Il giardiniere di suoni. Brian Eno a Parma, ottantasei anni e l'arte di piantare semi

Dal 30 aprile al 2 agosto il maestro britannico torna in Italia con un doppio progetto: installazioni luminose e giardini sonori. Che non finiscono mai. E rianimano il San Paolo e l'Ospedale Vecchio

Che la città emiliana, dopo l'anno della Capitale della Cultura e le fatiche erculee dei restauri che hanno riportato alla luce gioielli architettonici rimasti troppo a lungo nell'ombra e nell'incuria, avesse bisogno di un evento che segnasse non tanto una consacrazione quanto piuttosto una conferma della propria vocazione contemporanea, era nell'aria. Che questo evento prendesse le sembianze di Brian Eno, è invece una di quelle notizie che sorprendono. Ma del resto chi, se non lui, figura chiave del rock d'avanguardia, compositore e "inventore" dell'ambient? Perché se c'è un artista capace di abitare gli spazi con quella gentile invasività che non sovrasta ma dilata, che non impone ma suggerisce, quello è proprio il laureato con Leone d'Oro alla Biennale di Venezia nel 2023, il produttore che ha reso possibili capolavori altrui senza mai farsi da parte. Colui che ha ridefinito il sound di artisti iconici come Bowie e gli U2.

Dal 30 aprile al 2 agosto – periodo che copre il passaggio dalla primavera alla piena estate, con tutto il suo carico simbolico di fioritura e maturazione – Parma accoglierà dunque il maestro britannico in un doppio progetto che è già, nella sua stessa concezione, una dichiarazione poetica. Da un lato SEED, il seme, che germoglierà nel Complesso Monumentale di San Paolo, quegli otto mila metri quadrati di giardini finalmente restituiti alla fruizione pubblica dopo anni di oblio. Dall'altro My Light Years, una retrospettiva completa delle installazioni audiovisive che troverà casa nella Crociera dell'Ospedale Vecchio, altro monumento risorto dalle ceneri dell'abbandono.

  

   

Ma procediamo con ordine, che è sempre bene, anche quando si parla di arte generativa e di sistemi che si auto-organizzano. SEED – primo nella graduatoria del bando PAC2025 del Ministero della Cultura, particolare che forse dice poco al grande pubblico ma che nei corridoi degli assessorati fa la sua figura – è un'installazione audio site-specific che Eno ha creato insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran. Otto mila metri quadrati di giardino attraversati da molteplici tracce di musica generativa, tutte diverse, che il visitatore comporrà camminando, scegliendo il proprio percorso, creando involontariamente la propria personale colonna sonora. È l'idea eniana per eccellenza: l'opera che non è mai la stessa, che cambia costantemente, che vive nella relazione con chi la attraversa. "La mia sensazione è che fare arte possa essere più utilmente pensato come il giardinaggio", ha spiegato l'artista con quella sua caratteristica capacità di rendere semplice ciò che potrebbe suonare complicato. "Pianti alcuni semi e poi inizi a osservare cosa succede tra loro, come prendono vita e come interagiscono".

Il giardinaggio, appunto. Non è un caso che SEED prenda vita proprio in un giardino, uno di quei luoghi che – come ha notato lo stesso Eno – "rappresenta una sorta di posto segreto, chiuso per molti anni e oggi finalmente svelato". Scelta simbolica e politica. L'arte contemporanea che prende possesso di spazi storici riqualificati, che li rianima non con la retorica del passato ma con la vivezza del presente, che li offre alla cittadinanza non come reliquie da contemplare ma come luoghi da abitare. Il sindaco Michele Guerra lo ha detto chiaramente: "Brian Eno a Parma è importante per i luoghi in cui si manifesterà". E ha ragione, perché qui non si tratta solo di ospitare un nome illustre – operazione che ormai sanno fare tutti, dalle capitali alle province – ma di dare senso a un progetto urbanistico e culturale di lungo periodo. Ma c'è di più, ed è forse l'aspetto più raffinato dell'intera operazione. L'esperienza sonora vissuta dai visitatori nei Giardini di San Paolo non andrà dispersa nell'etere o nella memoria individuale. Sarà oggetto di field recording e impressa su vinile – uno solo, irripetibile – che entrerà a far parte della collezione permanente della Casa del Suono. Un gesto che ha il sapore del collezionismo d'antan, quando ancora si credeva nel valore feticistico dell'oggetto unico, ma che qui acquista un significato ulteriore: testimoniare l'esperienza dell'opera. 

