Ansa
Musica imbarazzante
Quella parvenza di libertà dietro alla volgarità su note gentili di TonyPitony
Canzoni soft-porno con lo stile del maschio italiano vecchio stile perennemente arrapato e a caccia di soluzioni mercenarie. Ora su invito di Fiorello la grande occasione a Sanremo, che del cinismo alla Pitony può essere la cornice perfetta
Nella dubitabile stagione delle verità alternative, TonyPitony ci sta come un babà. Tony spunta da un mistero algoritmico, con un mazzo di canzoni soft-porno versione maschio italiano vecchio stile, perennemente arrapato e a caccia di soluzioni sessuali mercenarie. Le mette in musica con discreto gusto pop, esecuzioni curatissime e teatralizzate (c’è in circolazione un album a suo nome e, se non lo conoscete, potete partire da “Striscia”, canzoncina memoir che mescola Gabibbo, Brumotti, coca e prostitute della stazione). La sensazione è che abbia studiato una versione concettuale dell’intrattenitore da nightclub, giocando sullo stuzzicare qualsiasi pruderie, alla fine puntando su testi basati sull’idea dell’inconfessabile, ciò che si può pensare ma non si può più dire, mettendo in fila titoli come “Culo”, “Mi piacciono le nere” (scritta col figlio di Ligabue) , “Balù” (“Da quando mi hai detto che hai peli lunghi / io ti chiamerò Balù / Balù I love you”), ricevendo in cambio una pioggia di insulti scandalizzati dai buoni, e molti milioni di likes da tutti gli altri. Intanto Pitony, anche per proteggere la sua incolumità, gioca la carta del semi-anonimato: pare, ma non è sicuro, che si chiami Ettore Ballarin, e si vede che ha una trentina d’anni portati male, è sovrappeso e siracusano. Quel che è certo è che sia più un “progetto” che uno che cerca di farcela da solo, insomma che “Pitony” sia un lavoro di gruppo per arrivare dove non è facile: la prova è che sei anni fa Tony già ci provò a “X-Factor” presentandosi con lo stesso travestimento casereccio che utilizza ancora adesso, un ciuffo di plastica alla Elvis e degli occhiali d’oro tipo quelli del King, una tristissima maschera goliardica a ben vedere, ma che ci sta, perché sfiga e approssimazione sono l’estetica difensiva di Pitony, evocazione di una provinciale malinconia, perché poi quando canta il suo lo sa fare. Dicevamo che a “X-Factor” lo mandarono a casa subito, scuotendo la testa mentre lui s’affannava a offrire una versione creativa di “Hallelujah” di Leonard Cohen che solo Mika apprezzò, dimostrando intuito: “Tu sei un professionista che si nasconde”, gli disse quella volta, ma gli altri giudici lo zittirono.
Tony ha tenuto duro, ha pubblicato tanta roba sulle piattaforme, ha affinato l’innuendo della musicalità fetish, solleticando l’antiproibizionismo che abita tra i silenzi italiani. E ora arriva il suo quarto d’ora di celebrità: il corregionale Fiorello, uno dei suoi principali sponsor, lo presenta dicendo: “Il problema è fare il peggio possibile. Il peggio possibile lo rende vero”, e poi lancia la videocall ammiccante col cantante che usa la crosta dell’erotismo come arma di persuasione di massa. Così sempre più gente prova ad ascoltarlo, resta confusa, ridacchia ma si vergogna, scuote la testa, ha voglia di dire qualcosa di brutto su di lui, ma poi osserva che, certo, con la musica ci sa fare, i pezzi sono buoni, però quelle allusioni, quelle battute da sagra, cos’hanno a che fare con quel che ci succede attorno, non siamo mica più al tempo de “I Mostri” (ci sono anche quelli che resistono fin quando sbottano all’attacco dell’“Uomo Cannone”, perché toccatemi tutto, ma De Gregori no). Adesso arriva Sanremo, che del cinismo alla Pitony può essere la cornice perfetta, con un proficuo scambio di favori: lui fa un po’ di scandalo da commedia sexy, i giornali lo riprendono e Tony diventa il lucignolo della settimana canterina. Intanto ha già presentato “Scapezzolate”, sigla del “Fantasanremo”, e si sa per certo che coi suoi doppi sensi si aggirerà per il teatro Ariston – forse come ospite di Ditonellapiaga, nella serata delle cover – e con l’edizione del Festival targato Carlo Conti ci va a nozze. Intanto, per garantirsi una sopravvivenza oltre la fine dell’inverno e fino all’estate, Pitony ha cominciato a fare concerti vestito da calciatore della Nazionale o da Gesù Cristo, salutati da festoso successo e mettendo in mostra la sua competenza musicale. Dal palco snocciola i tormentoni che fanno alzare gli occhi al cielo ai convenuti e chiude il set con una devastante versione di “My Way”, sospeso per aria e “cantata bene”, come nemmeno in una balera di Desenzano o in quegli show tristi delle tv private. Online si trovano i video dei suoi show e si resta basiti a guardarlo, col pubblico che ride e canta in coro “Non importa se non me la dai / ti distruggo il culo mentre dormirai”. Si ha l’impressione che ci sia una momentanea dominanza di Tony sul pubblico, come se per quella sera l’abbia in pugno e che nella cosa ci sia un sapore di vendetta: è questo che volete, no? Si potrebbe discettare sul fatto che oggi sono venute a galla strade diverse per arrivare al successo – mica soltanto nella musica, no? – che transitano per scorciatoie poco illuminate, digitali, da conoscere bene. Fiorello dice che Tony spicca nel pattume della musica italiana di oggi: questa è una stupidaggine, perché di musica italiana ce n’è tanta che va in direzioni rispettabilissime. Ma è vero che questo cinismo è il prodotto della modernità e del fatto che abbiamo imparato a non fidarci di nessuno. Che ci sentiamo controllati. E che se possiamo farci una risata greve di nascosto, meglio così. Abbiamo perfino l’illusione di sentirci più liberi.