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fino all'ultima nota

Russia alla Scala. Meraviglie di Kantorow al pianoforte, Chailly in gran forma con la Filarmonica

Alberto Mattioli

Ottave meravigliose, colori cangianti, energia debordante. Il racconto di un bel concerto che si replica in marzo in tournée europea e sedi prestigiose

Alla Scala, inaugurazione della stagione della Filarmonica, con sala piena e pubblico alquanto rompiballe, tanto che Riccardo Chailly si è dovuto girare fra un movimento e l’altro del Terzo concerto di Prokof’ev per chiedere silenzio a un tizio che parlava (gli spettatori della Filarmonica sono agé, molti anche sordi e di conseguenza quando credono di sussurrare in realtà parlano a voce alta. Vedi i due semifreddi seduti dietro di me, con lei che stava male e lui che continuava a proporle di uscire vociando come al mercato). Solista nel Prokof’ev era il francese Alexandre Kantorow, 28 anni, genio riconosciuto dopo aver stravinto il Ciajkovskij nel ’19, che non so se sia “la reincarnazione di Liszt” come scrive Fanfare ma di certo è il pianista più impressionante in cui sia dato imbattersi oggi. Ha delle mani che non finiscono più, sia in senso fisico che musicale, messe in valore dal fatto che si presenta con un normale dolcevita grigio le cui maniche rimboccate mettono in mostra queste specie di artigli dalle dita lunghissime. Si è divorato il concerto che Prokof’ev scrisse per sé stesso per accreditarsi come supervirtuoso dopo la fuga dalla Russia bolscevichizzata con una facilità sconvolgente, che univa potenza, precisione ed espressività. Ottave meravigliose, colori cangianti, energia debordante: e quando, ultimo movimento, nell’incalzare ritmico Prokof’ev ritaglia delle oasi liriche modello “vecchia Russia”, una cantabilità morbida, sensuale, quasi lasciva, straordinaria.

Insomma una meraviglia dalla prima all’ultima nota, dove non c’era solo il desiderio di épater noialtri sempliciotti che del resto non aspettiamo altro, ma anche un’idea molto precisa e giusta del pezzo, che spruzza di ironia se non di sarcasmo i suoi esibizionismi per maghi della tastiera. Un’idea peraltro condivisa da uno Chailly e da un’Orchestra impeccabili, bravissimi a dettare e poi reggere il gioco dei rimandi e delle sottolineature, come quando il fagotto prolunga grottesco le ottave del pianoforte nella seconda variazione del secondo movimento. Benché in versione Filarmonica, l’Orchestra è quella reduce dalla bellissima Lady Macbeth di Sostakovic, e si sentiva. Bis con il Liebestod trascritto da Liszt e Kantorow splendidissimo anche qui, specie per l’estrema libertà del fraseggio che ti faceva davvero annegare, come Isolde, in questa musica affatturata. Roba da svegliare i morti, infatti anche le care salme si sono tutte ringalluzzite e non la finivano più di applaudire.

Più normale, se vogliamo, la Quarta di Ciajkovskij che è seguita: una bella esecuzione, forse non irreprensibile nel celebre attacco, questo sì, davvero, del Destino che batte alla porta, non dell’Uomo ma proprio la sua, quella di Pëtr Il’ic. Chailly in grande forma, sia nello Scherzo tutto pizzicato calibrato al millimetro sia nel Finale travolgente. Bel concerto, insomma, che si replica in marzo in tournée europea e sedi prestigiose.