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Rehab post Sanremo
“Trovarsi soli all'improvviso” di Marco Giudici. Ciò che serve per riprendersi dopo Sanremo
L'album è un cantico della solitudine introspettivo e minimalista, un fragile viaggio intimista capace di avvinghiarsi agli spiriti predisposti, fino a proporsi come sommesso manifesto di un modo di prendere le cose, oggi, soprattutto se hai vent’anni
Se proviamo a parlare di musica (non di gossip) all’indomani del Festival di Sanremo, che sapore vi resta in bocca? Bruttino, eh? Un pezzo tipicamente neomelodico, cantato da un onesto veterano del genere, ha trionfato in un’ambientazione miracolistica che, in effetti, conteneva il sapore di un clamoroso ritorno al passato, attraverso la peggiore normalizzazione e l’appiattimento di forme, contenuti e strategie di diffusione. Ricordate quando Sanremo era diventato l’emblema di qualcosa da detestare, perché resisteva ostinatamente a qualsiasi esplorazione del nuovo, votato a uno sconfortante status quo artistico? L’ultima edizione si colloca in quei dintorni, le motivazioni le abbiamo ampiamente analizzate e del resto, di questi tempi, dei posizionamenti intransigenti su questi temi rischiano di passare per ridicoli, viste le ben più serie preoccupazioni in circolo. Ma di fatto l’edizione 2026 ha chiuso un circolo che difficilmente l’annuncio delle prossime direzioni artistiche sembrano contraddire.
Tant’è, a questo punto conviene tuffarsi alla ricerca dell’unica cosa che può servire: degli antidoti. Buoni per resistere a questa incongrua restaurazione. E, per esempio, mettiamoci ad ascoltare “Trovarsi Soli all’Improvviso” terzo album solista di Marco Giudici, 35enne musicista, autore e produttore milanese, noto soprattutto come spin doctor di alcune notevoli produzioni indie, a cominciare da quelle di Adele Altro/Any Other, la sua collaboratrice più stretta, che del resto compare vocalmente anche in questo lavoro. Marco è un personaggio introverso e privato, in un certo senso perfetto per confrontarsi con quel senso contrario affermato da Sanremo – e questo, come vedremo, detto nel bene e nel male. Perché “Trovarsi Soli…” è un album breve (9 tracce con due strumentali, 33 minuti) delicato e delizioso, ed è un cantico della solitudine introspettivo e minimalista, un fragile viaggio intimista dichiaratamente dimesso, suonato il meno possibile come scelta rappresentativa (solo voce, chitarra, delle tastiere oscillanti che creano un senso di vertigine, una tenue batteria) con un’estetica da “demo” di lusso, capace al tempo stesso però di avvinghiarsi agli spiriti predisposti, fino a proporsi come sommesso manifesto di un modo di prendere le cose, oggi, soprattutto se hai attorno a vent’anni.
L’opzione, se si ha un debole per certe sonorità indie-folk – siamo nei ravvicinati paraggi del Sufjan Stevens di “Carrie & Lowell”, del Bon Iver di “For Emma, Forever Ago”, l’atteggiamento dell’autore è lo stesso, dolente, composto, cantando in punta di piedi attaccato al microfono –, è che la musicalità di Marco, il suo approccio, le irruzioni vocali di Any Other, per alcuni ascoltatori finiscano per costituire una scoperta essenziale e in particolare un vessillo del valore della tenuità. Giorni fa, Emiliano Colasanti titolare di 42 Records, l’etichetta di Giudici, ha pubblicato sui social un post emozionale, chiedendosi che senso, che spazio, che opportunità possa ancora avere oggi un’opera di questo genere, allorché la rassegna festivaliera e i relativi effetti di promozione, visibilità e vendite, stanno propagando una teoria della musica leggera italiana di tutt’altro segno, addirittura “aggressiva” nei confronti di espressioni artistiche di questo genere. E’ un grido d’allarme di cui conviene prendere nota, prima di dedicarsi a dar credito e attenzione a un lavoro di pregevole fattura come questo di Marco Giudici. Ma c’è un però, e torna a parlarci di nicchia, se non di ghetto e di confort zone nella quale opere come queste minacciano di rimanere rinchiusi in momenti di diffusa insicurezza come quelli che stiamo vivendo, per la distanza che stabiliscono e mantengono con un pubblico più ampio e per una certa, esposta volontà nell’evitare, con il proprio stile, possibili strade di contatto. Un album che declina l’isolamento e il distacco esistenziale con una simile eleganza che rasenta lo snobismo, una voce che non chiede aiuto ma descrive una condizione, al punto da diventare una “stanza”, richiede una predisposizione e una pazienza d’ascolto che il mercato attuale non ha e non viene educato ad avere.
Nel giudicarlo bello e compiuto c’è anche la tentazione di rappresentarne l’inevitabile destino infelice dal punto di vista dei riscontri, in un’epoca cupa, nella quale melodramma e carnevalate proliferano e fungono da bugie condivise, al limite con la pornografia. Chissà perché, parlando di questi argomenti, ci torna alla mente Enzo Carella e le sue canzoni strane, anche se musicalmente non esiste contatto con quanto fa Giudici. Per il quale ci piacerebbe si aprissero palcoscenici più grandi e platee che, scoprendolo, se ne innamorino. Ma l’indipendenza in certi casi deve rinunciare a muovere soltanto i passi felpati che sente le appartengono: deve trovare la forza di far sentire e imporre la propria voce, non soltanto contemplandosi su timbri consolatori. Ne abbiamo bisogno tutti, ne ha soprattutto bisogno la musica italiana del presente.
"quei maleducati dei trapper"