L'amore senza scadenza di Raf a Sanremo
La voce anni Ottanta in gara dopo 11 anni con “Ora e per sempre”, una dedica alla moglie. Nella serata delle cover canta “The Riddle” di Nik Kershaw con i The Kolors. “All'Ariston io non ho avuto grande fortuna, ma poi quelle canzoni, sono diventate hit”
“Oggi Sanremo è l'unico palcoscenico importante in Italia, quello che ti dà la possibilità di una maggiore comunicazione e visibilità, soprattutto se devi far uscire un nuovo album. Però è diventato un imbuto, in cui tutti gli artisti tentano di infilarsi. Mi piacerebbe che in Italia ci fosse la possibilità di promuovere musica nuova senza dover per forza passare da lì”. Raf racconta al Foglio il suo ritorno al Festival con “Ora e per sempre”, a undici anni dalla precedente partecipazione con “Come una favola”. Una scelta pragmatica per il cantautore foggiano, che in autunno pubblicherà il suo nuovo disco di inediti. Per lui tornare all'Ariston non è una questione di competizione. La gara, dice, “si fa solo con se stessi”. Il suo legame con Sanremo risale agli anni Ottanta: firmò con Giancarlo Bigazzi e Umberto Tozzi “Si può dare di più”, che vinse nell'87 con il trio Morandi-Ruggeri-Tozzi. Nello stesso anno, sempre con Tozzi, portò all'Eurovision “Gente di mare”, arrivando terzo.
Al centro di questo ritorno in gara c'è una canzone, “Ora e per sempre”, scritta insieme a suo figlio Samuele, “una firma d'eccezione. È stato strano scrivere con lui, ma anche molto bello”. Il brano nasce da un frammento privato che sembra uscito da un romanzo di Garcia Marquez. Bisogna risalire al 1996, “a una Cuba ancora stretta dall'embargo”, dove Raf e Gabriella Labate decisero di sposarsi lontano dai flash. “La mia promessa di matrimonio scritta a macchina dal prete recitava il classico finché morte non ci separi. Ma non mi piaceva. La cancellai e la cambiai, scrivendo con la matita, in spagnolo, Ora e per sempre”, racconta. Quel foglietto è rimasto in un cassetto per quasi trent'anni, finché non è riemerso mentre Raf cercava le parole per raccontare la storia di “due ragazzi che si sono conosciuti alla fine degli anni Ottanta e che, nonostante lo scorrere del tempo e il mutare del mondo intorno, nulla è cambiato tra di loro”.
Al Festival Raffaele Riefoli non teme la classifica e si muove con la convinzione che il tempo sia un giudice ben più affidabile delle giurie. D'altronde, la sua carriera è segnata da brani capaci di sopravvivere alle mode, come quella “Cosa resterà degli anni '80” presentata proprio all'Ariston nel 1989 e diventata un manifesto generazionale. “Vado a Sanremo con l'esempio di artisti arrivati ultimi con canzoni poi diventate pilastri della musica contemporanea”, dice. “Storicamente all'Ariston io non ho avuto grande fortuna, ma poi quelle canzoni, nel tempo, sono diventate hit. Mi auguro che anche stavolta succeda questo”. Una rivendicazione di indipendenza che si riflette anche nelle sue scelte estetiche: “Niente stylist, i miei abiti me li faccio da me, li racconto a un sarto e lui me li cuce”. Un approccio artigianale, lontano dalla scena pop attuale. La voce di “Self Control”, infatti, sente di appartenere a un'altra scuola. “Prima i tempi per fare un disco erano più diluiti, i budget consistenti e la tecnologia non facilitava ogni passaggio come oggi”, spiega. E in questo caos, Sanremo aiuta a ricomporre il suo quadro artistico, anche se il ricordo dell'ultima partecipazione è ancora amaro. “Non voglio ricordare il mio ultimo Festival, quello del 2015”, ammette, riferendosi a quando “la gogna dell'eliminazione prima della finale” pesava come un macigno. “In quegli anni erano tutti condizionati dai talent, persino Carlo Conti, conduttore di quell'edizione, doveva faticare per avere i big in gara”.
Nella serata delle cover, Raf porterà i “suoi” anni Ottanta. L'idea di cantare “The Riddle” di Nik Kershaw “è arrivata mentre dormivo. La mattina dopo l'ho detto a mia moglie e le ho descritto come volevo farla, con qualche cambiamento ritmico, mescolando una ballad irlandese con il reggaeton”. La scelta di farsi accompagnare dai The Kolors è maturata in un secondo momento, perfetti in quelle vesti: “Sarebbero potuti essere una band anni Ottanta, sembrano usciti da una macchina del tempo”. C'è spazio, infine, anche per il gioco del Fantasanremo, accettato con la serietà di un veterano. “Io nasco capitano”, ammette con orgoglio. Perché, anche dentro l'imbuto del Festival, l'importante è non perdere mai il controllo della propria rotta.