Screenshot da YouTube/Orchestra e Coro dell'Accademia di Santa Cecilia

Stregati da Viotti. Il direttore sul podio di Santa Cecilia per una Quinta di Ciajkovskij mai così sensuale

Federico Freni

All’Auditorium di Roma segue il gesto con abbandono raro, e il repertorio si trasforma in esperienza sensuale. Tra Elgar e Ciajkovskij, il suono diventa corpo, attesa, desiderio: una lezione di fiducia reciproca tra podio, musicisti e pubblico

“Voi le stregate tutte!”, civetta madama Quickly all’indirizzo di Falstaff. “Stregoneria non v’è – risponde lui tronfio – ma un certo qual mio fascino personal…!”. Ecco, ora certamente Lorenzo Viotti non assomiglia neppure un poco al vecchio Sir John, ma una cosa è certa: ha stregato tutti. Ma andiamo con ordine.

L’altra sera all’Auditorium Parco della musica, a Roma, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia, diretta, appunto, da Lorenzo Viotti, eseguiva il concerto per violoncello op. 85 di Elgar e, a seguire, la Quinta sinfonia di Ciajkovskij. Un’occasione per ascoltare il giovane solista Ettore Pagano e per ritrovare il neo direttore dell’Opernhaus di Zurigo a confronto con un repertorio sinfonico che sembra davvero calzargli a pennello. Già nella prima parte del concerto (complice il talento cristallino di Pagano, che è sì giovane ma di solida costruzione e luminosa prospettiva) l’orchestra ha dimostrato una adesione incondizionata all’approccio del direttore, merce rara quando si ha a che fare con compagini di spiccata personalità, come quella di Santa Cecilia. Un approccio, quello di Viotti, che, in poche parole, si può sintetizzare con la ricerca di un’immediatezza sensuale che fa del suono uno straordinario veicolo di seduzione.

 

Nel Concerto per violoncello questa dinamica è risultata più sfumata in ragione delle specificità di una partitura che rappresenta pur sempre l’elogio di un mondo al crepuscolo, una sorta di ricordo fuori tempo massimo. Composto nel 1919, il Concerto di Elgar è lontano anni luce sia dalla ricerca atonale di Schönberg sia dallo sperimentalismo stilistico di Stravinskij o di Prokofiev. E’ una composizione squisitamente tardoromantica, che si pone volutamente al di fuori del suo tempo. Ed è qui che Pagano e Viotti lo hanno collocato, in uno stato di felicissima sospensione temporale. La scelta giusta per un concerto che nel quarto movimento sembra cercare una conclusione eroica ma che alla fine, con una idea modernissima, rassomiglia a una marea che a fine giornata si ritrae silenziosamente. Il violoncello di Pagano non è qui l’eroe del Concerto di Dvorak o di Schumann, ma una voce interiore che pone i suoi dubbi su un tappeto orchestrale assai discreto. Così Viotti ci ha regalato un’orchestra che risponde quasi sottovoce, che ascolta senza interrompere la confessione del solista. La seduzione dell’attesa, la musica come memoria del sentimento, come scriveva Kundera.

 

Ma, come in ogni seduzione che si rispetti, a un certo punto gli sguardi si incrociano, la scintilla si accende, ed ecco che il tappeto orchestrale risponde all’invito. Qui non si è mai udita una Quinta di Ciajkovskij (sinfonia che pure questa orchestra ha eseguito un’infinità di volte) così sfacciatamente sensuale. Mai come questa volta, si diceva, l’orchestra ha aderito all’idea del suo direttore, plasmando un suono smaccatamente erotico. Il rassegnato abbandono al destino, che è un po’ la matrice di questa sinfonia (e che poi, anni dopo, nel quarto movimento della Sesta sinfonia troverà la sua acme), si gioca qui sul conflitto interiore tra un destino/provvidenza e un destino/fato, mettendo in luce, come in un gioco di specchi, la lacerazione intima dell’uomo ČCiajkovskij. Un sottile gioco di sguardi, con la ripresa del tema iniziale che incombe nel finale, dove l’elemento seduttivo diviene (come preconizzava Adorno) un mezzo di dominio.

 

Insomma è un gioco a tre, che coinvolge l’orchestra, il direttore e il pubblico. Un gioco di seduzioni reciproche nel quale Viotti lascia suonare l’orchestra, liberi i musicisti di esprimersi; un gioco dove sedurre significa condurre all’immediatezza sensuale della musica (come voleva Kierkegaard). Ma come per sedurre serve una qualche esperienza, così per lasciar andare il suono, per lasciare liberi i tuoi musicisti, occorre grande fiducia in te stesso e, soprattutto, in loro. Una fiducia reciproca, come in ogni gioco di seduzione che si rispetti. E questo viene solo dalla grande esperienza e dal talento, nessuno dei quali manca al nostro. E al netto di una qualche indecisione degli ottoni, una fiducia decisamente ben ripagata, direi.

 

E così, completamente soggiogati da questo gioco a tre, non possiamo che dar ragione a madama Quikly, “Siete un gran seduttore !”. “Lo so! – risponde lui – Continua…”.