facce dispari
Alfio Antico, da ragazzo pastore a “re del tamburo”
Scoperto da Eugenio Bannato, è uno tra i massimi interpreti del tamburo. "Ho portato la lingua di Lantini in giro per il mondo"
Forse s’intuisce già nel nome qualcosa della biografia di Alfio Antico da Lentini, conterraneo di Jacopo inventore del sonetto, come spesso gli ricorda chi incontra per la prima volta questo musicista e cantautore tra i massimi interpreti del tamburo, che non soltanto suona ma fabbrica i suoi strumenti con la tecnica appresa quando faceva il pastore nelle campagne siciliane. Oggi vive a Ferrara dove si è sposato, gira il mondo cantando nell’idioma – non chiamatelo dialetto – “lentinese, un linguaggio arcaico e bello che purtroppo va sparendo”. I superstiti rari dell’epoca in cui Alfio, ora alla soglia dei settant’anni, portava a pascere pecore e mucche ancora lo ricordano, quando ritorna a casa, col soprannome di Carrubo.
Perché Carrubo?
In passato ciascuno era conosciuto con la ’nciuria, il nomignolo, che lo caratterizzava. Mi chiamavano Carrubo perché ero magro, dolce e buono come le carrube. La Lentini in cui crebbi era molto diversa, esprimeva una civiltà sensibile e umile in cui ci si rispettava tutti. Nel vicolo dove vivevo al quartiere Badia abita ancora una donna ormai novantenne, Maria Sgroi figlia di vaccari, che mi vide nascere. Quando mi fermo in mezzo a quella strada rivedo me bambino ammirare incantato i bracieri dove s’arrostivano i carciofi e le salsicce. Lei intuisce la mia nostalgia e domanda: “Che stai pensanno, Alfiazzo?”. Non c’è bisogno di rispondere. Stiamo ricordando entrambi quella cinquantina di famiglie che lì non ci sono più.
Come diventò pastore?
Mio padre era contadino a giornata e manovale qualificato, che “rattiddiava” un po’ qui un po’ là malgrado fosse malato. Avrebbe voluto che continuassi gli studi, ma non mi sentivo tagliato per la scuola. Così mamma, per non farmi prendere la mala strada, mi mandò a garzone dai pastori con una raccomandazione: “Mangia sempre ricotta che ti fai la faccia bella”. Lei stessa era figlia di pastore e mia nonna possedeva mucche e capre.
Quando incontrò la musica?
Nonno suonava un tamburo grande quanto una ruota e anche nonna lo batteva benissimo dando il tempo a quelli che pestavano l’uva. Ho ricavato alcuni tamburi da setacci antichi di famiglia in cui veniva passato il frumento: ricordo il suono della strisciatura, il rotolamento, lo sbattimento. Più passa il tempo più mi riemergono certe memorie sonore come quella delle pecore incampanate sparse sui monti, che ho riproposto al pubblico. Un’enorme armonia di campane, tra cui le più pesanti che applicavamo per calmarle alle capre riottose.
La scoprì a Firenze Eugenio Bennato e la inserì nel gruppo Musicanova. Poi ha collaborato con i maggiori interpreti della musica italiana. Perché aveva lasciato Lentini?
Seguii mio fratello che aveva trovato impiego da ascensorista e poi da muratore in una ditta dove presero anche me, naturalmente al nero. Fu un periodo duro perché suonavo in piazza della Signoria fino a notte inoltrata e la mattina mi dovevo alzare prestissimo. Non riuscivamo sempre a pagare le 3.500 lire al giorno di pensione per il posto letto e un pasto, sicché accumulammo 600 mila lire di debito. Mio fratello tornò a Lentini ma io decisi di restare e per mantenermi vendevo friscaletti, ossia gli zufoli che avevo imparato a intagliare dal guardiano di un aranceto quando ero pastore. Li misi a 500 lire l’uno e estinsi i debiti, anche se spesso ero costretto a dormire fuori per risparmiare. Alla fine del ’77 Bennato mi sentì suonare e mi volle con sé.
Fabbricarsi gli strumenti quanto incide sull’esecuzione?
Ho creato sonorità apprezzate in tutto il mondo perché il tamburo va toccato in modo particolare: la mano sinistra accontenta la destra e la destra la sinistra. È come fare l’amore, che è cosa differente dal sesso. Col tamburo puoi rendere anche l’eco della risacca marina, ma bisogna studiarlo. Altrimenti, come fanno in tanti, ci si limita a tenere malamente il ritmo della pizzica o di una tammurriata. La capacità di fabbricarsi i tamburi consolida il rapporto con la tradizione: ho intagliato una custodia su cui ho raffigurato l’occhio di Ulisse, la chiesa madre di Sant’Alfio e quella della Santissima Trinità, un grappolo d’uva, la barca dei saraceni, insomma il mondo cui sono legato da quando ricamavo i collari di legno per gli animali. Mio nonno materno diceva: “Megghiu pani e cipudda a casa tò ca pisci e carne a casa d’autri. Si la buffa, cioè il rospo, di lu pantanu te la curchi nda ’n letto di sita si ni n’esce leggiu leggiu e ritorna a lu su pantanu”. Significa che non dimentichi da dove vieni né puoi scordarti chi eri. Anche se te ne vai lontano.
Qual è il suo prossimo progetto?
S’intitola “Anime delle Due Sicilie” con la storica voce di Patrizio Trampetti, che conosco dai tempi della Nuova Compagnia di Canto Popolare, Jennà Romano alla chitarra e Amedeo Ronga al contrabbasso. È una rilettura della storia meridionale alla luce dell’attualità con brani in siciliano e napoletano. L’album uscirà a febbraio preceduto dal singolo “Vite perse”. Ne trarremo uno spettacolo che si terrà al Trianon di Napoli ad aprile, ma che già porteremo in concerto dalla fine di questo mese cominciando con un tour in Toscana.
Cosa più le manca di Lentini?
Un riconoscimento. Non rivendico onorificenze per aver portato la sua lingua nel mondo, ma mi piacerebbe aprire un laboratorio musicale anche gratuito per i più giovani. Lo avevano promesso, però come si dice: nemo propheta in patria.