“Götterdämmerung” (foto Brescia e Amisano  © Teatro alla Scala)

sul palco

Storie assurde su una musica sublime: non c'è vaccino al virus Wagner

Alberto Mattioli

Il “Ring” alla Scala, una festa per operanomadi. Come diceva Nietzsche, il compositore tedesco è una nevrosi, un bacillo che continua periodicamente a circolare

Dopo averlo proposto “a puntate” nelle ultime stagioni, la settimana scorsa la Scala ha messo insieme tutti e quattro i pezzi del suo Anello del Nibelungo. La più lunga manifestazione musicale della storia dopo il Festival di Sanremo è stata molto applaudita da un pubblico di “perfect wagnerite” internazionali, festanti dopo quattro serate e circa sedici ore di full immersion: ma si sa che Wagner in generale e il Ring in particolare sono un sequestro di persona accompagnato dalla sindrome di Stoccolma. Si replica questa settimana, stesso spettacolo ma direttore diverso, perché l’esperta Simone Young succede ad Alexander Soddy, che tutti continuano imperterriti a definire un giovane direttore benché abbia 43 anni. Ma forse per lui questo Anello è la consacrazione. La somma è più convincente dei singoli fattori, il ciclo completo più delle opere singole. Di Soddy si apprezzano soprattutto la fluidità e la scorrevolezza, senza cadute di tono ma nemmeno senza epicità dopata: è un Wagner “lirico” come ovunque ormai da mezzo secolo, ma di una freschezza accattivante e perfino con un certo sense of humour. Soddy prende per mano l’ascoltatore e lo accompagna nel suo viaggio al centro dell’uomo. In più, ha un gusto raffinato, Jugendstil, straussiano, direi perfino leggermente compiaciuto, nei momenti, molto più numerosi di quanto si pensi, in cui l’Anello sembra musica da camera: Wagner era anche e forse soprattutto un maestro della miniatura. Però la Trauermarsch della Götterdämmerung aveva il respiro ampio, le sonorità solenni e gli accordi perentori che aspettavamo. Con qualche alto e basso (basso, i primi cinque minuti del Rheingold; alto, tutto il Siegfried), nel complesso buona la prova dell’Orchestra, mentre i coristi di Malazzi restano eccellenti anche come Ghibicunghi.

E’ buona anche la compagnia, un Wagner “internazionale” di quelli che si sentono più o meno in tutti i teatroni (e qui, anzi non solo qui, forse la Scala dovrebbe provare a darsi un’identità sua, meno mainstream e più italiana). Michael Volle, Wotan, sarà anche un po’ usurato, ma resta un grandissimo artista: quando, nel finalone della Walküre, canta pianissimo tutto “Der Augen leuchtendes Paar” perfino noi cinici non abbiamo potuto non commuoverci. Idem il ben noto ma sempre eccellente Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, Mime, e Olafur Sigurdarson, finalmente un Alberich che canta e non bercia. Notevoli anche Okka von der Damerau che fa Fricka (e poi una signora che si chiama Okka si ama a prescindere), le valchirie, le norne, le figlie del Reno, i giganti e le divinità assortite. Brünnhilde e Siegfried sono leggerini, come ormai è la regola. Però Camilla Nylund ha una linea di canto elegantissima, quasi liederistica, anche se mi sembra che all’Immolazione sia arrivata un po’ stanca; e Klaus-Florian Vogt conserva un aspetto e un timbro adolescenziali che ne fanno un supereroe modello prima liceo. Anche David Butt Philip, Siegfried, che a Londra riuscì a cantare una delle parti tenorili più scomode mai scritte come Folco in Isabeau, è un Siegmund non debordante di volume ma solido, e in più nel “Wintersturme” ha avuto il buon senso di piazzarsi nel punto-Callas, là dove la bizzarra acustica della Scala raddoppia il volume delle voci. La migliore di tutti è Vida Mikneviciute, la miglior Sieglinde dai tempi della Waltraud Meier, sublime immensa meravigliosa. Non so se una recensione sia il luogo adatto per una proposta di matrimonio, ma la faccio lo stesso: sposami e cantami “Der Männer Sippe” ogni mattina a colazione. 

                                              

L’unica delusione è quindi lo spettacolo di sir David McVicar, già ampiamente buato nelle puntate precedenti. A cinquant’anni dal Ring di Chéreau, si può capire che ci si sia stufati di cappottoni e nazisti e insomma di Regietheater e che, rotto il giocattolo wagneriano per vedere com’è fatto dentro, si voglia rimetterlo insieme. Non è che questa produzione non funzioni perché si limita a narrare invece di interpretare: mi può anche stare bene rifare il fantasy, ma bisogna farlo meglio. Concesso e non dato che l’Anello sia un Game of Thrones taglia XXXL, allora voglio davvero gli effetti speciali e le trovate scenotecniche, che qui invece si limitano a degli aitanti giovanotti sui trampoli per fare i cavalli delle valchirie e a qualche giramento di un roccione che sembra il profilo di Richard, con giramenti (d’altro) anche in platea. McVicar ha due pregi: garantisce un buon livello della recitazione e “racconta” sempre, sicché questo Anello sembra un perfetto Wagner for dummies, perfettamente fruibile per tutti, cotto e mangiato anche per wagneriani neofiti. Ma l’ultimo grande tentativo di spiegare il mondo dovrebbe misurarsi con il nostro, di mondo. E quindi questa produzione risulta l’ennesimo sintomo di quel rifiuto di affrontare la complessità che è la vera malattia della nostra società e che infatti i populismi trionfanti, di destra e di sinistra, definiscono elegantemente “seghe mentali”. In ogni caso, la scena della forgia che chiude il primo atto del Siegfried (fra parentesi, assai temuto perché ad altissimo rischio di noia e che invece Soddy ci fa amare come tutto il resto), realizzata con tutti i passaggi previsti dal manuale del fabbro provetto, è un perfetto tutorial nel caso dobbiate forgiare una spada homemade.

Volendo, resta da capire perché duemila persone passino quattro serate della loro vita seduti al buio ad ascoltare gente che racconta in tedesco storie assurde su una musica sublime. E perché, appena un teatro annuncia un Ring, orde di wanderer si mettano in viaggio: due terzi degli abbonati di questa produzione scaligera sono stranieri, per esempio settanta americani (e anche un sudafricano da Pretoria), quindi con tutto il non disprezzabile indotto che ne consegue e L’oro del Reno che affiora dai Navigli. Gli operoinomadi sono tutti pazzi, si sa; quelli wagneriani, di più. Forse perché Wagner, come diceva Nietzsche, è una nevrosi, un virus di cui non si è ancora scoperto il vaccino, un bacillo che continua periodicamente a circolare. Una malattia inguaribile: a ben pensarci, come la vita.

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