Ansa
L'editoriale dell'elefantino
La decrescita felice di Sanremo
La normalizzazione del Festival è una bella notizia, senza snobberia, e grazie per le magnifiche rose. Intanto vuol dire, se può calare, che nel crescere forse c’era una parte di verità. Non era solo chiacchiera esagerata e festosa bugia, non era illusione e truffa, era la Bulgaria del canto certificata
Che allegria questa fine della folle corsa aritmetica sanremese. Da spettatore intermittente, svogliato ma non inciprignito nel suo malumore, per anni trovavo incredibile, anzi indicibile, la saga dei numeri dell’ascolto del Festival di Sanremo. Ogni anno la stessa storia. Tutta l’Italia, tutta l’Italia. Percentuali da brivido. Numeri assoluti da sballo. Mi domandavo come facessero a superare sé stessi, anno dopo anno, battendo sempre ogni record precedente. Titoli, storie social, interviste, conferenze stampa, saggi interpretativi: l’iperbole del rito Auditel era sconfinata, cresceva, si gonfiava mostruosamente e, come si dice, esponenzialmente. Cambiavano i conduttori, gli ospiti, la formula veniva rinnovata, arrivò il televoto, si passava da Tyson a Gorbaciov, i cicli musicali carezzavano il gusto di generazioni su generazioni, e il rap, e il trap e la serata delle cover, gli scandali, le liti, le rivalità ovvie in ogni gara, ma qui di più, e gli orripilanti monologhi si spalmavano su di noi, opinione spettatrice media, come un continuo incremento del gradimento. Meglio dell’anno scorso, meglio degli ultimi tre anni, meglio di sempre, sempre meglio, e via così. La prima serata incassava numeri di spettatori da capogiro, la seconda superava la prima, la terza e la quarta esplodevano nel successo del successo. Niente fa eccesso come il successo, specie nell’unanimità del gusto, dell’attaccamento, dell’amore portato dalla nazione nazionalpopolare alla “rassegna canora”, anche quando un tipetto svelto prendeva finalmente a calci quei deliranti contorni di fiori che mediocrizzano stroboscopia e palcoscenico, estrema vendetta nel solco delle uova a Benigni.
Finalmente è arrivata la normalizzazione. Due botte da tre milioni in meno, la platea diffusa dell’Ariston svuotata di un esercito di fan. I record sono un ricordo. Forse si ricomincerà l’anno prossimo, ma intanto qualcosa è accaduto. La normalizzazione è un successo anch’essa, diciamo la verità. Che i numeri possano anche decrescere, la decrescita felice di canzoni e fiori e amore, una bella notizia, grazie per le magnifiche rose. Intanto vuol dire, se può calare, che nel crescere forse c’era una parte di verità. Non era solo chiacchiera esagerata e festosa bugia, non era illusione e truffa, era la Bulgaria del canto certificata, l’unanimità dell’abbraccio che sfiorava il 100 per cento. Ora possiamo credere a quello che ci lasciava storditi di scetticismo. La malinconica normalità del calo degli ascolti rende sfavillante la stagione dell’adesione mostruosa e sempre crescente al grande rito. Le gaffe perdono il loro incedere trionfale, non intimoriscono più, non richiedono che un’attenzione sbadata, si introducono con i refusi gagliardi e ridicoli come la celebrazione della Repupplica con due p e senza b, anche se la cancellazione della testata dell’Unità campeggiante sopra il grande titolo in cui si rivelava con entusiasmo ciò che eravamo diventati ottanta anni fa, intesa come la eliminazione di un brand commerciale vietato dal regolamento, le scarpe di quel tale che ballava con la scritta in vista, evoca la cancel culture di Stalin, con il povero Trotsky eliminato con il photoshopping, insomma la purga di Sanremo dopo il comizio amputato di piazza Sverdlov. O anche il primo comandamento della teologia biblico-televisiva: non avrai altro brand al di fuori di me.
Tormento ed Estasi una settimana sanremese