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valore eterno

Dite a Timothée Chalamet che l'aspettiamo in un teatro d'opera italiano

Federico Freni

L'attore americano ha detto che melodramma e balletto sono noiosi, ma non per tutti è così. L’arte, quella noiosa “che non interessa più a nessuno”, consente di costruire il tempo, ma richiede una responsabilità che molti giovani oggi stanno riscoprendo e rivendicando: la responsabilità della fatica

Qualche giorno fa mi aggiravo per le sale di Palazzo Reale a Milano, visitando “Le Alchimiste”, la (splendida) mostra di Anselm Kiefer. Accanto a me una coppia commentava: “Ma che roba… questa non è arte!”, “ma che siamo venuti a fare”. Insomma, mi son detto, sono dei pericolosi reazionari, o forse, dei semplici tradizionalisti, ci sta. Ma d’altronde, ragazzi, cosa vi aspettavate da una mostra di Kiefer? Quindi diciamoci subito la verità, a scanso di equivoci. Timothée Chalamet ha detto, in modo decisamente grossier, ciò che molti pensano: andare all’opera o a vedere un balletto è una noia mortale. Il concetto, depurato da quel quid di approssimazione e fanatismo tipico di un certo mondo, è che ci sono forme di arte che possono non piacere. Ed è legittimo sia così, perché non è detto che un fenomeno culturale, per quanto storicamente radicato, debba per forza intercettare la sensibilità di tutti. Come non è detto che tutti debbano apprezzare la stessa mostra.

 

Certo, la nostra formazione ci porta a guardare con maggior sospetto quel tale che di fronte, chessò, a una Pietà di Michelangelo o a un tondo di Botticelli abbia qualcosa da obiettare. Siamo invece istintivamente più indulgenti con quanti possano nutrire dubbi di fronte all’arte contemporanea, o anche al cospetto di un Picasso. E’ un retaggio culturale figlio dell’illuminismo, una tara che ci portiamo appresso: l’idea classica del bello, che si incontra e si scontra con l’evoluzione della società (o, il che è lo stesso, con il progredire del linguaggio artistico). Certo, lo dico per esperienza, ho anche visto sfilare con sovrana indifferenza frotte di turisti di fronte a una pala di Giotto; ho visto ignorare Caravaggio, e quando ho proposto ad alcuni conoscenti di entrare in San Luigi dei Francesi, mi è stato domandato il perché. Poi per carità, li vedi tutti diligentemente in coda per sostare otto secondi davanti alla Gioconda, ma credetemi l’esperienza di un grande museo restituisce dati interessanti circa lo stazionamento medio di fronte a questa o a quell’opera.

 

Quindi, per tornare a noi, non mi sconvolge più di tanto che taluno possa non apprezzare forme di arte che per me sono imprescindibili, o che costituiscono il retaggio della cultura europea. Il melodramma, dunque, può anche – legittimamente – non piacere. Solo che, sin dai tempi di Seneca, sappiamo che la maggior parte degli esseri umani preferisce credere anziché giudicare; e così io sono abbastanza certo che Chalamet abbia poca dimestichezza con i teatri d’opera (id est: non ci abbia mai messo piede). E che il suo giudizio affrettato sia figlio della sconoscenza (intesa nel senso etimologico di ignoranza) più che della malafede. Solo che la sconoscenza di un personaggio pubblico, di uno che misura in follower le sue azioni, è tanto più rilevante quanto più questi non la sappia amministrare con un certo grado di consapevolezza. E devo dire che in materia il nostro non ha dato gran prova di sé. Resta un attore magnifico, ma con quel tratto di saccente approssimazione tipico di un demi-monde così comune a certe latitudini, farebbe bene forse a studiare un po’.

 

Perché, vedete, c’è un equivoco di fondo che spesso sfugge a chi è abituato a misurare il mondo in stories da quindici secondi: la differenza tra consumare il presente – un eterno presente senza memoria, quello dei social – e costruire il tempo. L’arte, quella noiosa “che non interessa più a nessuno”, quella da “tenere in vita”, consente di costruire il tempo, ma richiede una responsabilità che molti giovani oggi stanno riscoprendo e rivendicando: la responsabilità della fatica. Il vero atto politico in un’epoca che ci vuole passivi spettatori di algoritmi, è quello di dedicare tempo (e fatica) a ciò che ha valore in eterno.

 

Insomma, benedetto ragazzo, vieni una sera in uno dei tanti teatri d’opera italiani (se è un problema, tranquillo, il biglietto te lo si offre noi), oppure fai una passeggiata per Cremona durante il festival dedicato alla musica barocca o a Parma durante il Festival Verdi, o a Verona durante la stagione dell’Arena. Perché se passassi qualche ora (follower permettendo, beninteso) in un teatro d’opera ti accorgeresti che la realtà è un filo differente rispetto a quella che immagini. Ti accorgeresti che accanto a un congruo numero di senescenti scartatori seriali di caramelle, è pieno di giovani curiosi e appassionati. Ti accorgeresti che questo mondo è pieno di orchestre giovanili; che tutti i teatri ormai offrono condizioni di accesso agevolate ai giovani e che i giovani partecipano alla vita culturale dei teatri in modo sempre più deciso. Dunque caro Timothée, vieni, vedi, ascolta, e poi resta pure della tua opinione. Va benissimo. Ci potrai dire, legittimamente, che opera e balletto ti annoiano da morire. Ma sono certo che non dirai più che non interessano a nessuno.

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