Il disco che non esiste
Con “LIVE?”, i Mombao aprono un interrogativo sulla musica dal vivo, e non lo chiudono
Da X Factor a casa vostra. Il duo formato da Damon Arabsolgar e Anselmo Luisi pubblica un album costruito su registrazioni di concerti, overdub e patchwork temporali. Non è un live né un disco in studio: è una domanda. Che circola in vinile, di salotto in salotto, lontano dalle piattaforme
In ogni concerto c’è sempre una scena che tutti vivono ma che i nostri ricordi – digitali o mentali – non mostrano mai, anche perché c’è poco da mostrare: quella in cui il concerto finisce. Il pubblico si dissolve lentamente, i corpi scivolano fuori dalla stanza, e ciò che è accaduto non ha più luogo. E’ irripetibile, non c’è modo di tornare indietro. Con buona pace delle stories e dei videini sfocati che conserviamo nello smartphone, per mai più rivederli. Ora c’è un disco che su questo paradosso ha messo le fondamenta. Si chiama “LIVE?”, e il punto interrogativo non è un vezzo grafico ma il nodo teorico dell’intera operazione. I Mombao, duo formato da Damon Arabsolgar e Anselmo Luisi, lo hanno pubblicato il 27 febbraio per Electric Carpet Records, in vinile e digitale, e già questa frase richiede una correzione: il disco non è sulle piattaforme di streaming. Verrà distribuito fisicamente, di casa in casa, durante un giro di ascolti collettivi nei salotti della loro tribù (sinonimo a sangue caldo dell’impalpabile e antipatico “community”). Su Spotify il disco è composto da sette tracce fantasma generate da un’intelligenza artificiale che recita in diverse lingue un invito a boicottare la piattaforma. L’AI usata per trollare l’algoritmo: un cortocircuito deliberato.
Trollare l’algoritmo con l’AI. “Se non sei su Spotify non esisti. Come stare al gioco? Provando a forzarne le regole”. Sette tracce fantasma
Ma prima di arrivare alla distribuzione vale la pena fermarsi sul disco in sé, o meglio sulla domanda che il disco pone a se stesso. E ai suoi ascoltatori. “In fondo la registrazione stessa è una falsità, in qualche misura”, dicono Arabsolgar e Luisi. “Tradurre l’esperienza fisica di una batteria che suona in una stanza in un’onda riprodotta in cuffia è qualcosa che sta fra l’incantesimo e il tradimento. Un gioco da prestigiatori, un’illusione”. Probabilmente lo stesso Walter Benjamin avrebbe apprezzato la formula. Nel suo saggio del 1936, “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, sosteneva che la riproduzione meccanica erode l’“aura” dell’opera: la sua presenza irripetibile nel tempo e nello spazio. Il valore culturale dell’opera (legato alla sua unicità) cede terreno al valore espositivo. Ciò che si guadagna in accessibilità si perde in presenza. I Mombao non ragionano in questi termini, ma ci arrivano per altra strada. “Abbiamo questa abitudine completamente controintuitiva da un punto di vista di marketing”, spiegano. “Durante il tour suoniamo le canzoni del disco successivo. Così invece di registrare in studio tracce separate e cercare di capire come fare ad avere un suono di un certo tipo, ci siamo ritrovati in mano le registrazioni del tour. Un materiale inedito, però già registrato durante i concerti, con i microfoni al centro dello spazio. Noi siamo frontali all’impianto e il pubblico ci sta tutto intorno”. Il risultato era sporco, pieno di imperfezioni. Eppure conteneva (dicono “carpiva”) qualcosa di altrimenti irriproducibile. “Il modo in cui suoniamo, il modo in cui usiamo la voce, il modo in cui i sintetizzatori escono dagli amplificatori e quello in cui le persone ci ballano intorno. Chiudendo gli occhi le puoi sentire”. Da quel materiale grezzo sarebbe potuto nascere un disco live classico, la fotografia di una serata. Invece il processo ha preso un’altra direzione. Insieme all’ingegnere del suono Riccardo Carugati, la strofa di un concerto è stata sovrapposta al ritornello di un altro live, per costruire “un patchwork temporale che nessuno spettatore ha mai vissuto nell’ordine in cui lo ascolta. Il nostro interesse non è testimoniare un concerto specifico, ma provare a traslare che cosa significa ‘andare a un concerto’. Vive in un’ambiguità. Ti puoi chiedere: ma io c’ero o non c’ero?” Ma perché fermarsi lì. “Il passo successivo è stato chiamare un coro, un fisarmonicista... abbiamo fatto degli overdub di percussioni. Quindi questo disco è diventato una domanda: è un concerto? E’ un disco dal vivo o in studio? Una domanda che rivolgiamo al nostro pubblico”.
