FACCE DISPARI
Enzo Decaro: “Riscopriamo la perduta leggerezza di Carosone”
A venticinque anni dalla scomparsa del compositore, l’attore celebra Renato Carosone con Renatissimo, un racconto musicato che riporta in scena un’allegria non superficiale ma necessaria, capace ancora oggi di agire come una pastiglia di ottimismo senza data di scadenza. Intervista
Sono come pastiglie di ottimismo a costo zero, a portata di smartphone o di pc. Per elargirle Renato Carosone aspetta solo un clic su una delle sue tante canzoni. Sia chi torni a riascoltarle dopo molto tempo, sia chi ne faccia adesso la scoperta, ne constaterà l’immediato effetto benefico sul proprio umore e faticherà a pensare che quei brani siano stati scritti una settantina d’anni fa. Sono pastiglie senza data di scadenza.
Enzo Decaro, a un quarto di secolo dalla morte del compositore, lo ha celebrato con il concerto teatrale “Renatissimo” assieme al gruppo Ànema: un racconto musicato che ha già fatto varie tappe partendo da Brescia, passando per l’Emilia-Romagna, il Trianon di Napoli, Catanzaro. E il tour continuerà.
È qualcosa in più di una parentesi per Decaro in una carriera artistica di oltre mezzo secolo: dagli inizi sfavillanti ne La Smorfia con Massimo Troisi e Lello Arena al teatro di prosa, dalla fiction televisiva al cinema mentre insegnava scrittura creativa all’università e si dedicava a molteplici interessi culturali. Si può portare in scena Peppino De Filippo e approfondire la filosofia indiana, è possibile trascorrere dai testi del geniale paroliere Nicola Salerno alias Nisa all’impervia lettura delle “Upanishad”. Perché alla fine tout se tient. Carosone docet: il rivoluzionatore della canzone napoletana con i ritmi d’oltreoceano fu anche un virtuoso pianista classico, che continuò a studiare per se stesso durante tutta la vita.
C’è un “lato b” di Carosone che è meno risaputo?
Quando ebbi la fortuna di conoscerlo scoprii una persona molto più complessa del suo personaggio, che gradiva la fama ma non avrebbe mai venduto l’anima al diavolo per il successo. Comunicava un senso di appagamento sia per le cose fatte sia per quelle non fatte, con una serenità che rendeva piacevole stargli vicino. Negli ultimi anni si dedicò tanto alla musica quanto alla pittura: cercava sulla tela quel che aveva trovato sulla tastiera. Molti non immaginerebbero che l’autore di “Torero” e “Tu vuo’ fa’ l’americano” avesse continuato tutti i giorni a esercitarsi sugli spartiti più impegnativi di Chopin e di Liszt. Diceva che chi suona il ragtime può suonare qualunque cosa, ma non trascurò mai la formazione classica conseguita negli anni del Conservatorio.
Scrisse altra musica oltre a quella di popolare successo?
Ho recuperato le sue registrazioni dimenticate o inedite, le ballate sentimentali che non avevano trovato posto nella produzione perché l’industria discografica lasciò volutamente in ombra la parte romantica di Carosone. Sono piccoli gioielli che lui serbò gelosamente, come il brano dedicato al suo ex batterista Gegè Di Giacomo. Quando seppe che stava male, gli indirizzò una toccante lettera in musica, un omaggio all’amicizia non scalfita dal tempo. Ho riproposto anche questa nello spettacolo.
Carosone fu un innovatore come lo sarebbe stato anni dopo Pino Daniele, con cui lei ebbe un bel rapporto di amicizia.
Se non ci fosse stato Carosone a rompere gli schemi, difficilmente ci sarebbero stati “Yes I know my way” e “A me me piace ’o blues”. Furono due modernizzatori della tradizione, ma anche persone profondamente diverse. Dice Stefano Bollani che per dare il meglio di sé molti grandi artisti attingono alla propria zona oscura. È vero per Pino. Al contrario, Carosone traeva ispirazione dalla sua zona chiara.
È curioso che esprimesse una leggerezza oggi rara l’artista di una generazione che aveva vissuto i disastri della guerra sulla propria pelle.
Carosone, come Nisa, fu l’interprete di un’allegria non superficiale ma necessaria alla fine di un incubo e speranzosa di un periodo migliore. Era una generazione che transitava dal buio alla luce, dalle macerie verso il boom economico. Suscita quasi invidia quella capacità di trovare in maniera intelligente la leggerezza nelle piccole gioie, che ora ci riesce così difficile. Mi viene in mente un episodio capitato durante una trasmissione televisiva a Torino: erano tutti pronti per registrare ma Carosone tardava, s’era appartato in un angolo con il viso poggiato su una mano in una posa immobile e pensosa. Nessuno osava disturbarlo finché chiesero a me di andare a sollecitarlo, e quando mi avvicinai scoprii che aveva una radiolina incollata all’orecchio: stava seguendo la partita del Napoli. Bisogna prendersi seriamente, però fino a un certo punto.
Un consiglio “carosoniano”?
Lui, che fu anche un maestro di vita, ci ricorderebbe semplicemente di mantenere un minimo di integrità quando si fanno delle scelte, e che se è il caso bisogna saper dire di no perché non siamo del mondo, ma nel mondo, dove ci troviamo in prestito come i personaggi di una commedia. La popolarità e la gloria sono un fuoco amico. Non devono dettare il senso del nostro percorso.
Se tornasse alla fiction cosa le piacerebbe interpretare?
Intanto torno in teatro con “L’avaro immaginario”, sulle tracce di Peppino e di Luigi De Filippo tra le opere di Molière. Ma se dovessi sceneggiare o interpretare una fiction vorrei che raccontasse l’avventura di qualche startup napoletana di successo nel mondo. È giunto il momento di rappresentare meglio la “zona chiara” della città piuttosto che continuare a insistere con produzioni pure fatte bene, ma che riportano solo il degrado e le brutture. Non per negare che ci siano, ma quanto dobbiamo aspettare ancora per cambiare narrazione? Ci sono tante altre cose che meriterebbero di essere esportate.
manifesto anti-ego