Sick Tamburo (foto Franco Zanussi) 

lettere dal buio/2

L'esorcismo in musica dei Sick Tamburo. Accusani: "Guardo in faccia la malattia e smetto di scappare"

Enrico Cicchetti

"Dementia" è un disco che sembra un bicchiere di cristallo, fragile e trasparente. Racconta l'oblio di una persona amatissima. Ed è anche attraversato dal dialogo mai interrotto con Elisabetta Imelio, "sorella" fin dai tempi dei Prozac+ e scomparsa sei anni fa. Una confessione in musica su ciò che si perde e ciò che resta

Giusto trent’anni fa, Gian Maria Accusani fondava con Elisabetta Imelio ed Eva Poles i Prozac+, storica voce del punk rock italiano. Con loro ha dato forma ad “Acida”, canzone anomala che, nel pieno della stagione d’oro dell’alternative, arrivò a travolgere il pubblico e le classifiche del pop. Oggi è il frontman dei Sick Tamburo, concerti in passamontagna e testi a volto scoperto. La band firma per La Tempesta Dischi il suo ottavo disco, il più spoglio e consapevole. “Dementia” sembra un bicchiere di cristallo, insieme fragile e trasparente. Nasce dentro una vicenda familiare dolorosa e ancora in corso: Accusani prova a dare forma sonora all’oblio, alla confusione, alla perdita progressiva dei ricordi di una delle persone più importanti della sua vita. “E le tue scarpe di pelle/ Che ti facevano così alta e bella / Lo sai che avrei voluto usarle io / Spiegami perché ci siamo persi / La testa”, canta nel primo brano, con una tenerezza che dice tutto, senza fare nomi. E in uno degli ultimi: “Immaginati un giorno / Magari non lontano / Se non capissi più / Cos’è un telefono / Non ti potrei chiamare / Per raccontarti un po’ / Delle mie paure / Che non esisto più”.

Ma “Dementia” è anche attraversato, in modo costante e sotterraneo, dal dialogo mai interrotto con quella che Accusani ha più volte definito una “sorella”, Elisabetta “Boom Girl” Imelio, morta quasi sei anni fa. Presenza che continua a riaffiorare nei sogni e nelle parole. Metà della vita vissuta insieme, in studio come sui palchi di tutt'Italia. Prima di salirci, su quei palchi, lui dice che se la fa “caga ancora sotto”. Nonostante i quarant'anni e rotti di carriera. Il brivido si affronta sempre con lo stesso rituale portafortuna: un abbraccio con la band. Ma c'è un terrore molto più grande, che ha bisogno di esorcismi diversi. E “Dementia” nasce proprio da un viaggio obbligato. “Da un paio d’anni ho dovuto guardare da vicino la malattia mentale. È terrificante ma ho dovuto imparare a non averne paura. Il vero dramma è scappare, perché così la paura si ingigantisce e non la superi mai. Quando sei costretto, devi guardarla, cercare di capirla... anche se poi mi chiedo cosa capisca davvero chi ci sta dentro”. Scriverne, dice, è stato il suo contravveleno: un modo di alleggerirsi di un peso che può sembrare insostenibile. “Nei momenti più bui avevo talmente tanta paura che poi mi servivano giorni per riprendermi. Parlare di queste cose aiuta: me le rende più affrontabili. Spero sia utile anche ad altri”. È già successo in passato che le canzoni dei Sick Tamburo diventassero rifugi per chi attraversa la malattia. L'esempio più lampante è “La fine della chemio”, scritta per Elisabetta. “Per quel brano continuano ad arrivare messaggi quasi quotidiani, che aprono il cuore”. Il pensiero torna inevitabilmente a lei. “La sogno non so quante volte alla settimana. Per un paio d’anni quasi tutti i giorni. In qualche modo, dentro i miei scritti, Elisabetta c’entra sempre. Qualche momento di sconforto c’è, ma credo di aver fatto un’elaborazione molto importante, anche grazie alla musica. Oggi non c’è più paura. C’è accettazione”. L'antidoto, appunto.

 

   

L'ultimo brano, la title track “Dementia”, dura sei minuti ed è senza parole. “Ma quando la ascolto è come se nascessero parole ogni istante. Mi commuove sempre. Non la definirei nemmeno una canzone: ho cercato di riprodurre il mio viaggio accanto alla persona che vive questa malattia: momenti di felicità, di terrore, di confusione, di silenzio. E l'ho composta usando strumenti diversi dai miei soliti”. Fuori dalla zona di comfort, senza riferimenti, così anche lo spaesamento sonoro si fa parte del racconto.

"Guardami, non vedi che sono diversa / E non ti abbraccio più / Ricordati quello che c'era tra di noi / Se mi portassi via", canta in uno dei brani. Parole che racchiudono tutto il senso di un disco. Perché nel percorso della vita, dice Accusani, "basta guardarle, le cose, e non scappare. Anche le più brutte hanno un risvolto di bellezza. Dipende da come le prendi, da come le elabori".

 

Di più su questi argomenti:
  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti