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Le strade d'America

Sprengsteen scrive l'inno della resistenza a Trump. A partire da Minneapolis

Stefano Pistolini

Il cantautore statunitense ha offerto parole, rime e identità a una protesta che sta ancora cercando le vie per coinvolgere l’America più grande dimostrando come l'opposizione al presidente si può fare anche con una canzone perché dare un suono a un sentimento è un ottimo modo per renderlo condivisibile

Bob De Niro, qualche giorno fa, sul palco dei Golden Globes ha scelto la via più breve: “Fuck Trump!”, ha sputato nel microfono, per esprimere il disprezzo per l’inquilino della Casa Bianca e poi ha mostrato i muscoli come Braccio di Ferro, per dire: “Fatti sotto, Donald! Alla vecchia maniera!”. Il video è diventato virale, poi le cronache hanno seppellito il tutto. Bruce Springsteen, altro storico e vocale oppositore del presidente (attenzione: parliamo di due americani “veri”, coetanei di Trump, persone di rispetto che i connazionali non prendono alla leggera), ha messo su un’operazione più lungimirante. Lui stesso racconta che sabato s’è seduto nel soggiorno di casa e ha scritto una canzone. Poi ha rovinato la domenica ai suoi musicisti convocandoli in studio per registrarla, il tempo di finalizzare e adesso “Streets of Minneapolis” è in circolo in tutto il mondo, disponibile sulle piattaforme e rilanciata dai notiziari.

 

 

E’ un fatto di rilievo, perché coi 4 minuti e 35 di questa ballata il Boss ha prodotto un gesto importante: ha dato un inno, forte e rappresentativo, a un movimento ancora nel caos, ha offerto parole, rime e identità a una protesta che sta ancora cercando le vie per coinvolgere l’America più grande, quella per la quale mobilitarsi e scendere in strada è un’operazione remota, resa più improbabile dalla prevalenza degli spiriti locali su quelli nazionali. Adesso c’è una canzone solenne, immediata, commovente e con un’intensa cifra epica, che comincerà a produrre la propria opera di richiamo e propaganda, dalle autoradio dei pendolari e dalle cuffiette nelle metropolitane. E’ una provocazione che farà paura agli strateghi trumpiani, nel pieno delle loro imprese tragicamente a corto di narrativa e suggestione, sebbene chiedano a Trump d’infarcire la parola “guerrieri” in ogni sua uscita pubblica.

 

E’ ovvio il rimando a un’altra operazione di descrizione d’una condizione collettiva che Springsteen realizzo magistralmente nel 1993 pubblicando, a margine del film con Tom Hanks, “Streets of Philadelphia”, un exploit drammaturgico in cui descriveva la solitudine e lo smarrimento di un uomo e di una nazione fragile e al cospetto della tortura dell’Aids e delle questioni etiche che sollevava. Stavolta la città-simbolo è la metropoli del Minnesota scelta a target primario dell’operazione di pulizia razziale progettata da Stephen Miller e messa in atto “dall’esercito privato del dipartimento per la Sicurezza nazionale di Re Trump”, come mormora Springsteen nella prima strofa, accompagnandosi solo con una chitarra acustica e rappresentando la Minneapolis di neve e fuochi che abbiamo imparato a riconoscere sui nostri smartphone. L’andamento della ballata è intenzionalmente quello cadenzato e dolente della tradizione hobo, Guthrie, Seeger, Dylan, le parole non cercano metafore, ma rievocano la tragedia. Poi, con la seconda strofa, il pezzo si riveste di grandeur: entrano la E Street band, un coro femminile dai toni spiritual, i rumori della folla che grida “ICE Out!”, mentre l’invocazione di Bruce si fa più ferma facendo rimare i nomi di Alex Pretti e Renee Good con la parola “stood” che sta per “resistere”: “Minneapolis nostra, sento la tua voce / che urla dalla foschia insanguinata / ricorderemo i nomi di quelli che sono morti / per le strade di Minneapolis”.

 

E’ così che il Boss ha sganciato la sua bomba: l’emozione, la retorica, e i numeri presto milionari dei download faranno il resto. Anche l’opposizione a Trump sta addestrando i suoi corpi speciali in vista delle fatali sfide alle viste: si può trattare anche di una canzone, perché dare un suono a un sentimento è un ottimo modo per renderlo condivisibile.

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