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L'uomo che comprò la Luna

La recensione del film di Paolo Zucca, con Jacopo Cullin, Stefano Fresi, Benito Urgu

10 Maggio 2019 alle 18:27

Bell’idea, bella partenza, belle gag. Poi tutto si annacqua in un elogio della sarditudine che prima era oggetto di satira (possibile che i film italiani debbano sempre perdersi a metà strada?). Peccato, perché il corso per diventare sardi impartito dal pastore all’agente che dovrà indagare sull’isolano che si è comprato la luna, o almeno un pezzo di luna, è piuttosto divertente (l’agente, da parte sua, si chiamerebbe Gavino ma si fa chiamare Kevin). “Silenzio” è la prima regola. L’agente non è sveglissimo, è il tipo che si impiglia con il paracadute e si spara sui piedi. Però impara presto. I caratteri nazionali, per esempio: “Lealtà, permalosità, latente superiorità”. Il vino che va bevuto a schiena dritta, così non fa in tempo a ubriacare. Il prelibato formaggio con il brulichio dei vermi. Il fischio da pastore. La corsa del latitante, ad altezza di macchia mediterranea. Pronto per la missione, viene fornito di stivali, fucile, coppola e completo di velluto. E mandato là dove anche gli autisti dei bus vomitano per le curve. Fa tenerezza, tanto è diverso dai film italiani che hanno soldi da spendere ma non si preoccupano di tirar fuori qualcosa di originale.

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