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Sotto il segno di Baudo

Zero rischi, tanta italianità, Max Pezzali, musica per Spotify. Il menù per un successo

Stefano Pistolini

Conti ha lasciato giusto le briciole all’imprevisto: tutto ciò che è annunciato, la struttura portante, ha già il marchio di fabbrica del prodotto garantito, ed è già stato in passato digerito e approvato dal gusto medio nazionale. In parole povere, un altro prodotto della società del controllo

Chiuso il sipario del trionfalismo per le Olimpiadi che dovevano per forza andare benissimo, il tempo di un caffè e s’alza quello sulla ribalta festivaliera dell’Ariston – aridanghete con gli eventi “che uniscono tutti gli italiani” – e a essere sociologi da strapazzo sarebbe il caso di un bell’editoriale sulle armi di distrazione di massa, e sulla produzione di argomenti che, in teoria, dovrebbero monopolizzare le discussioni degli italiani al bar, o a cena, davanti al teleschermo. A proposito: qualcosa va detto sul fatto che spettacoli di questo genere siano il tentativo di sopravvivere da parte del medium di potenziale consumo condiviso – la tv di famiglia, gli stessi programmi per tutti, temi che hanno un gran sapore novecentesco, ma che a colpi di discese libere iridate e ubriacature di canzonette impongono la loro permanenza, o almeno una tenace resistenza allo strapotere del do it yourself della cultura smartphone a ciascuno il proprio palinsesto, generato tra scrolling e streaming. Insomma il Festival, per adesione, contrarietà o rassegnazione, per cinque giorni ci rimette insieme, certificando la reunion con gli indici d’ascolto bulgari che il sacerdote Carlo Conti sbandiererà la mattina dopo.

 

E tanto vale dare un’altra occhiata al menù di questa pietanza collettiva, preparataci con l’offerta di guardarla specchiandosi, di bearci del nostro stile di vita italiano, in questo momento che tanto indurrebbe alla confusione. I segnali sono lampanti: l’invocazione al baudismo posta da Conti come condizione dello show, il ritorno a un passato arbitrariamente vagheggiato come sereno, e che proprio attraverso i giochi di prestigio del grande Pippo metteva in scena il grande inganno del volemose bene, della goliardata e della decenza come valore fondante. Tutto riproposto e santificato dalla gestione Conti, che ci tiene a rappresentarsi come animata da certezze, le stesse che invitano una vera italiana come Laura Pausini a fargli da partner, Andrea Bocelli come super ospite del finalone, Bianca Balti riconvocata come emblema della fragilità della bellezza e, ultimo per aggiunta in cartellone, Max Pezzali ospite fisso tutte le sere, perché nessuno come lui è trasversalmente buono per tutte le stagioni. Uno scheletro di show massiccio, dentro il quale Conti ha collocato la sua ultima edizione del Festival, lasciando giusto le briciole all’imprevisto: tutto ciò che è annunciato, la struttura portante, ha già il marchio di fabbrica del prodotto garantito, ed è già stato in passato digerito e approvato dal gusto medio nazionale. Niente rischi.

 

E le frattaglie d’imprevisto per cui mettersi cinque ore davanti alla tv per una settimana, altro non sono che il plotone sottotono dei cantanti in gara. Accuratamente selezionati per assortire il ventaglio dei generi nelle declinazioni più soffici e quindi attrezzati con canzoni misurate sul metro delle radio, di Spotify e dell’eterno cantico delle pene d’amore. Già: il Festival ribadisce d’essere qui per amare, nella notte che diventa piccola per noi. Celebrazione d’italianità, mica Senato dove si discute, per rubare un’espressione di Achille Lauro. In parole povere, un altro prodotto della società del controllo. Una volta che l’hai capito, ha un sapore amarognolo, a dispetto del profluvio di luci, colori e di quelle toilette al limite dell’inspiegabile.

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