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Tormento ed Estasi

Achille Lauro è il coraggio che mancava al Festival di Sanremo

Stefano Pistolini

Da provocatore a padrino del pop. Così completa la metamorfosi iniziata con “Rolls Royce” e dimostra che disciplina e fede possono trasformare un’opportunità in un risultato, sempre senza rinnegare la verve popolare che predispone le platee all’approvazione

Parliamo di Achille Lauro, che di questa mesta edizione del Festival, è stato la presenza più incisiva. La sua è la storia di una metamorfosi, accuratamente pilotata e ben riuscita, a giudicare dall’accoglienza ricevuta e anche dall’affetto ecumenico che ora circonda il suo personaggio. Questo passaggio di Lauro da Sanremo ha sancito una volta per tutte uno status acquisito, il cui segnale più evidente è stato la decisione di Carlo Conti di affidare proprio a lui l’omaggio musicale alle giovani vittime di Crans-Montana, ovvero il passaggio più delicato del Festival, ufficializzando così la sua investitura a tramite intergenerazionale, amato e rispettato ugualmente ai due capi della connessione.

 

Del resto, tutta la parabola di Lauro è cominciata proprio là, sulle tavole dell’Ariston nel 2019, quando l’allora direttore artistico Claudio Baglioni decise d’inserire questo controverso interprete nel cartellone dei cantanti in gara, con un pezzo robusto come “Rolls Royce”, ma dal gusto provocatorio – una scena che parametrata sui relativi tempi e spazi, ci fece pensare alla sortita di David Bowie/Ziggy Stardust all’Hammersmith Odeon. Non che Achille fosse un novellino: sfiorava già i trent’anni e s’era già costruito una reputazione nella scena rap romana, intercettando l’interesse di Marracash e pubblicando un paio di album discreti. A quel Festival, però, Lauro cambia direzione, veste i panni del dandy maledetto e gestisce la propria spericolata immagine di scena con una padronanza fuori dal comune. Il resto della storia ormai la conoscete, fenomenologia di uno dei pochissimi protagonisti nuovi e potenti dello show business italiano, dotato di un talento e di un intuito che prima o poi potrebbero schiudergli prospettive inesplorate, anche internazionali.

 

Al cospetto di tale strategia, arte del posizionamento, studio dei progressivi slittamenti della sua figura, l’elogia potrebbe restare nella penna. Ma conviene fare uno sforzo in più, perché Lauro davvero ha prodotto una performance umana, prima che artistica, rara e rilevante. Abbiamo imparato a conoscere la sua comunicativa strana, il gusto dell’opinione spesso spiazzante su cui ha costruito il suo successo a “X-Factor”, dov’è ormai è la stella fissa, venerato dal suo “senato” a cui si rivolge con toni in sottile in equilibrio tra serietà e ironia, ma sempre in posizione di comando. Così Achille diventa l’evoluzione della specie, l’ambiguità contemporanea, la dimostrazione che disciplina e fede possono trasformare un’opportunità in un risultato, sempre senza rinnegare la verve popolare, l’appartenenza proletaria, le radici affondare in anni difficili e quell’orgoglio esposto, che predispone le platee all’approvazione.

 

Torniamo a Sanremo 2026: Achille ci è atterrato come la superstar consolidata e come l’autore di “Incoscienti Giovani”, concordemente giudicata la canzone-manifesto di un momento storico e di un’età. Ma ancora una volta non si è fatto cogliere impreparato da questo attestato di classicità e ha gestito con maestria la partecipazione, a base di un’eleganza da operetta (che addosso a lui diventa credibile) - con quei cappotti bianchi Dolce e Gabbana che c’è il rischio che facciano tendenza - e poi con dei modi da gentleman alla Montecristo, quel tirabaci sulla fronte, una dominanza naturale. Nell’elenco degli ospiti speciali del Festival, dove la sensazione generale è stata di passatismo e stanchezza – Ferro, Ramazzotti, Pausini e, tanto per gradire, Bocelli – Achille non è il futuro, ma il presente della canzone leggera italiana. Veste i panni del padrino consacrato, spogliato dalle controversie del passato, gioiosamente mainstream, indicando ai seguaci alcune bizzarre strade per il successo. A patto a disporre del “factor” che a questo Sanremo ha latitato: il coraggio di osare. 

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