il concerto
Il vorticoso caleidoscopio sonoro dei Los Lobos
La band di Los Angeles è tornata in Europa con le sue chitarre fiammeggianti e le percussioni epiche. Il racconto del live al Teatro Superga di Nichelino, in attesa della data romana
Lupi grigi e un po’ acciaccati sono stati avvistati qualche giorno fa alle porte di Torino, ora anche a Brescia e pure a Roma con chitarre fiammeggianti e percussioni esplosive. Ululano ancora da far paura, ma c’è solo da festeggiare: dopo anni di assenza i mitici Los Lobos, la band di Los Angeles che ha mescolato le radici messicane con il rock and roll, il country e il blues, è tornata in Europa, e mercoledì sera ha infiammato il generoso pubblico per la prima data italiana al Teatro Superga di Nichelino (saranno a Roma all’Auditorium Parco della Musica sabato 14 febbraio).
Nati nel quartiere chicano da famiglie operaie, i Los Lobos si erano conosciuti alla Garfield High School di East Los Angeles ed erano immediatamente diventati amici grazie proprio al rock and roll. Nel quartiere si ascoltava la musica folk messicana, la tradizione norteña della musica dei matrimoni, bolero, cumbia, ma anche il rhythm and blues passato alla radio. La fusione di queste influenze musicali diversissime e la vita di strada di una città-mondo come Los Angeles ha dato vita tra gli anni ’70 e gli ’80 a una delle band più eclettiche e amate del mondo. “Crescendo a Los Angeles tutto era ovunque, attraversavi questi quartieri così diversi e sentivi musica diversa”, ha dichiarato di recente il chitarrista e cantante David Hidalgo, “mio fratello maggiore suonava ai matrimoni e la sua band doveva suonare tutto”.
Il concerto di Nichelino, dopo 23 album in studio e cinquant’anni di carriera, rispecchia fedelmente il vorticoso caleidoscopio sonoro di una band per cui qualsiasi etichetta suona riduttiva. Hidalgo, Rosas e Lozano, i tre membri originari, oggi vanno per i settanta ma si divertono ancora come ragazzini. Al loro fianco da qualche tempo si è aggiunto il leggendario polistrumentista Steve Berlin, originario membro dei Blasters, e il giovane e portentoso batterista chicano Alfredo Ortiz detto Bongoloids, già dietro ai tamburi con Beastie Boys e Gogol Bordello.
“Attraverso il freddo dell'inverno, correndo su un lago ghiacciato, i cacciatori alle sue calcagna, tutte le probabilità sono contro di lui. Il lupo riuscirà a sopravvivere?”, ululano ai microfoni in apertura di concerto andando a ripescare la ballata elettrica “Will The Wolf Survive?” del 1984.
Il pubblico del Teatro Superga, attempato e incanutito, riconosce ogni nota e canta ogni verso delle canzoni in scaletta che pescano dai primi dischi ma anche dall’ultimo, “Native Sons” del 2021. Tra un pezzo e l’altro ringraziano spesso gli amigos italiani, stasera sembra proprio di ritrovare sul palco dei parenti lontani che fanno urlare le chitarre e battere i cuori. Ogni riff è un pezzo di biografia condivisa, un viaggio sonoro senza retorica: in tempi come quelli odierni in cui l’isteria del nemico e dell’immigrato è massima, i Los Lobos riaffermano con forza e dignità la potenza della musica come legame tra la tradizione delle loro origini e l’arricchimento reciproco tra culture diverse.
Quando Hidalgo lascia la Stratocaster e imbraccia la fisarmonica per intonare il celebre riff latineggiante di “Kiko and the Lavender Moon”, tratto dall’album omonimo del 1992, l’atmosfera elettrica si trasforma in sogno malinconico e tutta la sala trattiene il fiato. In tanti ovviamente aspettano il finale con “La Bamba”, il brano reso celebre dallo sfortunato Ritchie Valens, che i Los Lobos suonano con una passione ed entusiasmo davvero coinvolgente per salutare il pubblico piemontese. I lupi sopravvivono benissimo e ululano felici, non per rabbia ma per appartenenza.