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Perché Saverio è a Sanremo

Esiste una città meno adatta di Sanremo a ospitare il Festival di Sanremo?

Saverio Raimondo

Un posto irraggiungibile con strutture alberghiere ferme agli anni 60 del Novecento. E poi si mangia male e si spende troppo. “Tutti cantano Sanremo”, recita il claim della manifestazione; ma nessuno ci vuol venire

"Ancora tu / Ma non dovevamo vederci più”, cantava Lucio Battisti nel 1976, e le stesse parole le sbuffa il cronista nel 2026 all’arrivo a Sanremo per l’ennesima settimana di Festival della canzone italiana (personalmente, è il mio sesto: uno in più di Carlo Conti). Per tutta l’estate si era concretamente parlato di spostare il Festival in un altro luogo, dopo che una sentenza del Tar e un pronunciamento del Consiglio di stato (nientemeno!) avevano stabilito che il Festival doveva essere messo a bando, ma la Rai – vincitrice della gara – non trovava l’accordo con il comune per il rinnovo; e non conosco persona, dai giornalisti ai musicisti agli addetti ai lavori, che non abbia fatto il tifo per il trasferimento in altro luogo. Si era parlato di Torino, Napoli, di un Festival itinerante su una nave da crociera (ipotesi molto suggestiva: pensa se la nave fosse poi naufragata con tutti i cantanti e l’orchestra a bordo, che metafora del paese che ne veniva fuori!); ovunque piuttosto che qui, in questo posto irraggiungibile con strutture alberghiere ferme agli anni 60 del Novecento – già è tanto se hanno rimosso il corpo di Tenco dalla camera d’albergo dove si è ammazzato.

“Tutti cantano Sanremo”, recita il claim della manifestazione; ma nessuno ci vuol venire: si mangia male e si spende troppo. Poi però, purtroppo, a settembre la trattativa tv di stato-Sanremo è sfociata in un accordo fino al 2028, e a tutto vantaggio del comune, a cui spetta il marchio “Festival della canzone italiana” e a cui la Rai deve versare ogni anno 6,5 milioni di euro più l’1 per cento dei ricavi pubblicitari: una sorta di Board of Peace con il comune di Sanremo nel ruolo di Donald Trump e la Rai in quello dei palestinesi – e noi tutti nel ruolo di Antonio Tajani, cioè restiamo a guardare. E quindi rieccomi qui, su un regionale veloce da Genova Piazza Principe, in piedi perché non c’è posto, tutti i bagni fuori servizio tranne uno (“impraticabile”, dice chi ha provato ad andarci), a una velocità di viaggio che il treno pare fermo, forse è la Liguria che si muove per smottamenti idrogeologici e dopo due ore eccoci a Sanremo. Complice il bel tempo e le giornate più lunghe (quest’anno, causa Olimpiadi, il Festival si sta tenendo due settimane più tardi del solito), in giro per Sanremo c’è più gente che negli anni passati. Eppure per ora questa edizione del Festival ha fatto parlare di sé più per le assenze: non ci sarà Luca Argentero (sondato per un’ospitata ma poi non più confermato), non ci sarà Andrea Pucci (invitato ufficialmente ma spaventato dalle critiche sui social fino alla rinuncia), soprattutto non ci sarà Giorgia Meloni. Nei giorni scorsi era circolata la notizia che la premier stesse pensando di andare all’Ariston ad assistere alla prima serata del Festival, prima volta per un presidente del Consiglio; e di approfittare della vetrina sanremese per fare campagna per il Sì: durante la diretta Meloni avrebbe interrotto Carlo Conti come Cavallo Pazzo nel 1992, piombando sul palco al grido di “questo referendum è truccato e lo vince Fausto Leali!”. Ma nel fine settimana sono arrivate le smentite, sia dalla Rai che da Palazzo Chigi; Carlo Conti sui suoi social ha parlato di “fantascienza”. Eppure qui a Sanremo la voce continua a circolare con insistenza: si mormora che Meloni potrebbe arrivare per la finale, e condizionare il televoto affinché la vittoria del Festival di Sanremo 2026 vada a Donald Trump – sorta di contentino in mancanza del premio Nobel per la Pace. Nell’attesa, che il Festival abbia inizio: prima comincia, prima ce ne torniamo a casa.

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