A destra, Daniel Balavoine - Getty
nostalgia ipocrita
La voce inarrivabile di Daniel Balavoine resterà per sempre giovane e furiosa
A quarant’anni dalla morte, la Francia celebra il cantautore. Ma la commemorazione ne ripulisce la rabbia e le contraddizioni, i tratti persino sgradevoli. E mentre il Rn bussa alle porte del potere, la memoria collettiva transalpina vuole ricordare solo la voce, non le cose che aveva da dire
Così vicini, così lontani. Quanto poco sappiamo di quel che agita ed emoziona la scena musicale di un paese a noi vicinissimo, la Francia per esempio. Personaggi che là sono leggenda, c’è il rischio che non li abbiamo mai sentiti nominare, convinti che lassù continuino a regnare Johnny Hallyday e Sylvie Vartan – del resto in Italia dovremmo suonare tutti il mandolino e mangiare spaghetti, vestiti da gondolieri. Ma lo sforzo di buttare lo sguardo oltre i confini viene premiato, perché si scoprono storie e personaggi capaci di ampliare la nostra visione. Daniel Balavoine, per esempio – un nessuno alle nostre latitudini, passato a miglior vita quattro decenni orsono, quando aveva solo 33 anni. Ma un mito, in Francia.
Sulle dune del Gourma-Rharous il 14 gennaio 1986 va in scena un intreccio di errori umani e furia meteorologica: un Eurocopter annaspa nelle tenebre del deserto maliano, accecato da una tempesta di sabbia. Atterra una prima volta, per prudenza. Poi riparte, per coprire i pochi chilometri verso il bivacco della Parigi-Dakar per cui lavora. Il cantante Daniel Balavoine è salito nell’abitacolo all’ultimo momento, stanco di mangiare polvere sulla pista. Ancora pochi minuti di volo e lo schianto che disintegra cinque vite. Quarant’anni dopo la tragedia nel deserto del Mali, la Francia celebra Balavoine, ennesimo martire del pop. Ma c’è qualcosa di dissonante nella commemorazione: riesumare Balavoine nel 2026 più che un atto di memoria, somiglia all’autopsia di un fallimento. C’è un paradosso nell’osservare la nazione dove il Rassemblement National bussa alle porte del potere, celebrare l’artista che fece dell’ostilità al Fronte Nazionale la propria ossessione, l’uomo che in tv urlava “merda” ai veterani di guerra e che seduto di fronte a François Mitterrand (allora candidato), perdeva le staffe gridando: “La gioventù si dispera, e se per voi non conta nulla, andrà a finire male”. Oggi il paese è pronto ad adattarsi al governo di una destra normalizzata. Eppure l’estremista Balavoine è l’araba fenice dello showbiz d’Oltralpe nel 2026. In circolo ci sono tre progetti diversi: la serata “ufficiale” al Dôme de Paris, benedetta dalla sorella Claire, il tour “Balavoine ma Bataille”, sostenuto dal fratello Guy; la “Légende Balavoine” messa in scena da un pool di imitatori vocali. Pare la metafora di una sinistra che si è spezzettata in un arcipelago d’interessi privati, mentre il suo messaggio politico serve, se non altro, per vendere biglietti.
Per comprendere il “fenomeno Balavoine” e il suo ritorno nelle playlist della Gen-Z, bisogna partire da un fattore psicologico: la rabbia diffusa tra le nuove generazioni, a corto d’interpreti credibili. Balavoine non era solo il cantante dalla voce cristallina capace di coprire tre ottave; è stato l’incarnazione del punto di rottura tra la speranza socialista degli anni Ottanta e il cinismo liberista che ne sarebbe seguito. Ma il confronto tra il 1986 e il 2026 è impietoso: il direttore musicale dello show che sta per andare al Dôme ha ingaggiato non uno, ma sette cantanti – tra cui alcuni vincitori di “The Voice” – per coprire lo spettro vocale che Balavoine gestiva da solo. Il bassista Christian Padovan, un veterano che ha suonato con lui, rivela che per permettere ai cantanti di oggi di eseguire “Tous les cris les S.O.S” la band ha abbassato la tonalità di un tono e mezzo. Una metafora dei nostri tempi? Abbassiamo la tonalità. La Francia non riesce più a prendere quelle note. Non ha il fiato e la grinta che permettevano a Balavoine di salir su senza falsetto, usando un’ugola mista di petto e testa che il produttore Eddie Barclay definiva, senza mezzi termini, “voix de pédé”, voce da finocchio.
Si rispolvera il Balavoine filantropo che donava pompe idrauliche per il Sahel, ma si nasconde ciò che urta il puritanesimo del presente: nello spettacolo che girerà la Francia, la canzone “Les Petits Lolos”, dove si parla di lolite, è stata tolta dalla scaletta. Rischiosa, in quanto racconta di ragazzine “davanti alle scuole” e stuzzicherebbe la censura dei comitati etici. Balavoine era un tipo pieno di contraddizioni: amava la velocità, le donne, la provocazione. Oggi lo si ricicla in chiave ripulita, asettica. La memoria collettiva transalpina vuole ricordare la voce, non le cose che aveva da dire. Un posto a sé merita la canzone che costituisce il suo testamento artistico: “L’Aziza”. Se si vuole individuare il momento in cui il sogno dell’integrazione francese è morto, è utile ascoltarla. Scritta per la moglie ebrea-marocchina nel 1985, nel mentre che il Fronte Nazionale iniziava la sua ascesa, “L’Aziza” è uno schiaffo al montante razzismo. Balavoine dice: “Ho paura che mi portino via / Tutto ciò che ho di più bello”. Paura fisica della deportazione collegata alla condizione dell’arabo. La “petite fille” a cui si rivolge, la ragazza che “non ha scritto le leggi”, oggi è una donna che ha traversato le rivolte delle banlieue del 2005 e gli attentati del 2015. La promessa nel ritornello – “Ti voglio se tu mi vuoi” – è stata tradita. La Francia di oggi canta “L’Aziza” ai karaoke, ma vota per chi potrebbe rendere impossibile la vita a quella donna. Il destino del brano è crudele, letterario. Esce nell’ottobre ’85. Diventa una hit. Ma raggiunge il numero 1 assoluto, solo dopo il 14 gennaio 1986. La morte di Balavoine la trasforma in una canzone politica, un inno. E i giovani francesi che oggi lo riscoprono, percepiscono la fragilità della propria indignazione. Il suo sassofonista Patrick Bourgoin, ricorda che Daniel “non aveva un lato ruffiano” non usava “le ficelles”, i trucchi del mestiere.
Balavoine, insomma, non era un santo e morì al seguito di un evento come la Dakar, apoteosi del colonialismo sportivo. Era incoerente, a tratti sgradevole. Ma la morte l’ha salvato dall’invecchiamento e dai compromessi. Ai francesi è stato risparmiato di vederlo giudice annoiato in un talent show. E’ rimasto in quel deserto, giovane e furioso. E la sua assenza oggi pesa, perché la Francia scopre d’aver bisogno d’una voce disinteressata all’engagement, una voce che non si vergognava di gridare: “Sappi che non smetterò mai di urlare il tuo nome”.