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Martin Eden

Recensione del film di Pietro Marcello, con Luca Marinelli, Jessica Cressy, Carlo Cecchi, Vincenzo Nemolato

6 Settembre 2019 alle 19:59

Qualche giorno fa Daniele Rielli (“Storie dal mondo nuovo”, Adelphi) esaminava con occhio da scrittore la retorica di Giuseppe Conte, “il Forrest Gump che ha sempre una parola vuota per tutto”. (Parentesi: questa è la riva del fiume su cui abbiamo a lungo atteso il cadavere del nemico: detestiamo la filosofia della “scatola di cioccolatini, sai mai quale ti tocca”, e le altre spiritosaggini disseminate nel film di Robert Zemeckis). Aggravante: Conte fa discorsi che piacciono a destra e a sinistra, il che – spiega Rielli – “la dice lunga sullo stato comatoso della cultura letteraria del paese, ancora affetto dal morbo mortale del pensiero crociano”. L’applauso era scattato subito – frequentiamo abbastanza romanzi italiani per capire quanto la diagnosi sia azzeccata. Gliela rubiamo perché funziona anche per il cinema: da quel terreno di coltura viene un film come “Martin Eden” di Pietro Marcello, in concorso alla Mostra di Venezia e già nelle sale (sarà interessante sapere quanto resisterà, e a chi daranno la colpa degli scarsi incassi, che in Italia non vengono mai collegati alla qualità del film). I fan sfegatati – tutti, se giudichiamo dalle stellette e dalle recensioni liriche, un po’ meno se valgono le conversazioni private – al nome di don Benedetto Croce tireranno fuori l’aglio contro i vampiri. Se ne facciano una ragione: li avvicina il fervore per la Cultura Alta, con i tempi che corrono anche telefonata – nel senso delle “scene telefonate” al cinema. Si prende un classico come “Martin Eden” di Jack London, regalando subito un brivido alla professoressa democratica che alligna nel cuore dei critici. Lo si incrocia con il Novecento, le camicie nere che manganellano (“Abbondiamo con i fasci, guardate quando ha venduto ‘M’ di Antonio Scurati”), un attore come Carlo Cecchi che aggiunge il sapore dell’antico teatro. Un po’ di bandiere rosse al vento. E su tutto la disillusione dell’intellettuale che diventa ricco e famoso con i suoi romanzi. Scritta da chi non lo diventerà mai, quindi come la volpe con l’uva immagina amarezze e sofferenze. Luca Marinelli eroicamente si carica tutto in spalla. Pensando che presto girerà “Diabolik”.

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