Maria Antonietta e Colombre (foto Pippo Moscati) 

Maria Antonietta e Colombre, anomalia pop contro la dittatura dei 15 secondi

Raffaele Rossi

Dopo il successo di “La felicità e basta” a Sanremo, i due cantautori marchigiani portano in tour i brani dell'album “Luna di miele”. “Noi i nuovi Coma Cose? I paragoni sono inevitabili ma conta la curiosità di chi ha voluto scavare nel nostro lungo passato artistico”

“Nel momento in cui inizi a concepire una canzone chiusa in uno schema, come la regola dei 15 secondi di TikTok, hai già perso in partenza. La musica esige rispetto e ha una sua integrità. Noi non abbiamo mai scritto un brano con l'ossessione di diventare virali”. È questa la premessa da cui partono Maria Antonietta e Colombre per raccontare al Foglio, in un momento di calma dopo il frastuono del Festival di Sanremo, il senso profondo di “La felicità e basta” e del loro album, “Luna di miele”. Letizia Cesarini e Giovanni Imparato si muovono nel mainstream con lucidità, senza farsi distrarre dalle mode del momento. “Quando smetti di inseguire ossessivamente un traguardo, è proprio lì che le cose accadono. È come scegliere una fila al supermercato convinti che sia più rapida dell'altra, per poi scoprire che è quella che scorre più lentamente”, dicono. Per loro la musica “è una questione di comunione. Quando decidi di elaborare un linguaggio diverso insieme a un circuito di altri artisti, allora riesci davvero a svecchiare la musica italiana”.

Maria Antonietta, pesarese classe 1987, con un percorso di studi tra Storia dell'Arte e Teologia, trasforma ogni suo brano in un mondo sospeso tra sacro e profano. Colombre, classe 1982, originario di Sassocorvaro, è un architetto sonoro che, partendo da una precaria professione di docente di Lettere, è riuscito a dare forma a un'urgenza espressiva senza compromessi. Per loro, l'Ariston non è mai stato un traguardo ma solo una tappa del cammino. “Avevo un'ossessione di lunga data per l'abito indossato da Nada a Sanremo nel 1969”, confessa la voce di “Sassi”, a proposito della scelta estetica della prima serata. “Ho portato sul palco un'idea di libertà. Nada è riuscita a mantenere integra la propria anima pur navigando nell'industria culturale e noi proviamo a fare lo stesso”. Quella sera, aggiunge il cantautore di “Pulviscolo”, “ho scelto una maglietta con il volto di Dino Buzzati, dal cui racconto prendo il mio nome d'arte, Colombre, disegnato da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti”.

Le etichette, come “la nuova coppia del pop” o “i nuovi Coma Cose”, non li sfiorano. “Le classificazioni sono solo pigrizia umana”, taglia corto Maria Antonietta. Per Colombre, invece, “i paragoni sono inevitabili, ma quel che conta è la curiosità di chi ci ha scoperto a Sanremo e ha voluto scavare nel nostro lungo passato, riscoprendo i nostri primi dischi solisti. E quello ha un valore che nessuna critica superficiale potrà mai scalfire”. Il loro album, “Luna di miele”, uscito nel 2025, è nato da una fatalità: il ritrovamento di un vecchio hard disk pieno di bozze risalenti a quindici anni fa. “C'era un destino in quel cassetto. E quando sento puzza di destino, io abbocco sempre”, sorride il cantautore marchigiano. “In questo disco c'è un'ironia che non avevo mai osato usare”, prosegue la scrittrice di “Sette ragazze imperdonabili”. “Mettere in musica la nostra vita privata non è stato un modo per edulcorarla ma per esplorare territori nuovi, cercando un suono che celebrasse la nostra unione senza tradire la nostra identità”.

Ma è la sacralità dei loro percorsi solisti ad aver salvaguardato il rapporto. “Se fossimo stati chiusi solo nel nostro mondo per quindici anni, saremmo impazziti”, ammettono. Questa autonomia è proprio il segreto di “La felicità e basta”. “È la grande sfida”, spiega Colombre. “Se smettessimo di credere che si possa fare musica popolare senza svendersi, cambieremmo mestiere”. La prova del nove di questo impegno sarà il tour estivo: il viaggio partirà il 2 maggio da Porto Sant'Elpidio e proseguirà per tutta Italia con tappe a Milano, Bologna, Roma e Perugia. Guardando al futuro, infine, la prospettiva si allarga. “Ci piacerebbe che, tra cinquant'anni, si ricordasse quel fermento creativo creatosi tra il 2005 e il 2020”, spiegano. Quello dei piccoli club, che hanno dato i natali artistici “ad artisti come Cosmo e Calcutta”. È in questa visione di comunione collettiva che il “mostro marino” di Buzzati, il Colombre, trova finalmente la sua pace. Non divora più, ma dona perle a chi, come loro, ha ancora la pazienza di cercare il senso profondo nelle pieghe del pop.

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