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un secolo di opere

Il pianoforte, la didattica, la musica come gioco: i 100 anni di György Kurtág

Mario Leone

Lontano dai facili sensazionalismi e stimato da colleghi e pubblico, che soprattutto in patria lo considerano “una divinità”. Il compositore ungherese compie gli anni. Una vita votata alla musica

Quella di György Kurtág è una vita votata alla musica. Cento anni, per l’esattezza, compiuti poche settimane fa e trascorsi in gran parte con la moglie Márta, sua compagna anche nell’arte. Commuovono le registrazioni in cui appaiono insieme sul palco, davanti al pianoforte, con le braccia intrecciate e i corpi che si appoggiano l’uno all’altro, come per mantenersi in equilibrio. Per anni il duo ha proposto le trascrizioni che Kurtág ha ricavato dalle musiche di Bach e brani concepiti appositamente per due pianisti. Si potrebbe scrivere molto su un compositore schivo, lontano dai facili sensazionalismi e stimato da colleghi e pubblico, che soprattutto in patria lo considerano “una divinità”.

Kurtág abita oggi all’ultimo piano del Budapest Music Centre, struttura che ospita anche due importanti sale da concerto. “Zio Gyuri” – come lo chiamano le persone che frequentano l’edificio – assiste spesso ai concerti, seduto sulla sedia a rotelle e ormai solo dopo la scomparsa della moglie, avvenuta nel 2019. Il lutto non ha scalfito la sua voglia di comporre né la curiosità per il mondo che lo circonda.

Quando scrive, Kurtág si concentra sul frammento, sui piccoli particolari. Esplora le possibilità timbriche degli strumenti e della voce e porta avanti un intenso lavoro di riattualizzazione di musiche pensate per altri organici. Rispetto a molti colleghi, ha sempre dedicato particolare attenzione alla didattica del pianoforte, criticando alcuni metodi tradizionali. L’ungherese contesta un approccio che limita la libertà di sperimentare e mortifica il gioco e la curiosità, tratti distintivi dell’infanzia. Ciò indebolisce la capacità di ascolto e ostacola lo sviluppo delle qualità espressive dello studente, costretto a suonare sempre nella stessa estensione e a concentrarsi esclusivamente su ritmo e diteggiatura, trascurando l’aspetto corporeo del fare musica. Non sorprende che, così, molti interrompano il percorso formativo, annoiati e privi di stimoli che coinvolgano la persona nella sua interezza.

Nel 1973 Kurtág pubblicò Játékok (in ungherese, “Giochi”), una serie di otto volumi contenenti centinaia di brevi pezzi per pianoforte. I volumi I, II, III, V, VI e VII raccolgono brani per pianoforte solo; i volumi IV e VIII includono anche pezzi per quattro mani e per due pianoforti. L’autore dichiarò di voler favorire la giocosità, la curiosità e l’abilità dei bambini alla tastiera. Per questo i pezzi vanno eseguiti con “una grande dose di libertà e iniziativa da parte dell’esecutore”. Játékok invita dunque gli allievi a instaurare un rapporto più personale con lo strumento, come se stessero giocando con un grande giocattolo.

Nel valutare quest’opera, molti si limitano al lato artistico senza indagarne l’aspetto pedagogico. Numerosi didatti esitano a inserirla nei percorsi formativi perché adotta una notazione alternativa e prevede l’uso di cluster ottenuti con pugni, gomiti e braccia distese sui tasti. All’interprete è concessa ampia libertà, ma il docente deve avere chiaro l’obiettivo da perseguire e i confini entro cui muoversi. Altro punto spesso trascurato è lo sviluppo dell’espressività, l’uso delle dinamiche e il lavoro sul fraseggio. Pochissimi pianisti sfruttano questo repertorio per insegnare o per proporlo in pubblico.

Peccato, perché questa musica non ha nulla da invidiare a Mikrokosmos, la celebre raccolta di 153 brani pianistici che Béla Bartók organizzò per gradi di difficoltà allo scopo di studiare lo strumento. A cento anni dalla nascita, una riscoperta – giocosa – della musica di György Kurtág farebbe bene a molti.

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