Federico Zampaglione e l'arte di rinascere, la libertà fuori dal tempo dei Tiromancino
Dopo cinque anni in cui pensava di aver “chiuso la carriera”, il cantautore romano riparte dal rock per il nuovo album, Quando meno me lo aspetto. Tour nei teatri ad aprile e maggio. “Kid Yugi e Franco126 voci vere in un periodo superficialità musicale. Sanremo? Provo ansia”
“Oggi fare un disco significa affrontare una società che giudica e sente il bisogno di apparire in fretta. È un mondo difficile, in cui ci si può sentire inadeguati. Nel 2021 pensavo di aver chiuso con la musica. Ma poi sono tornato a lavorare su nuove canzoni. E questo album, forse, è il più libero della mia carriera”. Federico Zampaglione racconta così al Foglio il quattordicesimo lavoro dei Tiromancino, Quando meno me lo aspetto. Undici brani inediti che spaziano tra profondità testuale e diversi generi musicali: dal blues al rock, dal country all'elettronica, dal reggae alle sonorità tipiche della canzone d'autore anni Settanta. Ogni traccia è parte di un racconto che tocca l'intimità, la rinascita e la nostalgia di fine estate. Ma è anche la denuncia di un mondo che sembra sempre più concentrato sull'apparire e lascia poco spazio a passioni e sentimenti autentici. Il disco sarà presentato nei teatri con un tour in partenza il 10 aprile 2026 dall'Auditorium Parco della Musica di Roma: proseguirà poi a Bologna, Taranto, Milano, Catania, Palermo, Perugia e Firenze. Sarà un viaggio attraverso nuove atmosfere sonore, con molta attenzione alla chitarra, e un repertorio rinnovato che alterna i grandi classici, come La descrizione di un attimo, Per me è importante, Due destini, ai nuovi brani. Quando meno me lo aspetto è un disco registrato “senza aspettative, senza il peso del futuro, ma solo con l'intenzione di dare forma a canzoni che avevo nel cassetto”, spiega il cantautore romano. “Mi sento ancora un alieno perché quando ci si libera dalle aspettative, la musica diventa più sincera”.
Quindi non era previsto questo disco?
"Non c'era nessuna progettualità dietro. Questo lavoro ha una forza che si è manifestata nel tempo in modo naturale, senza pressioni. Il titolo rispecchia proprio l'esperienza di creare qualcosa di inaspettato, che nasce senza alcuna pianificazione".
Non ci sono featuring. C'è un motivo?
"Le collaborazioni devono nascere in modo naturale. Se sono calcolate, perdono di valore artistico. Mi piace lavorare con gli altri, perché ogni collaborazione porta qualcosa di diverso. Ad esempio, con Franco126 c'è una sintonia che mi piace molto, e poi condividiamo l'amore per Califano. Con lui ho scritto Il cielo e Sto da Dio. Lui è come un fratellino per me, una persona con cui mi piace confrontarmi. È una delle migliori penne della musica italiana attuale".
Come è cambiato il suo approccio alla musica oggi?
"Dopo l'intervento di rimozione della colecisti nel 2024, in cui ho rischiato la vita, ho acquisito una maggiore serenità. Sono in una fase nuova, più distesa. E spero che questo periodo sarà apprezzato dal pubblico. Sono felice di aver fatto questo disco, di poterlo suonare e di portarlo in tour. E per me questo è già un grande risultato".
In “Tizzo” lei esplora il mondo della boxe. Come mai?
"Ho vissuto da vicino questo sport e mentalmente ti aiuta ad affrontare la vita in modo diverso. La canzone è dedicata a Emiliano Marsili, campione di boxe. Mi ha insegnato tanto, si è sacrificato per lo sport e ha affrontato tante difficoltà. I pugili sono persone disciplinate e vivono una vita di ristrettezza, crescono con valori importanti. Mentre nel calcio a scendere in campo sono 11 giocatori, sul ring sei da solo e nessuno vuole stare al posto tuo. È uno sport che ti abitua a pensare che devi saperti rialzare da certi momenti".
Anche Bruce Springsteen ha appena dedicato una canzone a un uomo, Alex Pretti, dopo la sua violenta morte causata dall'Ice. Cosa ne pensa?
“'Streets of Minneapolis' rappresenta un documento, un ricordo di un momento che resterà significativo anche tra trent'anni. La musica ha la capacità di fissare determinati eventi e trasformarli in memoria storica. E credo che il Boss abbia fatto proprio questo: creare una canzone che va oltre il presente e che continuerà a parlare di un tema universale per sempre".
Come pensa sia cambiata la scena musicale?
"Il panorama musicale è cambiato molto negli ultimi vent'anni. Una volta c'erano pochi artisti di riferimento, oggi c'è una scena enorme. Ma questo ha portato anche a una certa superficialità nella musica. Si ascoltano tanti brani che non hanno contenuto, ma allo stesso tempo ci sono anche molte voci autentiche".
Per esempio?
A parte Franco126, con il suo ultimo disco Futuri Possibili, che mi piace molto, ho ascoltato l'ultimo lavoro di Kid Yugi, Anche gli eroi muoiono. È un ragazzo con una grande onestà, uno che ha veramente qualcosa da dire. È bello vedere che ci sono giovani che non hanno paura di mettersi in gioco e scrivono con sincerità. La musica oggi è variegata, ma sarà solo il tempo a dire cosa rimarrà davvero".
Crede che l'uso dei social abbia cambiato la percezione della musica?
"Certo. Con l'esplosione dei social, il numero degli artisti è aumentato in modo esponenziale. Questo è positivo da un lato, ma ha anche portato a una musica che si preoccupa più dell'immagine che del contenuto.
Lei è anche un affermato regista. Come si differenzia il processo creativo nella musica rispetto al cinema?
Nel cinema c'è un lavoro molto più mentale e meticoloso. Devi pensare su più livelli. Mentre una canzone la puoi scrivere anche in cinque minuti. Adesso sto lavorando al mio sesto film, The Nameless Ballad, che esplora le difficoltà che sorgono quando il successo ti travolge e come questo influenzi la psicologia di una persona. E dopo ho in programma altri due progetti, sempre del genere thriller-horror".
Lei come si prepara per un film?
"La preparazione mentale è completamente diversa rispetto alla musica. Nel cinema, crei prima il soggetto, ma poi il lavoro si sviluppa in modo molto più lungo e dettagliato. La musica, in certi casi, è immediata, quasi istintiva. Il cinema è un lavoro che ti fa riflettere di più, richiede più costanza e pazienza. Ma è altrettanto stimolante".
Ha in mente di tornare a Sanremo?
"In verità Sanremo mi ha sempre messo molta ansia. Nel 2000, con Strade, i Tiromancino arrivarono secondi tra i Giovani e fu una sorpresa bellissima. Da allora però ho sempre avuto una certa difficoltà emotiva ad affrontare l'Ariston. Nel 2008 con Il rubacuori fu tragicomica, ero troppo stressato per la finale. L'anno scorso, invece, sono stato ospite di Willie Peyote, durante la serata delle cover, e l'ho vissuta in maniera più serena".