“La registrazione stessa è una falsità. Qualcosa che sta fra l'incantesimo e il tradimento. Un gioco da prestigiatori, un'illusione”
Peggy Phelan, in “Unmarked: The Politics of Performance” (1993), aveva formulato la tesi più radicale possibile sul tema: “La performance vive solo nel presente. Non può essere salvata, registrata, documentata, né altrimenti partecipare alla circolazione di rappresentazioni di rappresentazioni: nel momento in cui ciò accade, diventa qualcosa di diverso dalla performance stessa”. I Mombao sembrano accettare questa premessa – il concerto diventa qualcos’altro nel momento in cui lo si registra – e declinarla in musica. “LIVE?” non finge di essere il concerto ma si chiede che cosa lo sia. Glenn Gould, nel suo saggio “The Prospects of Recording” pubblicato su High Fidelity nel 1966, aveva descritto con precisione la pratica del patchwork: descrive il proprio procedimento di costruire un’interpretazione di Bach unendo take diverse, con caratteri differenti, per ottenere qualcosa che nessuna singola esecuzione avrebbe mai prodotto. “A performance that never occurred”, come l’hanno definita i suoi esegeti. Era questa, per Gould, la promessa del disco: costruire interpretazioni post-taping che la linearità del tempo dal vivo non avrebbe mai permesso. I Mombao percorrono lo stesso tragitto, partendo dal polo opposto: non dallo studio verso il live immaginario, ma dal live verso il disco immaginario. “Registro un disco in uno studio, in uno spazio-tempo separato, e poi riproduco questo disco dal vivo”, riflettono Luisi e Arabsolgar. “Oppure suono dal vivo davanti alle persone e congelo quel momento registrandolo? Il mercato musicale si è strutturato in modo tale che queste due esperienze siano connesse. Eppure è una connessione paradossale. Pensa al cinema: non è che prima esce un film e poi esce la tournée degli attori che fanno quel film dal vivo. Ma nella musica, per evoluzione storica, sociale, tecnologica, spesso si pensa che questi due mondi siano sovrapponibili: come se ascoltare una traccia audio fosse come vivere un’esperienza musicale dal vivo”. I Mombao sembrano agire in uno spazio grigio, ibrido. E facendolo, prendono dannatamente sul serio la domanda su cosa stia succedendo quando si preme play su un dispositivo. “Il modo di creare e fruire la musica è sempre stato intrecciato con l’evoluzione tecnologica e sociale”, dicono, e citano David Byrne col suo “Come funziona la musica”. “Il modo in cui si ascolta la musica e con cui la si distribuisce è sempre cambiato in base al supporto che in quel momento l’industria spingeva. I dischi inizialmente venivano regalati per poter vendere ciò che li riproduceva. E poi, nel momento in cui tutti avevano il grammofono, si sono venduti i dischi. Siamo passati dal fare tournée in perdita per promuovere un album, a fare tournée per poter avere i soldi per registrarlo”.
L'argilla trasforma i performer in archetipi, in esseri al contempo un po' meno e un po' più che umani. “E alla fine sei diverso da come eri all'inizio”
Torniamo così alla questione della distribuzione di “LIVE?”, che è allo stesso tempo una scelta estetica e una presa di posizione. “Quello di Spotify è un po’ un ricatto ”, dicono i Mombao. “Se non sei sulla piattaforma non esisti, perché il novanta percento della musica transita da lì. Quindi come stare al gioco? Provando a forzarne le regole. Abbiamo pubblicato il singolo ‘Hissum Kissum’ per avere un assaggio dell‘album. Ma quello che esce su Spotify non è un album, è un troll: tracce audio generate da un’intelligenza artificiale proprio per criticare una piattaforma che supporta molta musica generata dell’AI insieme a musica di veri esseri umani, forzandoli in una competizione insensata.”
La scelta ha una logica interna coerente con i temi del disco. Se “LIVE?” è un oggetto che mette in discussione la riproducibilità dell’esperienza, ha senso che circoli nei contesti in cui quella relazione prende forma concreta. “Puoi avere anche centomila follower, ma tradurli in persone che vengono ai concerti è molto difficile”, spiegano. “Quest’idea ci ha portato a mettere in discussione non solo dove suoniamo, ma anche come portiamo in giro un disco. ‘LIVE?’ circolerà innanzitutto dove esistono relazioni. Chi viene ai concerti non è la nostra fanbase, è una tribù di cui siamo, in parte, responsabili. Creare comunità e nutrirla è la cosa più importante che possiamo fare ora”.
