzzi

Matteo Matzuzzi

E' nato a Udine nel 1986. Si è laureato per convinzione in diplomazia e per combinazione si è trovato a fare il giornalista. Ha sperimentato la follia di fare l'arbitro di calcio, prendendosi pioggia e insulti a ogni weekend. Milanista critico e ormai poco sentimentale, ama leggere Roth (Joseph, non Philip) e McCarthy (Cormac). Ha la comune passione per le serie tv americane che valuta con riconosciuto spirito polemico. Al Foglio si occupa di libri, chiesa, religioni.

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