Intervista

“Ecco il mio disco borghese”. Il “Lunedì” di Tutti Fenomeni: l'illusione di cambiare e la resa totale alla routine

Enrico Cicchetti

“Ora non devo più scandalizzare: questo è un disco privato, sdraiato sulla chaise longue”. Giorgio Quarzo Guarascio continua a raccontarci la vita, questa volta con un album prodotto da Giorgio Poi, “rotondo” ma senza rinunciare a testi capaci di mescolare rimandi pop e citazioni còlte. Caos e candore. Sesso, morte e scoutismo

Tutti Fenomeni può dirti una cosa profonda e sabotarla subito con una battuta scema, lasciandoti nel dubbio se sia lucidissimo o se ti stia prendendo in giro – forse entrambe le cose. Si presenta con un cerotto sul naso, di quelli per non russare. Interviste soporifere? “Ce l’avevo in tasca, mi spiaceva buttarlo”, dice. Maschera minima sul sorriso sornione e nessuna intenzione di redimersi del tutto. Al secolo Giorgio Quarzo Guarascio, romano del 1996, ha trasformato il nonsense in metodo, mescolando catechismo e meme, poesia e slogan, Freud, Pasolini e pallone. Sarcastico per difesa preventiva, poi all’improvviso vulnerabile, come se gli fosse scappata una verità sotto i baffi dell’ironia. Usa le parole a mo’ di cacciavite nella presa: gesto semplice, risultato elettrizzante. “Sono i testi che mi legittimano ancora a fare musica”, sostiene. Nei primi due album i testi sembravano voler occupare tutto lo spazio, nell’ultimo – appena uscito per 42 Records – lascia respirare la musica. Si chiama “Lunedì”. Giorno di ripartenza o di sottomissione alla routine? “Resa totale! Viva la dittatura della routine”, esulta. “Lunedì è l’illusione di cambiare, di rifarsi il letto, di prendersi le proprie responsabilità, di compiere trent’anni”. Con i suoi trenta in arrivo, Tutti Fenomeni rinuncia a una parte della sua violenza linguistica. “Serviva a farsi notare. Ora non devo più scandalizzare l’adulto, il borghese, ma provo ad accettarmi io come adulto. E questo disco è un disco borghese, nel senso più psicanalitico. Sono solo alla prima seduta, sto iniziando a enumerare i miei problemi. Se qualcuno ci si rivede o ci vede quelli del mondo, bene, ma è un disco privato, sdraiato sulla chaise longue. Lunedì è un inizio: il giorno in cui Dio ha detto luce, e luce fu”. A lui la luce l’ha portata la produzione di Giorgio Poi, dice. “E’ un certosino: mentre registravamo lo chiamavo il Filologo. Rispetto ai precedenti album prodotti da Niccolò Contessa (I Cani), “Lunedì” è più tondo ma fedele allo stile di Tutti Fenomeni. “Spero di aver dato a Niccolò e Giorgio anche solo un venti per cento di ciò che ho preso. Ci sono stati momenti in cui pensavo di non avere più l’originalità giusta. Invece dovevo solo trovare il partner giusto”.

   

    

Ora Tutti Fenomeni sembra meno interessato a mostrarsi intelligente e più a esplorare la propria fragilità. “Mi sono nutrito per anni di autori negativi: suicidi, russi esiliati, Brodskij, Lermontov, i film di Lars Von Trier… Poi, insofferente, ho smesso di leggere e ascoltare. Questo disco è un libro senza fonti, ispirato da ricordi imprecisi. Ho smesso di fagocitare e travisare, e ho iniziato a cercare una routine: giocare a tennis, avere un corpo sano, perché la mente non lo era. Ho cercato di essere più corpo possibile”. Il corpo è anche sesso: fatto, idealizzato, immaginato, raccontato come terapia e utopia. In ”La ragazza di Vittorio” il catalogo del desiderio perde pezzi e senso. “Anche il mio desiderio è mercificato. Con queste canzoni cerco di espiare”. In “Love is not enough” l’amore attraversa lager, sfilate di moda e ideologie, senza redimere nulla. Critica al mito contemporaneo dell’amore che salverà il mondo? “Proprio perché crolla il mito, cerco ancora di più l’amore irrazionale, che accetta anche la bruttezza”. O, forse, basta trovare “qualcuno che si ami / come Berlusconi e Galliani”, come canta in “Vanagloria”. 

 

   
Il corpo porta anche al tema della mortalità. In “Formentera” dice: “Chi vuole la vita eterna sogna la dittatura / Cellule staminali e riso con verdura”.  Viene in mente il colloquio da brividi fra Putin e Xi, alla parata di Pechino per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, che parlano di come diventare immortali con le biotecnologie. “O Bryan Johnson, il miliardario tech americano che si fa le trasfusioni con il sangue del figlio adolescente, sognando di sconfiggere la morte”. Giorgio Quarzo cosa sogna invece? “Sogno di tornare agli scout a cantare le canzoni di chiesa davanti al falò. Prima di farmi cacciare, perché bestemmiai, facevamo questi campi di due settimane e bisognava consegnare i telefonini: custodisco ancora quella sensazione di stare senza cordoni, nella natura. Cantavo le canzoni di chiesa ed ero felice e non lo sapevo”.

  • Enrico Cicchetti
  • Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti