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in america
Il portento Bad Bunny al Super Bowl, “God bless America” e un Trump isterico. Tutto perfetto
Uno show di soli tredici minuti coadiuvato da Lady Gaga, Ricky Martin e da una formidabile squadra di scenografi/coreografi. Così la notte di Santa Clara è diventata un sospiro di sollievo nel decorso della brutta malattia che ha ammalato gli Stati Uniti contemporanei
Una lezione di vampirismo a firma della corporate America: già, perché il paradosso è che il football americano è comunemente considerato come lo sport più vicino al gusto e allo stile del vecchio paese conservatore, con quella simulazione dei due eserciti che mettono lealmente a confronto il proprio acume ma soprattutto la propria forza. Eppure su questi campi, di fronte alla platea più popolare e bianca d’America, periodicamente vanno in scena rappresentazioni che si collocano ben oltre la dimensione agonistica, e tirano in ballo lo stato di salute della nazione. Succedeva ai tempi del Black Lives Matter e dell’omicidio di George Floyd, quando gli atleti, imitando Colin Kaepernick, presero a inginocchiarsi in segno di protesta silenziosa contro il razzismo e la brutalità poliziesca. Ed è accaduto domenica sulla massima platea nazionale del Super Bowl, stavolta nell’intrattenimento di metà tempo appaltato a Roc Nation, la società di Jay Z, e interpretato da Bad Bunny – fresco trionfatore dei Grammy, con contorno di polemica anti-Ice – nell’occasione coadiuvato da Lady Gaga, Ricky Martin e da una formidabile squadra di scenografi/coreografi che in un baleno hanno trasformato il terreno di gioco della stadio di Santa Clara, California, in un jibaro, una piantagione di canna da zucchero, con annessi banchetti di street food e casitas, le baracche abitate dalla povera gente.
A completare una messinscena così perfetta da sembrare il gioioso epilogo d’un musical hollywoodiano, sono arrivati i commenti del presidente Trump, nella parte del cattivo rabbioso, che istericamente ha twittato che una porcheria del genere non s’era mai vista e che non si capiva una parola, cantata, da quella ciurma di immigrati, rigorosamente in spagnolo. Il tutto grazie alla perfezione tecnica di uno show di soli tredici minuti, di quelli che ti fanno per forza dire che le cose cosi le sanno fare solo gli americani, riaprendo la ferita fresca dell’inno di Mameli cantato in playback da Laura Pausini nell’inaugurazione olimpica a San Siro, la sera che un commentatore ci disse che i brasiliani hanno la musica nel sangue. A questo proposito, Benito Martinez Ocasio, con quella silhouette staccata da un quadro di Frida Kahlo, si conferma un portento per la fluidità e la naturalezza con cui ci ha dimostrato che i portoricani non sono da meno dei brasiliani e che il reggaeton e il dembow sono ormai linguaggi universali, che scuotono le natiche in tutti i continenti. Il suo messaggio è stato esplicito e difficilmente controvertibile, a meno di non essere a capo di un’operazione di pulizia razziale: dignità e rispetto per tutti, visto che adesso c’è bisogno di pretenderli, rivendicazione di uguaglianza tra le nazioni del continente americano, stessi diritti e stessi doveri e “God bless America”, dal momento che la manodopera latina ancora pulisce le vostre piscine e i culetti dei neonati a stelle e strisce, a prezzi altamente concorrenziali.
Così la notte di Santa Clara è diventata un sospiro di sollievo nel decorso della brutta malattia che ha ammalato gli States contemporanei. Applausi ai protagonisti, un secondo di riflessione nelle case degli americani (ma forse anche milioni di sbotti d’insofferenza e altrettante lattine di birra scoperchiate) e da oggi si torna alle cronache, con tutta l’imprevedibile mobilità che contengono. Bad Bunny e Bruce Springsteen hanno fatto il massimo, hanno cantato e invocato. Adesso tocca alle donne e agli uomini della politica d’oltreoceano compiere il proprio mestiere e ritrovare il senso della misura. E tocca agli elettori del voto di midterm a novembre decidere una volta per tutte da che parte stare. Agenti Ice a guardia dei seggi, permettendo.