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Il documentario

La solitudine dei numeri uno. McCartney dalla fine dei Beatles ai Wings

Stefano Pistolini

“Man on the Run”, il doc uscito su Amazon Prime, è un’indagine intrigante, instradata su due livelli: dare un’ulteriore sistemata alla reputazione dell’oggi 83enne superstite della più grande ditta musicale mai esistita e permettere uno sguardo confidenziale nel day after dello storico divorzio che lasciò il mondo senza fiato

Bisogna essere addentro alla parabola beatlesiana per godere del racconto di “Paul McCartney: Man on the Run”, doc appena uscito su Amazon Prime che racconta il tormentato decennio dell’ex Beatle, tra lo scioglimento dei Fab Four e la fine dei Wings, la band con cui tentò (e in parte riuscì) a ricostruire la magia. La storia è nota, ma altrettanto controversa: alla fine del ’69 i Beatles praticamente non esistono più, anche se è proibito dirlo e renderlo pubblico, per proteggere l’investimento. John e Paul, i leader della band, stanno andando in direzioni opposte e quel formato così anni Sessanta ormai va stretto a entrambi. Il problema, di fronte al pianeta di fans adoranti, è chi sia disposto a prendersi la responsabilità di mandare tutto all’aria.

 

 

La verità, con ogni probabilità, sta nel mezzo, ma “Man on the Run” è una diretta produzione di Paul e di fronte alla ferita eternamente aperta, è palese che uno degli scopi di questo lavoro sia di ripulirgli l’immagine, dopo decenni di astio da parte degli irriducibili seguaci del quartetto. Insomma, qui Paul dice che era John che non ne poteva più, anche se, quando la bomba scoppia, il cerino rimarrà in mano a lui che ne soffrirà a lungo, lasciandosi andare e bevendo troppo bourbon. La realtà è che a quel punto i Beatles erano già storia e mai intuizione fu più felice di quella di chiudere bottega prima che il tempo accelerasse più di quanto potesse fare la loro musica. E comunque questo lungometraggio firmato dall’esperto Morgan Neville (in passato al lavoro su Anthony Bourdain e Pharrell Williams) è un’indagine intrigante, instradata su due livelli: dare un’ulteriore sistemata alla reputazione dell’oggi 83enne superstite della più grande ditta musicale mai esistita e soprattutto permettere uno sguardo confidenziale nel day after dello storico divorzio che lasciò il mondo senza fiato. Ed ecco che buona parte del film descrive lo stato di prostrazione, la confusione e lo smarrimento che avvolgono Paul all’indomani della fine del gruppo che era stato la sua fortezza e il suo sogno, a partire dagli anni dell’adolescenza, fino all’età adulta raggiunta come uno degli uomini più famosi in circolazione. D’un tratto ecco il vuoto, lo svanire del famoso cameratismo beatlesiano, la solitudine.

 

Paul fatica, sbanda, infine elabora il lutto in tre modi diversi: in primo luogo rifugiandosi nel cuore della famiglia che ha formato con l’amatissima Linda Eastman, con la quale da poco è convolato a nozze, ne ha adottato la figlia e ne ha prodotta una ex novo. Paul è stregato dal distacco e lo stile con cui Linda sa essere sua moglie, tenendo a bada la questione della fama, perno della vita di un ex Beatle. Linda è fuori dai giochi, ma disponibile alla complicità, elegante, algida, priva dei parossismi pop immerso nei quali ha vissuto Paul. Per il quale il secondo fattore di supporto è il luogo scelto come rifugio, ovvero la remota fattoria in Scozia, nella penisola dei Kintyre, in mezzo al nulla ma piena di animali, spartana e malridotta, dove può sfuggire alla pressione dello star system. Al tempo non esistono i cellulari e il web, e quell’isolamento è totale, permettendo a Paul di esplorare una sconosciuta condizione esistenziale, perché in un certo senso lui è nato praticamente già Beatle. La terza via alla riconciliazione è parte integrante della personalità di Paul: tornare a suonare e a comporre, e perfino progettare una band.

 

Alla difficile domanda “cosa può fare un Beatle dopo la fine del Beatles?”, Paul risponde come sa: deve riprendere dove ha lasciato. E così nascono i Wings, la band tutta sua che lui si ostina a considerare una democrazia, quando non lo è affatto e nella quale, tra i mugugni dei fans, vuole che militi Linda, sebbene lei è restia, non è una musicista e canta come al karaoke. Linda l’anti-popstar, che per amore si converte in tastierista e diventa l’anima sentimentale del gruppo, con una leggiadria che, grazie alle immagini del film, ci commuove e si fa rimpiangere (Linda morirà di cancro nel ’98). I Wings partono dal basso, da un pulmino che gira l’Inghilterra e improvvisa concerti nelle università, ma per la seconda volta porteranno Paul sul tetto del mondo, traversando i continenti e diventando una delle band più amate della scena internazionale, anche se poco gradita alla critica, ai puristi e ai nostalgici. Al tramonto dei Settanta, comunque, anche i Wings andranno in soffitta, perché Linda è stanca, Paul è logoro e i musicisti sono solo degli stipendiati. McCartney è prossimo ai quarant’anni, la vita on the road non può durare per sempre e lo choc è dietro l’angolo: John viene assassinato a New York e Paul è di nuovo alle prese con l’interrogativo: che fare adesso? Avrà davanti quasi mezzo secolo di carriera che affronterà con successo e con classe, anche se le cose non potranno mai più essere come un tempo.

 

“Man on the run”, storia di un uomo in fuga da se stesso, si vede con piacere, intuendo la relativa oggettività del racconto e gli aggiustamenti voluti da un artista ossessionato dal controllo della propria immagine. Ha il pregio d’essere privo di interviste a mezzo busto, ma ricchissimo di archivi inediti e costituisce un altro mattone della mistica beatlesiana che non smette di ipnotizzare il grande pubblico, al pari di quella dei Kennedy. Commuoverà gli ammiratori Paul, facendo nel contempo venire i nervi a quelli che non hanno mai tollerato le sue moine, in fondo – a torto – considerandolo più che altro il poliziotto di John.

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