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Il nuovo disco

Nell'universo di Tutti Fenomeni tutto si mescola e convive. Un caleidoscopio

Stefano Pistolini

Un viaggio nel caos di "Lunedì", il disco di Giorgio Quarzo Guarascio. L'album più culturale e psicologico del momento. Una nutrita galleria di esperimenti, diversi per intensità, per umore e per riuscita, comunque tutti anomali e col dono di rivelarsi materia contemporanea italiana

"Lunedì” di Giorgio Quarzo Guarascio, noto come Tutti Fenomeni, è il disco più contemporaneo in circolazione al momento e dunque è l’ascolto più culturale e psicologico che si possa fare, nel caso si sia interessati a capire cosa possa ancora fare la musica per noi, oggi. E’ anche un notevole compendio dei depositi incancellabili che mezzo secolo di cantautorato nazionale ha interiorizzato nella coscienza di Giorgio come in quella di quasi tutti noi – se è vero che la canzone che chiude l’album, “Love is not enough”, contiene uno slittamento capace di congiungere il Battiato di “Fetus” prima con gli inni popolari di Rino Gaetano e poi col balbettio insicuro del presente, il tutto nel giro di quattro minuti. I piani del discorso sono due, anche se separarli fa effetto. Il piano musicale in “Lunedì” conosce un’evoluzione e un cambiamento rispetto agli album che l’hanno preceduto, perché Giorgio passa dall’alveo musicale di Niccolò Contessa – alias i Cani, produttore dei primi dischi di Tutti Fenomeni, “Merce Funebre” e “Privilegio raro” – che ha scelto di estremizzare alcune prerogative della scrittura di Giorgio verso uno stile più teatrale e dominato da un generale spirito sarcastico, mentre per “Lunedì” Tutti Fenomeni si è affidato alla cura più soffice e accogliente di Giorgio Poi, uomo-ovunque del pop romano di oggi, che ha ammorbidito i dettagli, stondato i contorni, salvaguardato il sentimento, lasciando spazio alle performance vocali, ma disinnescando quel certo incombente senso di dramma degli esordi.

  

 

Un risultato ragguardevole che si completa col secondo, determinante piano espressivo dell’artista, quello delle parole, dotato di una rilevanza non banale, saltabeccando dalla citazione còlta alla trovata effimera, dal gioco di parole alla provocazione piccante o perfino scurrile, dalla battuta eretica alla riflessione amarissima. E’ uno srotolarsi senza soluzione di continuità di un campionario d’idee d’ogni genere, come succede che ti traversino la mente di questi tempi, quando gli input e i suggerimenti arrivano, ad esempio, dallo scrolling del cellulare, facendo sì che s’intreccino e si rincorrano Freud e Dostoevskij, la partita di calcio e l’amore, la decadenza, la nostalgia e la gioia. Sillabario, vocabolario, caleidoscopio, name dropping spinto, un’ossessione verbale che ricorda quella dell’ultimo Battisti (echi percepibili), in combutta con Pasquale Panella, inoltratosi nel vizioso gioco della libera associazione, cesellata su basi ritmiche ipnotiche. Di tutto ciò “Lunedì” contiene una nutrita galleria di esperimenti (10 tracce), diverse per intensità, umore e per riuscita, comunque tutte anomale e col dono, come dicevamo, di rivelarsi materia contemporanea italiana, metropolitana (verrebbe da dire “romana”, ma l’equivoco è dietro l’angolo, perché comunque mai romanista, bensì laziale), e perciò da ascoltare con curiosità, come un pamphlet di un filosofo del dandysmo post-internet.

 

Giorgio Quarzo (nome imposto da un padre ingegnere minerario), classe 1996, sta dunque costruendo un progetto originale, che supera le consuete etichette, comunque passibile del sospetto di cercare una sociologia-contro. Lui si è fatto le ossa su SoundCloud coi Tauro Boys, effimera crew capitolina di rap semi-goliardico. L’incontro col pigmalione Contessa gli ha poi messo le ali, sapendo contenere e smaltare la sua stralunata visione del mondo. Ne è nato un genere ibrido, con testi a prima vista nonsense, creando uno stridore che coinciderà con la sua poetica, nella quale convive di tutto, e talvolta si scambiano i ruoli come quando, in un singolo verso, Tutti Fenomeni cita Mozart e i ragazzi di vita di Pasolini, la filosofia teoretica e il calciomercato e pure Proust: flexing da nativo digitale, dove ogni elemento ha la stessa dignità ontologica, cantato con una voce che non cambia tono parlando di morte o di pasta col tonno. La vogliamo definire apatia estetica al limite del cinismo? Per Giorgio tutto è interessante, però forse nulla è davvero importante. Le parole sono scelte per il suono, o per come urtano tra loro: “Cito la filosofia perché mi piace come suonano le sue parole” chiarisce lui. Disinteressato a eventuali centri di gravità, permanenti o no: solo osservazione delle sorti inevitabili che ci aspettano, tenendo un cocktail in mano.

 

Ma intanto lui ha debuttato magnificamente al cinema in “Enea” di Pietro Castellitto e anche lì, con la sua presenza, ha messo un mark in uno spazio fino a quel momento vuoto. Anti-idolo, scevro di empatia, probabilmente privilegiato, a suo agio nel teatro di una Roma sorniona, burocratica e papalina – teatro di magnificenza in rovina. Dice: “Sono nato, cresciuto, e ho preventivato di morire a Roma”. Viene da pensare che per Tutti Fenomeni il tempo si sia fermato, ma il futuro sia già passato. (Un unico appunto ai suoi versi: Nico è morta a Ibiza non a Formentera, come canta nell’omonima canzone. Ma già, dimenticavamo: per lui il nome dell’isola più piccola suona meglio. Tutto è e non è, no? E’ come appare, ma può essere anche il contrario. Ce lo mostra anche la drammatica cronaca maxima, sulle prime pagine di questi giorni).

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