1978-2026
È morto Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu
Con il suo addio si chiude un capitolo cruciale dell’indie italiano dei primi Duemila: una stagione fatta di etica do it yourself, chitarre sognanti e ambizioni internazionali nate in provincia e cresciute tra Bologna e l’Europa. Resta l’eredità di una musica “tutta suonata a mano”
Svogliate, stanche da burn out, tese a prendersela con comodo. Tante persone si sentivano così nei primi anni Duemila, negli States chiamavano “yuppie flu” la sindrome da affaticamento cronico. Specie se oltre alla passione di suonare, qualcuno doveva trovarsi un lavoro vero, invitato dagli immancabili detrattori preconcetti.
E ora che a Bologna, culla delle musiche indipendenti italiane, è morto Matteo Agostinelli, frontman degli Yuppie Flu e parte dell’etichetta gemella Homesleep, inevitabile il Grande Freddo che avvolge chi c’era e ricorda: il cantante, chitarrista e fonico “artigiano” venuto da Ancona se n’è andato in punta di piedi, quando gli echi delle sue ultime tre pregevoli produzioni in EP datano oltre quattro anni, ma il segno che ha lasciato continua a definire uno stile e un periodo forse naïf, certo significativo per averci provato.
Matteo è stato protagonista tra i pionieri che navigavano a vista nell’ignoto mare del futuro musicale: l’esordio uscì mentre c’erano ancora le lire, e per un post adolescente relativamente periferico era logico prendere a modello l’indie statunitense suo contemporaneo. Le chitarre aperte dei Pavement, la soffusa psichedelia dei Mercury Rev, le melodie ariose dei Grandaddy; fino a diventarne amico, quando dieci anni dopo organizzò il tour italiano del loro vocalist Jason Lytle.
Yuppie Flu e Homesleep Music - oggetto pure di una tesi di laurea per l’aspetto della distribuzione - erano nate in famiglia, da soci dell’etichetta con basi doriche e capitelli felsinei: una favola trasmigrata al Covo, il tempio per eccellenza della “scena”, l’ennesima conferma che le cose buone spesso nascono in provincia ma poi hanno bisogno del timbro cittadino per arrivare a discrete masse, e a masse discrete. Un’etica do it yourself, autoproduzione, per questo aperta a split EP e collaborazioni, come la voce prestata a “Pet life saver” dei compagni di scuderia Giardini di Mirò.
Incollando tutti i frammenti, dal titolo di uno dei loro brani più efficaci, traspare come allora, -quando molti si esprimevano in inglese- si riuscisse a imporre anche all’estero il fatto che le band italiane ce la potessero fare, ad arrivare in Inghilterra grazie a un dischetto stampato appena in 500 copie, alla visibilità offerta dall’influence di Rough Trade, a un live set per BBC Radio che solleticò l’interesse di Thom Yorke (Radiohead).
"Una musica che oggi non suona più nessuno, melodiosa, tutta suonata a mano, e che pure a volte sembra così elettronica", dice Paolo Fusi, già direttore di Radio FREI: affiorano gli echi di nessun divismo e zero immagine, anzi tanta sostanza, normale qualità in understatement, volutamente emozionale. Un gruppo che (parole sue) “si è costruito la propria strada senza scendere a compromessi”, ma al quale tornava sufficiente continuare lungo la sua strada, schermendosi davanti alla propria indole normie (“la conquista del mondo mi sembra eccessiva”).
Del resto nel video del singolo forse più bello, “Our nature”, campeggia la scritta cubitale “Make yourself popular with friends”… Eppure “Food for the ants” era stata sincronizzata da uno spot televisivo, e “Days before the day” venne eletto disco dell’anno al Meeting di Faenza, oltre alla copertina di un numero della rivista Losing Today: gli Yuppies erano diventati uno dei sinonimi per spiegare cosa fosse l’indie italiano, divisivi solo per qualche invidioso polemista da forum.
Infonde un po’ di tristezza, oggi, rileggere quel dialogo di quasi ventitre anni fa, quando diceva “per quello che mi riguarda nella vecchiaia mi dedicherò completamente ad Homesleep”. Che nella pratica non c’è più, e da prima di Matteo. Ma c’è un’altro aspetto per cui, sotto la pioggia odierna, il disappear di Matteo Agostinelli suona particolarmente sconfitto: nel 2010, all’interno dell’album “Toast masters”, figura una traccia a nome “Europe is different” il cui testo rende impossibile non pensare agli Stati Uniti attuali di Trump, un tempo pure nutrici delle infatuazioni musicali della band.
“As far as I can see / we’re not their toys / and lies we don’t believe / their land of joy / looks so far”: già, com’è lontano l’oceano dall’Europa che non solo l’artista vorrebbe. “They stand on the wrong side / we all know we’re right / Europe is a different state of mind”: ed è una temperie ancor peggiore, se a questi concetti pensa più una band ritirata che non pletore di epigoni sonori volutamente disimpegnati, per tacere dei leader politici del continente.