Nell'Ospedale Vecchio, invece, troveremo tutt'altro spettacolo. My Light Years – sostenuto dalla Fondazione Cariparma, che si conferma mecenate intelligente e lungimirante – è la più completa retrospettiva mai realizzata delle installazioni e opere audiovisive di Eno. Ci saranno pezzi recenti e lavori degli anni Settanta, quando il maestro britannico iniziava a esplorare le possibilità artistiche della luce. Ci saranno i suoi due capolavori assoluti in questo campo: 77 Million Paintings del 2006, quella "musica visiva" che si trasforma lentamente davanti allo spettatore generando combinazioni che non si ripeteranno mai (settantasette milioni di possibilità, per l'appunto, cifra che ha il merito di essere insieme impressionante e incredibilmente precisa), e Face to Face del 2022, in cui diciotto volti reali diventano la base per generare oltre centosettantamila nuovi esseri umani, pixel per pixel, trenta al secondo, in una mutazione continua che pone domande inquietanti sull'identità, sulla percezione, sul confine sempre più labile tra reale e virtuale.

"Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate", ha avvertito Eno con quel suo understatement britannico. Traduzione: preparatevi a passare ore in quegli spazi immensi, perché ne vale la pena. E qui viene il bello, perché l'Ospedale Vecchio – che Parma ha riqualificato con quella determinazione che caratterizza le città che credono davvero nel proprio futuro – farà il suo esordio pubblico proprio con questa mostra. Durante l'anno della Capitale della Cultura se n'era avuto un assaggio, quando ancora era cantiere, ma ora si tratta di tutt'altra cosa: la Crociera torna finalmente a rispondere alla sua vocazione pubblica e collettiva, accogliendo un artista che da sempre riflette sul rapporto tra arte, spazio e comunità.

C'è, in tutto questo, una lezione che va oltre l'evento specifico. Parma dimostra che si può fare cultura contemporanea senza urlare, senza inseguire il clamore facile, senza cedere alla tentazione dell'effetto speciale. Basta saper scegliere gli artisti giusti e offrire loro gli spazi adeguati. Il resto viene da sé. O meglio: si genera da sé, come piace dire a Eno, come i semi che germogliano, come le note che si combinano, come le opere che non finiscono mai perché – questa è la grande intuizione – non sono mai davvero iniziate. Sono sempre lì, in potenza, in attesa che qualcuno le attraversi, le ascolti, le guardi, le viva. E così Parma, città che ha dato i natali a Correggio e Parmigianino, a Verdi e Toscanini, aggiunge un altro capitolo alla sua storia culturale. Come direbbe Brian Eno con quella sua saggezza da giardiniere di suoni, l'importante non è il prodotto finale ma il processo, non è la meta ma il percorso, non è l'opera compiuta ma l'esperienza che genera. Resta da vedere come il pubblico reagirà a tutto questo. Eno, va detto, non ha mai fatto arte per le masse – e forse è proprio questo il suo punto di forza. Le sue installazioni richiedono tempo, attenzione, una certa disponibilità a farsi sorprendere. Non sono opere che si consumano in una story su Instagram, anche se probabilmente finiranno lì lo stesso.

Tre mesi, due luoghi, un artista che a ottantasei anni continua a sperimentare come se ne avesse venti. Il ministero ha messo i soldi, la Fondazione Cariparma anche, il comune ci ha messo gli spazi. Ora tocca vedere se l'operazione funziona davvero. Di certo c'è che Parma, dopo anni di cantieri, può finalmente mostrare cosa ha fatto del suo patrimonio monumentale. 

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