Da questa consapevolezza nasce l’idea del tour di ascolto nei salotti: non una trovata promozionale, ma la continuazione logica di un ragionamento sul valore delle relazioni dirette. Cento persone che credono davvero nel progetto e lo supportano senza intermediari, scrivono Mombao sui loro canali, valgono infinitamente più di un milione di ascoltatori casuali. È un’aritmetica diversa da quella delle piattaforme, e loro la praticano con la stessa convinzione con cui si dipingono il corpo prima di salire sul palco. Si esibiscono infatti coperti di argilla e colori, maschera e materia in cui tutte queste tensioni si depositano. Una pratica mutuata dall’esperienza con il Teatro Val d’Oca, ma con radici ancestrali. “L’argilla trasforma i performer in archetipi, in esseri al contempo un po’ meno che umani e un po’ più che umani”, raccontano. “Dipingerci ci dà la sensazione di essere da una parte canali di qualcosa che non sappiamo – spiriti o jinn – e allo stesso tempo di essere noi, proprio noi nella nostra parte più animalesca e corporea. Permette di aprire un immaginario. Di suonare in maniera indipendente dall’età, dall’aspetto fisico, dalla lingua, dalla cultura di appartenenza. E mette il corpo al centro. Non solo il corpo: anche la trasformazione. Mentre si suona, ci si muove e si suda e l’argilla si scioglie. Alla fine sei diverso da come eri all’inizio del live”.
Canti popolari e lingue inventate. C’è una scena italiana che emerge, senza volersi chiamare tale. Da Daniela Pes a Massimo Silverio
I Mombao si muovono in un paesaggio inclassificabile: festival psichedelici, jazz, elettronica, arti performative, circo nel bosco. “Mombao per noi è una visione, un processo più che una risposta”, dicono. “Cerchiamo di declinarla in base all’ambiente e in base alle persone che abbiamo davanti. O meglio: intorno”. Mescolano canti popolari di culture diverse con linguaggi asemici inventati, in una griglia techno/punk/pagana che non appartiene a nessun genere. Citano Iosonouncane, Daniela Pes, C’Mon Tigre, Mai Mai Mai, Massimo Silverio, Toni Bruna come una scena italiana che sta emergendo senza volersi chiamare tale. “È strano vedere altre persone che stanno portando avanti una ricerca simile in ambienti diversi, con background diversi e per ragioni diverse. Scene che sono sempre esistite stanno emergendo individualmente ma con consapevolezza. Sarebbe bello riuscire a unire questa Babele, questa famiglia senza una lingua comune, senza una piattaforma stabile sotto i piedi, ma che in fondo si occhieggia, si guarda, si ascolta”.
Nel 2021, intanto, era successa una cosa improbabile. I Mombao avevano partecipato a X Factor. “Era un carotaggio per vedere se esistesse un pubblico anche in quel settore”. Alle spalle c’era il Covid, che nel marzo 2020 aveva fermato tutto di colpo. Compreso un tour in India e Nepal, con fondi già ottenuti per girare un documentario. L’aereo era prenotato per il 9 marzo. L’8 marzo inizia il lockdown. “Nel 2021 abbiamo pensato che i temi di cui ci occupiamo – il corpo come strumento di percezione, la prossimità, la musica come sistema di connessione – fossero centrali rispetto a quello che stava emergendo in pandemia. Ci siamo sempre permessi di fare tentativi rischiosi e radicali, e abbiamo detto: proviamo”. Il rischio era alto, dicono. “Suonavamo in lingue inventate, con corpi dipinti di argilla. Il rischio sputtanamento era elevatissimo. Per un Maneskin che ce la fa, ci sono altri venti gruppi che finiscono nel tritacarne”. Sono stati in qualche modo protetti, dicono, dagli autori del programma, che avevano intenzione di fare di X Factor qualcosa di più di un talent di intrattenimento. Quello che è successo dopo è stato un ciclo di tre-quattro anni di tour, con locali e festival che li hanno cercati anche solo perché erano passati da lì. “Ma quella era soltanto la prima chiave”. Ora la prossima serratura da scassinare, il prossimo enigma da risolvere è quella domanda nel titolo: “LIVE?”. Mombao non hanno una soluzione, lo dicono con chiarezza. “Potenzialmente ogni risposta è al contempo quella giusta e quella sbagliata. ‘LIVE?’ è un’operazione paradossale. Ma sincera”. E forse sincerità è la parola magica. Un album che non finge di essere un concerto, ma che non finge nemmeno di non volerlo essere. Sta nel mezzo, e quel punto interrogativo è lì a ricordarlo. Come l’argilla che si scioglie: è la traccia di qualcosa che è accaduto davvero, e che adesso è già un’altra cosa.