fantastici five
Erano la boy band più sfacciata. Vent'anni dopo i Five hanno qualcosa da dirsi
La reunion e un tour mondiale, che passa anche da Milano. Non è nostalgia: è una guarigione collettiva. "Cerchiamo quella verità fisica che l'AI non può replicare. È l’imperfezione che rende il risultato unico”. Gli schermi che dividono, una sneaker passata di mano in mano e George Clooney che mangia spaghetti
Sali sul palco e vedi solo una distesa di telefoni davanti a te. Nessuno guarda lo spettacolo, tutti lo filmano. È un mondo diverso, un’altra generazione. Cerchiamo un contatto ma c’è uno schermo di mezzo”, raccontano i Five, la boy band che alla fine degli anni Novanta, con “Everybody Get Up”, “Keep On Movin’” e “If Ya Gettin’ Down”, incarnava l’energia più ruvida e sfacciata del pop britannico. Nati da un’intuizione di Chris Herbert, il manager già dietro il successo delle Spice Girls, il gruppo doveva essere la risposta “di strada” al pop zuccheroso dell’epoca. Ora Scott, Richard, Sean, Abs e Jason si ritrovano per un tour mondiale (in Italia mercoledì 8 luglio, al Parco della Musica di Milano).
Il pop, per chi lo ha vissuto nel periodo d’oro di Take That, Backstreet Boys e NSYNC - un’epoca in cui i Five hanno polverizzato le classifiche con 20 milioni di dischi venduti - era un’esperienza fisica, un “oceano di energia”. Ai tempi del loro debutto, nel 1997 con “Slam Dunk (Da Funk)”, i social media non erano nemmeno un’ipotesi fantascientifica. Oggi i cinque lad boys si muovono in un panorama dove l’immagine precede l’evento. Eppure, rivendicano una superiorità data dal mestiere: “Possiamo stare sul palco e reggere il confronto con qualunque artista. Cerchiamo quella connessione organica che oggi si scontra con l’AI”. A proposito: “L’AI fa quello che fa la nostra mente, mette insieme la musica che abbiamo ascoltato per anni e tira fuori qualcosa di nuovo. La differenza è nell’errore umano che rende il risultato unico”.
Raccontano la loro prima trasferta in Italia nel 2000. Prima vennero travolti da un’orda di fan fuori dagli studi di MTV Select e poi, durante lo show al Forum di Assago, Scott perse una scarpa. “Non canterò finché non riavrò la mia sneaker!”, urlò al microfono. E questa, di mano in mano, tornò miracolosamente sul palco. Tornando a Milano, ricordano anche una cena ai tempi di una sfilata con George Clooney: “Era lì, rilassato, mentre mangiava spaghetti. Gli passai persino mia madre al telefono”. I Five disegnano il ritratto di un’epoca in cui le popstar erano divinità accessibili. “Noi eravamo una lad band, un gruppo di ragazzi un po’ rudi”, spiegano. Era l’estetica del Britpop applicata alle coreografie: meno sorrisi, più sfrontatezza.
La vera ragione del ritorno però non è il marketing, né la nostalgia fine a se stessa, bensì una questione di salute mentale e guarigione. “Ci allontanammo in modo brusco. C’erano problemi psicologici, emotivi, un peso portato dentro per più di vent’anni”, raccontano. Nel 2001, all’apice del successo e dopo 20 milioni di dischi venduti, il meccanismo si ruppe sotto la pressione di ritmi disumani. “Il fatto di esserci ritrovati non ha nulla a che vedere con la musica – chiarisce Richard – si è trattato semplicemente di riallacciare i rapporti come persone. Ci siamo resi conto di essere gli unici al mondo a sapere cosa abbiamo passato in quegli anni folli”. Il messaggio spedito dai Five di oggi a quelli del 2001 è disarmante nella sua semplicità: “Andrà tutto bene – dice Abs – anche se ora non vi sembra. Non scioglietevi, prendetevi solo una pausa”. È la consapevolezza di chi ha capito, con due decenni di ritardo, come a volte basterebbe fermarsi per salvare carriera e amicizia. Il loro ritorno oggi non è un’operazione costruita a tavolino ma il risultato di una “guarigione” collettiva. Tardiva, disordinata, sincera. Né scorciatoie né filtri: solo cinque uomini che hanno impiegato un quarto di secolo a perdonarsi e che ora, finalmente, hanno qualcosa di vero da mostrare: gli errori, le imperfezioni, tutto quello che rende un risultato unico.
"quei maleducati dei trapper"